Com’eri bella Roma mia! (Parte 1)

 

Abusivi Navona 1-2

Quasi fosse un romanzo dannunziano, nel quale la vita del giovane Andrea Sperelli si intreccia indissolubilmente con le contraddizioni della mondanità e del decadentismo della Roma fine ottocentesca, oggi come allora, la  Capitale appare come un ossimoro vivente: giace ai margini della decadenza, in tutta la sua umana varietà, in tutta la sua estetica paradossale. La desolazione di alcuni quartieri, il degrado prodotto dal nuovo classismo, la regressione culturale di massa si fondono indissolubilmente con le magnificenze e la grandezza che solo una città come Roma può offrire. Il fascino della Capitale, centro nevralgico dove tutto accade, tra politica, cinema e cultura, oggi, in buona parte, è in dissoluzione, soppiantato dalla realtà di una metropoli stuprata, ridotta in brandelli da un endemico malcostume. Ma, Roma è così, o la si ama o la si odia. Oppure ,in balia di uno strano dualismo ambivalente, la si ama e la si odia al tempo stesso. Sa trasmettere solo emozioni forti, in nessun caso può lasciare indifferenti.

Il biglietto da visita offerto della (ex) Città Eterna è un clochard che urina nel bel mezzo del terminal dei bus di piazza dei Cinquecento, subito fuori dalla stazione Termini. Nel frenetico scorrere di valigie e trolley,  migliaia di turisti e viaggiatori tentano di farsi spazio negli angusti marciapiedi adiacenti alla stazione. Sembrano ignorare ciò che li circonda. Scorgendo lo sguardo verso il capolinea del tram 14 – un rottame sfuggito alla storia che, a ben guardarlo, sembra essere uscito da una commedia “sordiana” degli anni sessanta -, nel bel mezzo di via Giolitti, c’è chi, nell’indifferenza generale, giace miseramente  nella polvere della strada. Qualcun’altro bivacca indisturbato sul lurido marmo di una panchina, facendo tintinnare le decine di bottiglie di vetro abbandonate lungo la via, quasi a simboleggiare l’eterno conflitto degli opposti: da una parte, gli scorci di una città straordinaria ferita nella sua bellezza, dall’altra decine di volti senza nome, emblema del malessere di vivere. È un crocevia senza fine di mendicanti che arrancano con le mani protese verso i passanti, mentre i parcheggiatori abusivi imperversano tra gli automobilisti inermi, che assistono passivamente ad una situazione da tempo sfuggita di mano.

Cartoline da Termini, cartoline del degrado romano, che raccontano una realtà grottesca, fatta di  incuria e squallore, immortalano esseri umani emarginati abbandonati a loro stessi. Vite consumate, persone come relitti spiaggiati su isole deserte. Un intero quadrante di città, in pieno centro, che, nelle ore serali, diviene scenario di desolazione, quasi fosse il luogo di una guerra dimenticata. Potrà sembrare una favela sudamericana eppure è Roma, capitale d’Italia.

Basta spostarsi di poche centinaia di metri per giungere nel  cosiddetto Tridente capitolino: siamo nel fulcro  del centro storico romano, nell’area compresa tra piazza Venezia, piazza del Popolo e piazza di Spagna. Un reticolo di vie, piazze e vicoli di una bellezza rara, preziosa, raffinata in grado di ispirare intellettuali, artisti e grandi maestri del cinema. Luoghi affascinanti, pregni di storia e cultura, che tutto il mondo ci invidia. Tuttavia, quello che si apre agli occhi di turisti e cittadini romani, è uno spettacolo desolante, un affronto al senso civile di decoro, un oltraggio alla storia millenaria di queste vie. Bastano pochi passi per essere preda delle decine di venditori bengalesi. Piazza del Popolo abbonda di aste per i selfie e paccottiglia di ogni genere, via del Corso e strade adiacenti, appaiono come un suk di borse e occhiali da sole di griffe false. Nessuno li ostacola, in tutta la piazza non c’è un vigile urbano. Tutto è possibile, soprattutto l’inverosimile in questa città. Quello che è invece assolutamente evidente, reale, è la mancanza di decoro e rispetto per un’area  storica e monumentale, tra le più importanti del mondo.

Sarà finita qui, penserete. Niente affatto. Anche in zona largo Argentina, la situazione rimane la medesima: strade e ponti sono invasi e deturpati da bancarelle abusive improvvisate, mentre musei e opere d’arte sono ostaggio dei camion bar – nonostante l’ordinanza emanata dalla vecchia amministrazione comunale ne vieti la sosta -, colmi  di bibite e panini, venduti a prezzi “osceni”. Questi camion bar, come chi vende le caldarroste, le cartoline, le statue in miniatura, fanno capo, da anni, alla stessa famiglia; forte di un impero gastronomico ambulante e della miriade di preferenze che ha permesso al giovane rampollo della “dinastia” di sedere nel Consiglio comunale capitolino. Non c’è da meravigliarsi, anche i tavoli all’aperto delle centinaia di bar e ristoranti disseminati per  il centro sono ormai ovunque. Anche davanti ai portoni e nel bel mezzo di piazze e corsi.  

