Museologia e Tradizione. Intervista a Riccardo Rosati

Museologia e Tradizione. Intervista a Riccardo Rosati

Intervista a Riccardo Rosati, autore di Museologia e Tradizione, ed. Solfanelli. Un viaggio attraverso un mondo, quello dell’Arte e del Museo, spesso sconosciuto (colpevolmente) da noi Italiani, titolari di un patrimonio culturale che, forse, non ha eguali nel mondo. Attraverso il Bello, sarà possibile salvare il nostro Paese?

Riccardo Rosati è una delle personalità più interessanti del panorama intellettuale italiano “non ufficiale”. La sua capacità di spaziare fra i più vari campi di interesse, sempre con un punto di vista interessante, dalla Museologia agli studi di Yamatologia, dal Teatro al Cinema fino ai Fumetti, passando per gli studi su Evola e gli altri maestri della Tradizione, non rende mai banale una conversazione con lui.

Oggi, abbiamo chiesto di poter parlare con lui di Musei. Non solo perchè è uscito un suo testo molto interessante, Museologia e Tradizione, ed. Solfanelli, ma anche perché, sulla materia, è autore di numerosissimi articoli per Il Borghese, dove cura una rubrica in materia.

Partiamo da una domanda apparentemente facile. Che cos’è un museo? Te lo chiedo perché, a vedere alcune collezioni, sembra di assistere a un’esibizione di trofei, mentre in altri si assiste a qualcosa di più profondo, qualcosa che richiama la Cultura nel senso più alto del termine.

La domanda delle domande! Non esiste, purtroppo, una idea univoca di Museo. Molti studiosi, e le relative scuole di pensiero, hanno la propria. Ultimamente, va molto di moda l’interpretazione anglosassone – come in tutto, del resto – che attribuisce a questa Istituzione una funzione essenzialmente educativa – si vedano le teorie della nota accademica Eilean Hooper Greenhill. Malgrado la mia formazione inglese, in questo campo sono molto italiano, dunque, per me il Museo è il tempio della Bellezza e della memoria. Inoltre, io sposo in pieno il pensiero del mio Maestro nel settore dei Beni Culturali, Francesco Sisinni, conosciuto al tempo di un Master che frequentai alla LUMSA. Considero il Museo una visione, come scrissi nel mio libricino La visione nel Museo (2005). Ovvero, la idea di “museo come concetto astratto” o meglio come “stato mentale”. Gallerie, pinacoteche, antiche biblioteche, questi sono tutti luoghi della memoria. Prendiamo, ad esempio, un grande scrittore e uomo di cultura come André Malraux. Egli ha suggestivamente spiegato che il Museo non può essere pensato solo come semplice luogo fisico. Per converso, la sua essenza travalica la tridimensionalità del nostro quotidiano, così da divenire immagine, idea. Ecco, allora, una visione di “museo concettuale”, le cui stanze sono le nostre riflessioni sul Bello e sul passato. Questi luoghi, autentici templi della euritmia di forme e pensieri, ci appartengono come lascito storico dei nostri Padri ed è nostro compito tutelarli e valorizzarli.

Perché i musei italiani, che potenzialmente sono i più ricchi del mondo, ad oggi non hanno lo stesso numero di visite di altri più “alla moda”, ma forse meno interessanti (ogni riferimento alla Francia è puramente casuale)? Cosa sbagliamo?

Tutto, ecco quello che sbagliamo. La radice è marcia nel profondo: noi non sappiamo nulla dei nostri musei, del tesoro sommerso nei depositi! Da anni scrivo, poi, di non confondere mai il numero dei visitatori con la qualità di una determinata collezione. I francesi, ma pure gli americani, gli inglesi e i tedeschi, sono funesti maestri nel vendere talvolta “fumo”, declamando di avere il meglio del meglio, quando questo è quasi sempre falso. Wikipedia – o Wikimenzogna, come preferisco chiamarla io – aiuta a diffondere numeri senza qualità. I musei stranieri sostengono puntualmente di possedere migliaia e migliaia di pezzi, mentre è assai difficile conoscere la vera entità di una raccolta. Uno va all’estero, credendo di vedere qualcosa di importante, per poi trovarsi sovente a pensare: “tutto qui?”.

Nulla conosciamo del nostro sterminato patrimonio universale, quasi sempre il primo al mondo in ogni settore. Ciò malgrado, ci propinano continuamente la favola del Louvre –  il museo di rapina per eccellenza – quando, invece, i nostri Vaticani ne fanno francamente polpette del museo parigino. Molto è colpa degli addetti ai lavori: impreparati, esterofili e che vedono nel Museo soltanto una occasione per la propria carriera. Le soprintendenze, prima di essere sciaguratamente smantellate da Renzi & Co., funzionavano in un modo molto simile alle nostre disgraziate università… basta un pochino di fantasia per capire il resto.

