Limes: difenderci dai barbari

Limes: difenderci dai barbari

La difesa dell’Impero Romano e quella dell’Europa moderna.

Se guardiamo sui libri di storia i confini e l’estensione dell’Impero Romano da Augusto all’inizio delle grandi invasioni barbariche che disgregarono la parte occidentale, abbiamo quasi l’impressione di una situazione militare statica, immobile, quasi congelata: i confini rimasero più o meno gli stessi per lunghi secoli. Ma linee e colori sulla cartina geografica, se non interpretati e spiegati correttamente, rischiano di essere fuorvianti. In realtà, da un punto di vista militare, logistico e operativo, la situazione strategica e tattica cambiò parecchio col passare del tempo. In sintesi, possiamo identificare i principali modelli di difesa dalla penetrazione dei barbari.

Il primo è quello OFFENSIVO, di Cesare e in parte di Augusto e, all’occorrenza, di alcuni altri imperatori: le legioni marciano oltre i confini per colpire e intimidire i barbari. E’ una guerra di movimento che implica rischi (come il disastro di Teutoburgo) e sacrifici, ma che tende a prevenire i pericoli. E’ la strategia che crea e espande l’Impero di Roma.

Il secondo modello è quella della DIFESA AVANZATA. Si edifica il Limes, la linea difensiva che si appoggia in gran parte al Reno e al Danubio, fatta di basi fortificate, torri di avvistamento, fossati, muri, flottiglie che pattugliano i fiumi, guarnigioni di ausiliari a piedi o cavallo e, alle loro spalle, le temibili legioni pronte a intervenire come forze mobili in caso di pericoli maggiori; le difese statiche sono integrate da una proiezione di potenza esterna che è insieme politica, militare, commerciale, spionistica, diplomatica: la marina romana domina non solo il Mediterraneo, ma anche il Mar Nero e il Mare del Nord, mentre al di fuori dei confini si crea una fascia di gruppi tribali alleati o “clientes” dell’Impero. Una cartina dell’Impero dovrebbe forse riportarne a colori tratteggiati anche le “zone di influenza”, navali e terrestri, e mostrarne con frecce colorate le esplorazioni (per inciso, i romani erano anche grandi esploratori, che si avventuravano dai mari nordici all’interno dell’Africa, fino all’Oceano indiano e all’Oriente). Questa strategia garantisce la sicurezza a tutto l’Impero.

Il terzo modello è quello della DIFESA ARRETRATA. Ora il Limes di frontiera è solo la sottile prima linea oltre la quale i barbari dominano incontrastati. Gli invasori riescono spesso a penetrare in territorio romano, per scorrerie più o meno prolungate. Ora la fascia di difesa è all’interno dei confini dell’Impero: città, paesi, persino le fattorie sono fortificati e conservano al loro interno tutte le riserve di cibo, mentre nell’esercito imperiale l’enfasi passa dalla fanteria legionaria alla cavalleria, meno forte nello scontro frontale, ma molto più rapida. La cavalleria imperiale si muove rapidamente da un punto  all’altro, rifornendosi e appoggiandosi alle tante località fortificate, mentre gli invasori, per procurarsi i rifornimenti, sono costretti a fermarsi per assediarle. Alla fine, i romani riescono ad agganciare e annientare il nemico, ma a costo di pesanti devastazioni nelle regioni di frontiera e questo implica, oltre a quello economico, anche un prezzo umano, politico, di prestigio: chi ha subito i saccheggi si sente “sacrificabile” e parzialmente trascurato dall’esercito imperiale che è ora più rapido, ma non è più considerato invincibile. Questa strategia entra, infine, in crisi in Occidente, ma riesce ancora a salvare l’Impero d’Oriente.

Il quarto modello è quello della DIFESA LOCALE. Intere province d’Occidente cadono sotto il dominio dei barbari, che si impongono e ottengono, col tempo, di essere riconosciuti come “federati” all’Impero. Ogni regione ceduta è una fonte di prelievo fiscale che si perde e, di conseguenza, una riduzione dei reparti militari che il Governo imperiale può mantenere, equipaggiare e impiegare sul campo. Ormai, si ricorre sempre più a eserciti barbari da impiegare contro altri barbari. La fragile diplomazia può prolungare la sopravvivenza dell’Impero in certe zone, ma non esiste più una vera strategia globale, si improvvisa e ogni provincia, o persino città, deve pensare a difendersi da sola. Mentre gli appelli al Governo centrale rimangono sempre più senza risposta, nascono centri di potere locali intorno a capi e comunità, che offrono protezione e garantiscono l’ordine: è in questa situazione di caos fluido che nasce la leggenda di Re Artù. Si scivola gradualmente nel feudalesimo e nel Medioevo.

