Peggio dello zingaro!

Peggio dello zingaro!

Quant’è bravo Luca Marinelli!

Quanto splendidamente veste, in Lo chiamavano Jeeg Robot, i panni di Fabio Cannizzaro, lo “zingaro”, il farabutto di periferia, che, trucido, spietato e malato di protagonismo, privo di qualsiasi accenno di coscienza, è capace di tutto, dal sesso col travestito all’omicidio degli amici!

Il coprotagonista di questo noire fantasioso, ispirato ad un cartone animato e inaspettatamente profetico, si incarna oggi nei corpi senz’anima di autentici assassini.

Eppure persino lui, il narciso stralunato e stravolto che va a Buona Domenica e canta a petto nudo in discoteca, è migliore di loro.

Volete sapere perché?

Perché lo zingaro rischia!

È dunque meglio lo zingaro del bel Alexander Boettcher che ha distrutto volti e vite con l’acido, senza nemmeno la gagliardia di una scazzottata che mettesse a repentaglio il turgore dei suoi inutili muscoli e i lineamenti del suo delicato faccino da bambolotto cattivo e senza palle!

Meglio lo zingaro che spara, mitra contro mitra, ad altri delinquenti!

Meglio lui che Freddy, il camionista furbastro che non ha mai comprato un libro, l’inutile ballerino, tutto soldi e salsa, che invita ad un incontro amoroso la sua donna, la intrappola in una casa isolata, la uccide per questioni di quattrini, troppi e sporchi, e inscena, maldestramente spalleggiato da due femmine del suo stesso rango, una pantomima ripugnante.

Ed è preferibile il delinquente di Marinelli anche a Gabriele De Filippi, oggi maschio barbuto, ieri donnina in gonnella e parrucca che – giovanissimo amante di congeneri, con tanto di benedizione materna! – a differenza dell’eroe bastardo del film, non uccide per vendetta, né per fare “il botto grosso”, ma per sfilare ad una donna sola, di mezza età, non bella, tragicamente illusa ed incredibilmente ingenua, 180.000 euro, risparmi suoi e dei suoi anziani genitori.

Sono però Foffo e Prato gli emulatori perfetti dello zingaro! Non una ditta di mutande sexy, come il nome e la vita dei due suggerirebbero, ma una coppia, gay e strafatta, di bellocci annoiati – animatori della drogatissima movida omosessuale romana – che, tra un’orgia e l’altra, si danno alla rete in pose da modelli mancati, alla ricerca di quella visibilità che pure lo zingaro fortissimamente vuole e dappertutto insegue: in televisione e nelle discoteche,  esibendosi svestito, idolatra di icone pop e del suo immane ego da “fijo de ‘na supermignotta” come lui stesso, non ignaro di sé, si definisce!

I due – strafatti di cocaina a riempire tutto il nulla che sono – torturano e finiscono a coltellate nel cuore un amico con la identica feroce leggerezza con cui Fabio Cannizzaro massacra il complice che gli ha fornito il cellulare del colore sbagliato; con la rabbiosa disinvoltura con cui fa slegare i cani perché divorino il sodale reo di volerlo lasciare.

Successivamente, tra un tentativo di suicidio (l’accenno di un pentimento?) e una notte passata col cadavere, gli epigoni dello zingaro confessano tutto, con la facilità con la quale due esuberanti ladri di galline potrebbero ammettere di averne messe troppe in pentola.

Quel cattivo che, nelle intenzioni del bellissimo film di Gabriele Mainetti, avrebbe dovuto essere eccessivo, spropositato e assurdo, surreale e patetico, s’è trovato a competere con una realtà dannata che, incredibilmente, lo sopravanza… se non per crudeltà, certo per vigliaccheria!

Dio ci aiuti!