Europa libera

Europa libera

L’Europa è oggi la prima potenza commerciale e la seconda potenza economica del mondo. Da sola, l’Unione europea rappresenta un quarto del Prodotto interno lordo mondiale. La sua moneta unica è già la seconda moneta di riserva internazionale dietro il dollaro. Forte di 372 milioni di cittadini, dopo l’ampliamento all’Europa centrale e orientale, diventerà la prima potenza demografica del mondo occidentale. Il suo sistema educativo e la qualità delle sue popolazioni le consentono di produrre delle élites in tutti i campi della ricerca fondamentale. Il suo patrimonio archeologico, storico, letterario, musicale, tecnologico e scientifico figura fra quelli più ricchi del pianeta. Madre della filosofia, i suoi concetti, le sue idee e le sue rappresentazioni irrigano una tradizione di pensiero ininterrotta da quasi tremila anni. Insomma: l’Europa possiede oggi tutte le carte necessarie per detronizzare gli Stati Uniti d’America dalla loro egemonia ed imporsi, senza complessi, come la prima potenza mondiale.

Però non vuole – non ancora – assumersi la responsabilità storica di un simile compito. Offre la propria ricchezza al saccheggio di un sistema liberale mondiale di sfruttamento. Lascia espatriare le proprie élites verso gli Stati Uniti, che, se venissero privati delle risorse offerte dalla fuga dei cervelli, verrebbero relegati al rango di media potenza in termini di creatività scientifica e tecnologica. Abbandona la propria difesa ad un’Alleanza governata da Washington, assoggettando la propria diplomazia comune, ancora allo stadio embrionale, ai diktat di un paese che non ha esitato a bombardare ancora di recente uno dei suoi popoli. Sta cancellando, nello spazio di alcune generazioni, un’identità multimillenaria nello svaccamento della società dei consumi e nell’abbrutimento della società dello spettacolo. Si sta costruendo, infine, in modo confuso, attraverso un’Unione Europea che non osa affermarsi per quello che è – lo zoccolo di uno Stato federale a vocazione continentale – e troppo spesso appare all’opinione pubblica semplicemente come un Parlamento di politici-fantasma, una Commissione di tecnocrati onnipotenti e una Corte di magistrati pignoli.

Non si può valutare la situazione attuale dell’Europa se non la si colloca nel più ampio contesto del nuovo ordine mondiale che è in via di emersione da quando è caduto il muro di Berlino. L’ordine delle nazioni nato nel 1648 con i trattati di Westfalia, era durato centocinquant’anni; quello del Congresso di Vienna cento; quello di Yalta appena quaranta. Queste trasformazioni sempre più rapide segnalano l’apparizione di un nuovo “Nomos della Terra”, per dirla con Carl Schmitt, cioè del sistema ordinatore globale attraverso il quale il mondo raggiunge l’equilibrio.

Il primo Nomos della Terra fu quello delle civiltà più o meno autarchiche dell’Antichità e del Medioevo: al suo interno, l’Europa conobbe i suoi primi tentativi di unificazione attraverso l’Impero Romano, il Papato e l’Impero romano-germanico.

Il secondo Nomos fu quello della divisione: le nazioni europee, a partire dal Rinascimento, si pongono in concorrenza per la colonizzazione del mondo e il dominio dell’Europa: l’epoca si conclude con la grande guerra civile trentennale (1914-1945), nel corso della quale il nostro continente ha perso i figli migliori.

Il terzo Nomos si è articolato attorno all’ordine bipolare Est-Ovest, scontro ideologico tra il liberalismo e il comunismo, scontro geopolitico tra la Terra (potenza continentale sovietica) e il Mare (potenza marittima americana).

Da quando è caduto il Muro di Berlino siamo entrati nel quarto Nomos della Terra, che è contrassegnato dalla ricomposizione del mondo in grandi aree di civiltà. I “terzi esclusi” dell’ordine di Yalta – India, Cina, Giappone, mondo arabo-musulmano, Africa, ecc. – si sono modernizzati, pur respingendo, in modo progressivo oppure brutale, le abitudini e i valori dell’antico padrone occidentale. Nondimeno, questa multipolarità del mondo per adesso è solo virtuale, perché una sola civiltà, gli Stati Uniti d’America, occupa attualmente una posizione egemonica nei sei ambiti della potenza: tecnologico, economico, finanziario, militare, mediale e culturale. L’obiettivo degli americani è semplice: ritardare, per quanto possibile, la trasformazione dell’universum occidentale in pluriversum planetario. Malgrado le apparenze, il loro principale avversario non è né la Cina né il mondo musulmano, bensì l’Europa: basta che quest’ultima si liberi della loro tutela affermando la propria sovranità e gli Stati Uniti perderanno il controllo quasi esclusivo del mondo, trovandosi obbligati a venire a patti con le potenze emergenti. L’Europa ha perciò nelle sue mani il destino del mondo: gli europei non ne sono consapevoli, gli americani sì. La spedizione punitiva contro la Jugoslavia, facendo da sfondo dell’ampliamento della Nato, mirava innanzitutto a riaffermare la loro condizione di predominio sul Vecchio Continente, ricostruendo nel contempo la vecchia cortina di ferro tra Europa occidentale ed Europa orientale.