Che rapporto esiste tra il museo e la Tradizione? Come ha inciso la modernità sulla museologia?

La modernità ha distrutto il Bello, di conseguenza anche la istituzione museale. A lungo si è decantato il Guggenheim di Bilbao, ma nessuno si chiedeva mai cosa contenesse. La Tradizione, dal canto suo, mira alla sostanza in ogni ambito della esistenza, alla pura essenza; nel caso del Museo, alla sua collezione permanente, la quale racconta una storia ben precisa. Non esiste sintesi più perfetta della Tradizione nel mondo fisico del Museo.

Numeri, spesso gonfiati, ecco cosa è la museologia oggi. Il tutto accompagnato da una confusa idea di “didattica museale”. Un autentico marketing del Museo, fatto di spot e tanta megalomania. Mi vengono, a tal proposito, in mente le parole del politico e studioso britannico James Bryce (1838 – 1922): “to mistake bigness for greatness”, che sintetizzano perfettamente il regno della quantità, instaurato in tutti i settori della vita dalla cultura americana; persino in uno così particolare quale la museologia, visto che l’arte vive ormai di dimensione e cifre e non più di sostanza!

Tutto questo e di più l’ho scritto un mio recente libro: Museologia e Tradizione, uscito per la casa editrice Solfanelli.

Spesso nei tuoi articoli (anzi nelle tue invettive!) parli delle collezioni nascoste nei magazzini, veri e propri tesori. È un problema di mancanza di fondi o di trascuratezza politica?

Noi italiani, da bravi perdenti autolesionisti, seguiamo belanti la irritante spavalderia straniera, ignorando che abbiamo cose che gli altri spesso si sognano di avere, e non mi riferisco esclusivamente all’arte classica e rinascimentale. Il vero problema è che c’è un mondo sommerso nei depositi dei nostri musei, uno scandalo, qualcosa di inqualificabile. Potrei citare centinaia di casi, adesso, su due piedi, mi viene in mente la straordinaria collezione orientale del Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini di Roma, che non ha mai visto la luce. Per non parlare di interi musei smantellati e messi nelle scatole, alcune volte con raccolte di livello mondiale. Pensiamo al Museo Coloniale e a quello Geologico sempre nella Capitale. I nostri politici sono così grottescamente ignoranti che non sanno neppure dove si trovi la Cappella Palatina; figuriamoci se possiamo aspettarci qualcosa da loro.

Mancano i soldi? Per cortesia, in un Paese dove lo spreco è il dogma.

Cosa proporresti per rilanciare il nostro patrimonio museale? Che ne pensi delle scelte di Franceschini?

Di  Franceschini penso tutto il male possibile; l’ho scritto e lo rifarò. Che dire? Il massimo che questo grande “trombato” del PD riesce a fare è scambiare la valorizzazione col turismo, obbedendo ai diktat dell’attuale Premier. Per gente come Renzi, conta solo ed esclusivamente il danaro. Allora, il Bello esiste quando porta un guadagno, mica perché, come invece dovrebbe essere, è la unica cosa che permetta all’uomo di rivelarsi un po’ meno bestia di quello che è, a causa della sua natura oscura, come pensava Joseph Conrad.  

Per valorizzare il nostro ineguagliabile Patrimonio sarebbe sufficiente fare l’ovvio: spendere adeguatamente i fondi, mettere la cultura al primo posto e premiare le competenze individuali. Ciononostante, è inutile sperare, giacché della Cultura in Italia non importa proprio a nessuno, nemmeno a quelli che se ne riempiono la bocca, sia a destra che a sinistra.

In questi numerosi anni di ricerca museologica, ho avuto modo di confrontarmi con una quantità pressoché infinita di operatori nel settore dei Beni Culturali. Immancabilmente è venuto fuori che costoro parlavano di musei, ma non li andavano a vedere! Sarebbe a dire che questi sedicenti studiosi si sentono in dovere di visitare un Museo solo quando ne hanno bisogno per questioni di lavoro, concentrandosi unicamente sulle collezioni afferenti al loro particolare campo di studi. Perciò, un curatore della sezione indiana di un museo orientale, mettiamo a Roma, per quale motivo dovrebbe mai visitare la sontuosa raccolta del Museo delle Poste e Telecomunicazioni, con sede all’EUR? Non gliene può importare di meno. Ecco, la cultura in Italia è in mano a questi qui, i quali, malgrado siano dei privilegiati, non fanno altro che lamentarsi di quanti pochi soldi guadagnino, non accorgendosi di avere l’onore di svolgere un lavoro di rara importanza e che alla fine porta con sé pubblicazioni, viaggi di ricerca in giro per il mondo e partecipazioni a convegni, tutto ovviamente a spese dello Stato.