Intanto, improbabili centurioni in scarpe da tennis sono  impegnati in una spasmodica caccia a inconsapevoli turisti, ai quali “estorcere” decine di euro in cambio di una foto. Guappi e strafottenti, si aggirano nei pressi dei monumenti di maggior pregio, infischiandosene di tutto e tutti, polizia compresa – quando c’è!  

Se qualcuno lo avesse dimenticato, siamo in pieno centro di Roma.

Decido di passeggiare per Colle Oppio, il quale dovrebbe essere, solo per la vista mozzafiato sull’anfiteatro Flavio, uno degli spazi verdi più belli e affascinati di Roma. Anche qui, uno schifo senza eguali – di mozzafiato resta solo l’olezzo che invade vicoli e strade. Lo spettacolo è sconfortante: quello che doveva essere un giardino pubblico, a pochi passi dal Colosseo, non è altro che una discarica vergognosa. Turisti e visitatori sono così impegnati a fotografare l’immondizia – è possibile anche questo! – da non rendersi neanche conto che alle loro spalle c’è il monumento simbolo dell’antica grandiosità di Roma. Nessun bambino, nessuna famiglia, solo vagabondi impegnati a consumare la loro dose quotidiana di birra, tra panni stesi, coperte, bivacchi, fontane con acqua putrida e rifiuti galleggianti.

Ma parliamo ora del problema sicurezza, nota dolente – anch’essa – del centro e della periferia capitolina. In particolar modo, del raccapricciante caos all’interno delle stazioni della metro, emblema di quell’atavico clima di insicurezza che, come uno spettro, aleggia su turisti e cittadini che, quotidianamente, si recano  a lavoro con i mezzi pubblici. Le tensioni e gli episodi di “microcriminalità” in stazioni e convogli non sono certo una novità  e non mancano, nemmeno, situazioni estreme, come i numerosi casi di aggressioni e violenze che, da anni, riempiono le pagine dei quotidiani. È un pomeriggio qualsiasi sulla banchina metro di Spagna. Un  gruppetto di ladri rom ostruiscono l’entrata in banchina. La tecnica è semplice, ma “efficace”. Con uno scatto felino, un istante prima della chiusura delle porte del vagone, le zingare – sono soprattutto ragazzine minorenni –  sfilano il portafoglio dalla tasca di una vittima inconsapevole, la quale non può far altro che assistere inerme al maltolto subito. E tutto ciò, signori, avviene quotidianamente. Tutti sanno, nessuno agisce. Un quadro surreale di menefreghismo, in piena “tradizione” italica, così radicato da stupire, oramai, solo i turisti increduli e impauriti.

E ancora, macchine parcheggiate ovunque, sporcizia e incuria, quasi fosse un’ostentazione autolesionista dell’inciviltà. Nessuna pista ciclabile, nessuna area pedonale – in netta controtendenza con le politiche di altri capitali europee, circa la pedonalizzazione del centro storico. Siamo tanto assuefatti allo squallore da non farci neanche più caso.

Roma, come avrete capito, è una città stremata, sull’orlo di un baratro profondo e oscuro. A ben guardare, la Capitale e il suo degrado non sono altro che lo specchio di noi stessi. È vero, Roma ha vissuto lunghi periodi di decadenza. Da Nerone ai barbari, passando per la corruzione odierna che palpita nelle istituzioni e nella politica. Tante volte è perita, tante volte è risorta. La questione, certamente, non verte sulla sua bellezza o sul suo degrado. Piuttosto, dovremmo capire chi sono le persone che la vivono quotidianamente, contestualizzando il tutto alla “filosofia di vita” di questo “strano” periodo storico. Oggigiorno, viviamo nel mito – anch’esso decadente – del trionfo del capitalismo e della banalità: le metropoli occidentali sono divenute “grandi centro di shopping”, con i loro ipermercati, luci accecanti e suoni assordanti per consumatori inebetiti dal conformismo dilagante. Chi ha soldi entra, chi non li ha è spinto verso una periferia di emarginazione e degrado.

Ma, anche questo tempo finirà e ne verrà un altro. Noi giovani, cammineremo tra le rovine della “pseudo opulenza” odierna. Ci sarà – ne siamo certi – un nuovo corso, una stagione intermedia di bellezza e sobrietà che sempre segue una tragedia collettiva. E allora, rimembreremo  un tempo di stupidità dilagante quando, dopo essere entrati, entusiasticamente, nel paese dei balocchi, diventammo tutti somari, vittime, neanche troppo inconsapevoli, di un’inconsistenza “filosofica e culturale”. E, forse, conquisteremo nuovamente gli antichi fasti che ci vedevano “geniali” inventori, artisti, scopritori. Torneremo, devotamente, a valorizzare la bellezza che circonda le nostre vite, senza mortificarla con l’indifferenza. Forse, un giorno…