Dal concerto europeo all’accozzaglia UE

Dal concerto europeo all’accozzaglia UE

Esisteva un tempo, nel corso del secolo XIX, il Concerto Europeo, ossia il sistema di congressi ripetuti e di politiche comuni riviste dai rappresentanti diplomatici delle varie cancellerie d’Europa. Il là alla strutturazione di tale sistema di relazioni diplomatiche, fondato sul concetto di equilibrio e di pari dignità tra le corone e le nazioni d’Europa, veniva dal cancelliere austriaco von Metternich, il quale scorgeva che solo una politica concordata tra le varie potenze avrebbe potuto evitare degli sconquassi simili a quelli dell’era napoleonica e, allo stesso modo, la riaffermazione in Europa di quei principi che erano stati gli scopritori del vaso di Pandora della Rivoluzione.

Quanto è distante l’Europa di oggi da quegli intenti e da quell’intelligenza politica…

Oggi l’Europa, la grande e antica Europa, l’Europa che, come osservava de Bonald, per citare un autore della Restaurazione coevo di Metternich, “sebbene sia la più piccola parte del mondo, l’Europa cristiana lo domina per intero, in virtù del suo genio, dei sui bisogni e dei suoi interessi”, più che organizzarsi in concerto sembra ridotta a mera accozzaglia di mediocri rappresentanti suoi.

Per ogni dove lo si guardi, il nuovo edificio dell’UE, che pretenderebbe di fare l’Europa dissolvendone e annullandone le parti costitutive, sembra pericolante e ben avviato sulla via del suicidio.

Se ne ha evidenza chiarissima nella vergognosa trattativa di questi giorni con la Turchia, che passa nell’apatia e nell’indifferenza generale dell’assopita opinione pubblica. Nella trattativa si sono aggiunti altri punti al donativo di tre miliardi di euro che l’UE vorrebbe concedere alla Turchia per gestire una crisi che essa stessa in gran parte ha generato, fomentando in ogni modo – ivi compreso lo spalleggiamento del Califfato dell’ISIS – la guerra contro il legittimo governo di Assad.

Quante somiglianze tra tali generose elargizioni, spacciate come “dovere umanitario”(sebbene nessuno apra la bocca sui “doveri umanitari” di Ankara nel Kurdistan), e le infelici politiche tardo-imperiali di quando gli imperatori, d’Oriente e Occidente, pagavano i signori dei popoli extra limes, affinché lasciassero incolumi le terre dell’impero, ottenendo così solo il discredito del proprio nome presso di essi e l’estemporaneo risultato di aver procrastinato il redde rationem con lo straniero di qualche istante.

A questa arrendevolezza innanzi il turco, si diceva, se ne aggiungono altre ancora più viscide.

Il discutere di concedere liberi visti per l’Europa per tutti i cittadini turchi non è infatti una meschina maniera per far sì che questa nazione, la Turchia, estranea all’Europa per geografia, storia, cultura, religione ed interessi, metta già, nascostamente ma neanche troppo, il proprio piede nell’Unione che si vorrebbe europea?

Che dire poi, a riguardo di quest’ultima vicenda, di come la UE sia disponibile a sacrificare dei suoi stessi membri, vedi Cipro, i cui rappresentanti, nonostante le chiare proteste, sono ignorati e messi da parte, come se la Turchia ancora oggi non stia occupando militarmente la parte nord dell’isola?

Il triste quadro che dà l’accozzaglia europea è quello per il quale la sua stessa dirigenza pensi solo ad annichilire l’Europa, garantendo che la sua invecchiante popolazione possa trovare sostituzione nelle più giovani genti dell’Africa e dell’Asia. La nostra Laura Boldrini, coi suoi tweet, o Angela Merkel, colle sue conferenze agli industriali tedeschi, almeno sono candidamente esplicite nell’attestare che l’inverno demografico europeo si risolve non con politiche volte al benessere della Famiglia, ma innestando in Europa masse di popolazioni straniere, sic et simpliciter.

Che poi l’essere umano sia qualcosa di più di un versatore di contribuiti INPS, questo, invece, non l’ha pensato nessuno.

Tuttavia, se questo è il fosco quadro, è anche da riconoscere che, per la prima volta da molto tempo, su di esso stiano comparendo delle chiare increspature.

Due in particolare, per dire solo delle più significative: la Brexit e il gruppo di Visegrad.

Come detto, queste sono increspature, crepe ma non ancora spaccature per l’edificio UE.

Eppure, resta che questi due dati possono costituirsi in un grave vulnus per questa Unione.

In primo luogo la Brexit: comunque andrà il referendum sull’uscita o meno del Regno Unito dalla UE, resterà il precedente di una grande nazione che ha esternato la possibilità concreta di abbandonare l’Unione. Se vincerà il sì alla Brexit, la Gran Bretagna rinegozierà in via bilaterale, come fanno già la Norvegia o la Svizzera, gran parte dei propri trattati commerciali e dimostrerà che uscire da un’Unione politica si può fare senza che accada nulla di particolarmente drammatico; se, viceversa, vincerà il no, il precedente di una domanda di uscita sarà comunque incancellabile e così il trattato di status speciale ottenuto dal governo conservatore di Londra, il quale, se i partiti conservatori o presunti o sedicenti tali del resto del continente avessero giusto un po’ più di british selfishness, sarebbe facilmente impugnabile per una replica indirizzata a similari conservazioni del proprio interesse nazionale (oltre che della conservazione della propria nazione in quanto tale).

In secondo luogo, il gruppo di Visegrad: il quartetto di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, rappresenta un altro inedito per la politica europea contemporanea.

La denominazione di gruppo è solo informale, ma per la prima volta la UE sembra avere al proprio interno un gruppo organizzato di Stati, con politiche convergenti, in aperto dissenso con la linea di Bruxelles.

Molti fatti fanno comunque essere cauti rispetto all’entusiasmo che questo potrebbe causare, ad esempio lo storico timore della Russia in queste nazioni, specialmente in Polonia, spinge, ad esempio, ad allentare i legami con un’istituzione come la UE, per rinsaldarli, invece, con una come la NATO. Inoltre, è da riconoscere che questi quattro restano ancora paesi periferici rispetto al cuore dell’Europa, in particolare a livello economico, per il quale, essendo ricevitori netti dalla UE di fondi e investimenti, sono facilmente ricattabili.

Tuttavia, solo la piccola Slovacchia si è legata mani e piedi all’Eurotower di Francoforte aderendo all’euro, mentre certamente le altre tre nazioni, tutte ancora con una Banca Centrale nazionale, si possono permettere parte di questo loro dissenso.

Come si possa sviluppare la situazione di tali nazioni è ancora incerto e potrebbe essere affrettato parlare di già, in particolare per i casi di Budapest e Varsavia, di “democrature” (termine dispregiativo per indicare il misto dei termini democrazia e dittatura, e dunque uno Stato di “democrazia guidata”, secondo la nozione russa di democrazia guidata ad un potere effettivamente capace di difendere l’interesse e l’identità nazionale).

Come si diceva, il quadro è fosco, così tanto che non riesce ad esserlo senza generare conseguenze e reazioni. La speranza è che queste increspature non si esauriscano in meri e passeggeri fuochi fatui, ma in occasioni reali per l’avvio di una vera e propria crisi di questa anti-Europa che si chiama UE.