In parallelo a questa involuzione strategica, dobbiamo ricordare quella etnica interna ai ranghi militari. All’inizio, i Romani, pur reclutando in tutte le province dell’Impero ausiliari di varie specialità (cavalleria, arcieri, fanteria leggera, ecc), conservano il controllo dei settori ritenuti essenziali: la fanteria pesante legionaria, pressoché invincibile nello scontro frontale ad alta intensità, la “artiglieria” (catapulte, balliste, macchine d’assedio) e l’organizzazione logistica. In seguito, l’elemento propriamente romano andò diminuendo, fino a diluirsi, mentre le lotte interne per il potere spesso indebolivano l’apparato militare.

Quali lezioni possiamo trarre, oggi, da questi fatti storici? Possiamo guardare in parallelo la caduta dell’Impero d’Occidente e quella dell’Europa di oggi?

Per focalizzare un problema, è bene cominciare a chiamare le cose col loro nome. Il Limes esterno dell’Europa moderna è già stato infranto nella Seconda Guerra Mondiale con gli sbarchi in Sicilia e in Normandia e, oggi, la cosiddetta “immigrazione” è una serie di invasioni barbariche in piena regola, ma nessuno ha il coraggio di ammettere l’evidenza dei fatti, almeno all’interno del Sistema. Ragione in più per dirlo più spesso noi, che del Sistema attuale siamo gli oppositori più coerenti e radicali. Arrivano a ondate e da direzioni diverse e per motivi diversi, proprio come i barbari di allora. Si portano spesso dietro donne e bambini, ma anche gli invasori di quei secoli avevano spesso le famiglie al seguito – e quando non le avevano, se le procuravano, prendendosi le donne dei vinti. La vera differenza tra i barbari antichi e quelli moderni è che i primi erano pur sempre europei come i Romani e si trattava, in fin dei conti, di incontri/scontri all’interno della stessa famiglia razziale. Inoltre, i barbari di allora avevano una tendenza naturale a assimilare la cultura romana e la religione cristiana. Il risultato furono il Medioevo, il feudalesimo, la resistenza dell’Europa cristiana alle successive invasioni islamiche e mongole. Oggi, invece, alle immigrazioni interne al nostro continente si aggiunge un’invasione di massa extraeuropea inassimilabile da tutti i punti di vista e che mette in pericolo la stessa sopravvivenza dell’Europa sul piano etnico, religioso e culturale.    

Dunque, il fenomeno in questione è una invasione barbarica, coloro che arrivano sono invasori e barbari e noi siamo gli invasi che, a rigor di logica, dovrebbero difendersi, se non fossimo governati da una classe politicante che ha tradito il proprio popolo.

In realtà, la classe politicante in questione è, invece, complice dell’invasione stessa, così come lo sono i mass media di regime, e questo non solo in termini strettamente pratici, assistenziali, sociali, ma anche di propaganda. Il primo livello di propaganda consiste nel persuaderci che quello che sta avvenendo è giusto in via di principio (la presunta bellezza della società multirazziale) e per di più è conveniente per loro e  vantaggioso anche per noi (le “risorse”). Quando l’evidenza dei fatti distrugge le illusioni, interviene il secondo livello della propaganda: quello che deve farci credere che il tutto sia  comunque inevitabile, inarrestabile. Si tratta di un trucco vecchio quanto la guerra, soprattutto, la guerra d’assedio. Se la fortezza non può essere presa d’assalto o per fame, si ricorre alla guerra psicologica: si cerca di convincere i difensori che la loro resistenza è inutile e che tanto vale gettare le armi. Spesso, si ricorre a traditori prezzolati, che aprono le porte agli assedianti. In realtà, vogliono farci dimenticare che la difesa migliore è quella più avanzata. I difensori dell’Algeria Francese, per esempio, non erano solo gli ultimi testimoni armati del passato, ma anche i primi profeti in armi del grande scontro epocale che si stava profilando: combattevano in terra d’Africa per ritardare l’invasione dell’Europa. La battaglia d’Algeri, combattuta strada per strada, quartiere per quartiere, non sembra forse prefigurare lo scontro epocale che è oggi già iniziato in Europa occidentale?

Oggi ci viene negata la possibilità di combattere sul Limes e anche quella di difendere le mura esterne delle nostre città. L’Impero d’Occidente è caduto, il caos è totale. Ma come allora, resta in piedi l’Impero d’Oriente, incarnato dalla Russia erede di Bisanzio. I russi in Siria stanno attuando una strategia offensiva e preventiva in difesa della Civiltà, proprio come gli antichi legionari di Cesare e Augusto. Nei paesi dell’Europa dell’Est si innalzano muri e difese contro l’invasione, mentre nelle contrade già invase e saccheggiate dell’Europa Occidentale, devono sorgere i nuovi cavalieri destinati a riportare l’Ordine contro il caos e a rinnovare il mito di Roma nel Sacro Romano Impero.