Il palcoscenico libico e il fantasma dell’opera

Il palcoscenico libico e il fantasma dell’opera

Il Presidente americano ricorda molto Erik, il fantasma dell’opera, che con la sua bella voce seduce e ammalia. Ma quello che accade sotto il palcoscenico, dove va in scena l’Opera, è mostruoso. Si ribadisce quella che sembra la migliore soluzione: fare della Libia un protettorato italo-francese, lasciando fuori americani, turchi ed egiziani. Riuscirà l’Europa, per una volta, a battere un colpo?

Occhi nuovamente puntati sulla Libia. Accantonata momentaneamente la situazione in Siria, alcune dichiarazioni del Presidente americano Obama hanno scosso il panorama dei rapporti inter-diplomatici. Il refrain proveniente da Washington, negli ultimi giorni, è sempre lo stesso: il caos che si è venuto a creare sul suolo libico è dovuto all’opportunismo di Francia e Inghilterra. Sarkozy e Cameron si sarebbero gettati a testa bassa nel conflitto del 2011, approfittando dell’intraprendenza dell’alleato d’Oltreoceano, senza badare al dopo Gheddafi. Obama li ha definiti, perciò, free-rider, “scrocconi”. La logica conclusione è quella della necessità di un nuovo intervento americano, militare, strategico e politico, in Libia, per risolvere la situazione e arginare l’Isis.

Dichiarazioni che hanno il sapore di endorsement per il candidato democratico Hillary Clinton. La ex-first lady e Segretario di Stato della prima amministrazione Obama è sempre stata tra i “falchi” della politica estera americana. Non si può dimenticare il ruolo propulsore che ebbe ai tempi della campagna libica del 2011. Scaricare le colpe del fallimento sugli europei attenuerebbe di molto le responsabilità di una scelta che, di fatto, favorì i jihadisti, provocando l’attuale vuoto di potere. Un caos generale che proveremo a dipanare con il presente articolo, con lo scopo di dimostrare che sono stati proprio gli americani gli artefici dell’attuale situazione.

Tre, attualmente, sono i principali schieramenti in campo, anche se, in realtà, vi è una frammentazione totale fra milizie, sotto-milizie, tribù e fazioni di ogni tipo. Da una parte, abbiamo il governo “ufficiale” di Tobruk, guidato da Abdullah al-Thani e fiancheggiato dalle milizie di  Khalifa Belqasim Haftar, stanziato nell’Est del paese (Cirenaica), mentre a ovest (Tripolitania) abbiamo il governo di Tripoli, saldamente nelle mani della coalizione “Alba della Libia”, con netta predominanza dei Fratelli Musulmani”; infine, abbiamo le milizie dell’Isis che controllano Sirte e il relativo Golfo. Inoltre, si registrano vere e proprie bande di jihadisti, ognuna con la propria origine specifica, sia storica che territoriale. Da segnalare, per completare il quadro, che vi sono due istituzioni rappresentative – si fa per dire: il Congresso Nazionale Generale, con sede a Tripoli, dominato dai Fratelli Musulmani, e la Camera dei Rappresentanti, con sede trasferita a Tobruk (originariamente doveva riunirsi a Bengasi), sotto l’ala protettiva di Haftar.

Come se le cose non fossero già abbastanza complicate, l’ONU ha deciso, con delibera del 19 dicembre 2015, di istituire un Governo di Unità Nazionale, in grado di superare le divergenze tra Est e Ovest. A capo di questo Governo dovrebbe esserci Fayez al-Serraj, con un Gabinetto formato da membri di entrambe le parti in conflitto (escluso l’Isis, ovviamente), ma senza il generale Haftar. L’ostacolo maggiore è, finora, rappresentato dal voto negativo del Parlamento di Tobruk, il quale non vede di buon occhio il passaggio del comando militare dal fidato Haftar al neonato Consiglio Presidenziale Libico. La soluzione imposta dall’Onu – che ha affidato a Martin Kobler il delicato compito di creare un governo occidentale in Libia, con cui programmare l’invasione americana (di questo, infatti, si tratta) – non piace neanche agli egiziani, anch’essi “fan” del generale Haftar.

Ma chi è, vien voglia di chiedersi a questo punto, l’imprescindibile Haftar? Khalifa Belqasim Haftar è un ex comandante dell’esercito di Gheddafi, che nel 1987 fu assoldato, finanziato e armato durante la guerra in Ciad, dove fu fatto prigioniero dagli Stati Uniti, per rovesciare il “cane pazzo” (simpatico soprannome che Reagan affibbiò al defunto dittatore libico) e instaurare un governo filo-americano in Libia. Qualcuno sostiene che sia legato alla CIA (strano a credersi). Nel 2011, rientra in patria per guidare l’insurrezione contro Gheddafi, scalando i gradi dell’esercito del Consiglio Nazionale di Transizione. Non pago, nel febbraio 2014, dapprima proclama sciolto il governo libico, venendo subito smentito da Ali Zaydan; poi, a partire da maggio, guida l’operazione “Dignità”, assaltando militarmente la fazione islamista di stanza a Bengasi. Si può affermare che questo episodio sia alla base del crollo della già fragile situazione post-Gheddafi. La conseguenza è la guerra civile che, in questo momento, è sotto gli occhi di tutti. Ed è questa fragilità che ha favorito l’insediarsi di Isis a due passi dalle nostre coste.

In tutto questo, come fa Obama a dare la colpa agli europei? Il Presidente americano ricorda molto Erik, il fantasma dell’opera, che con la sua bella voce seduce e ammalia. Ma quello che accade sotto il palcoscenico, dove va in scena l’Opera, è mostruoso. Si ribadisce quella che sembra la migliore soluzione: fare della Libia un protettorato italo-francese, lasciando fuori americani, turchi ed egiziani. Riuscirà l’Europa, per una volta, a battere un colpo?