La globalizzazione a direzione occidentale reca in sé un altro mutamento: attraverso il gioco degli scambi e la circolazione dell’informazione, restringe il pianeta e rende le diverse civiltà istantaneamente presenti a se stesse. Omogeneizzatrice in superficie, essa si rivela altresì differenziatrice in profondità: contrariamente a quanto accadeva in tutte le epoche precedenti, la nostra identità si alimenta della consapevolezza immediata dell’alterità. Ne risulta, per gli europei, un sentimento di comune appartenenza di cui Hermann Keyserling aveva saputo discernere la genesi già prima della guerra, scrivendo: “L’Europa non si costituisce per effetto del movimento paneuropeo o di un altro movimento simile, ma quest’ultimo è possibile solo perché rappresenta una tendenza primaria che vive di vita propria. L’Europa si costituisce perché ciò che vi è di comune in tutti gli europei assume un’importanza sempre maggiore rispetto a ciò che li separa, di fronte ad un’umanità non europea diventata pericolosamente più prossima e assai superiore in forza materiale”. Un francese si sentirà tale a Berlino, ma un francese e un tedesco si sentiranno europei a Algeri, Istanbul, Pechino o New York.

Indipendentemente da qualsiasi giudizio che si possa esprimere sul suo conto, la costruzione europea si nutre prima di tutto della “tendenza primaria” costituita dal grande rassemblement dei popoli europei all’interno di un pianeta globalizzato. Tutti i nostri popoli sono posti di fronte agli stessi fattori di decomposizione o di conflitto, e di fronte al pericolo l’unione è stata sempre più vantaggiosa della disunione. Tutti i nostri popoli recano impresso nella memoria il terribile bilancio delle guerre fratricide del XX secolo e nessuno di essi desidera ricadere in quella follia collettiva: 150 guerre e 80 milioni di morti in due secoli. Tutti i nostri popoli sono considerati “europei” sia dai partners che dagli avversari, e quand’anche volessimo negarlo, la storia ci rimanderebbe ormai a questa comune appartenenza.

La caduta del Muro di Berlino e l’emergere del quarto Nomos della Terra assumono inoltre per l’Europa un significato particolare. Per la prima volta da dieci secoli a questa parte, la nostra civiltà può pensarsi in termini di continente. Le divisioni religiose (cattolici, ortodossi, protestanti) hanno perso una parte della loro forza. Le divisioni nazionali si mantengono nell’ordine linguistico e culturale, ma scompaiono nell’ordine economico, militare e politico. Le divisioni ideologiche sono state dissolte assieme al comunismo. Momento storico decisivo: dal Capo Nord allo stretto di Gibilterra e dall’Atlantico al Pacifico, gli europei riscoprono a poco a poco ciò che hanno in comune, fondato su un medesimo sostrato antropologico, su una memoria di lungo periodo condivisa, su scambi e prestiti culturali incessanti, su un modo di essere certamente differenziato ma prima di tutto diverso da quello delle civiltà che lo circondano. La corsa secolare verso Occidente è compiuta e ormai ristagna nel kitsch californiano: gli europei reimparano a guardare verso l’Est, verso l’Oriente siberiano dove sorge il sole. La vocazione dell’Europa è ormai quella di essere pienamente europea, vale a dire di riunire i popoli che sono stati dispersi dai secoli. Ciò include ovviamente la Russia (nella forma istituzionale transitoria di un partenariato) ed esclude evidentemente popoli che sia la storia sia la geografia separano dall’Europa, come la Turchia e il Maghreb. L’Europa è diventata uno spartiacque ideologico.

Per quanto possano apparire estranee al nostro tema, queste considerazioni generali formano il retroterra della costruzione europea che ci è familiare e che, da qualche anno, alimenta i dibattiti: pro o contro i trattati di Maastricht, di Amsterdam, la moneta unica, la maggioranza qualificata, la supremazia del diritto comunitario? Attraverso queste domande e le rispettive risposte ci imbattiamo oggi in tre tipi di atteggiamenti nei confronti dell’Europa, che corrispondono a:

– chi, come noi, si rende conto dei difetti dell’Europa, ma si propone di correggerli all’interno della stessa dinamica della costruzione europea;

– chi è soddisfatto dell’Europa tecnomercantile integrata nell’Occidente e vede il nostro futuro come quello di un grande mercato pacifico aperto ai quattro venti, posto sotto la protezione dell’ombrello americano e in comunione spirituale con l’umanitarismo planetario (di questo tipo di persone non diremo niente, perché esse non hanno niente da dire);

– chi desidera tornare indietro, cioè bloccare l’emergere dello Stato federale europeo e riaffermare la sovranità nazionale.

Quest’ultimo settore, minoritario ma in fase ascendente, viene in genere definito “sovranista” o “nazional-repubblicano”. In Francia, è incarnato da un largo spettro di personalità che vanno da Chevènement [ministro socialista degli Interni, ndr] a Mégret [capo del Mouvement National, scissione del Front National] e da Pasqua [gollista dissidente dal Rpr] a Le Pen in campo politico, da Debray a Coûteaux e da Gallo [socialista] a Pujo [maurrassiano] in campo intellettuale. Questo polo ideologico trasversale, in disaccordo su questo o quel dettaglio, si trova però d’accordo sul punto essenziale: i difetti intrinseci dell’Unione europea saranno corretti solo con un puro e semplice ritorno alla sovranità nazionale. Questa scelta drastica, alla quale di solito si accompagna un’esibita ostilità alla globalizzazione liberale e all’egemonia americana, seduce una frangia non trascurabile dell’opinione pubblica. E bisogna riconoscere che i sovranisti trovano a volte i loro migliori alleati in seno ad una tecnocrazia europea alcune delle cui caratteristiche – l’ossessione per i regolamenti, l’insignificanza politica e il giuridicismo moralizzatore – offrono facili bersagli.

Tuttavia, se si esaminano da vicino le loro critiche, ci si rende rapidamente conto dei loro equivoci e delle loro contraddizioni. I sovranisti rimproverano ad esempio all’Europa l’assenza di volontà politica, che si traduce nell’inesistenza di una difesa e di una diplomazia comuni, nonché in un’incertezza sugli obiettivi fondamentali dell’Unione. Auspicando che le istituzioni europee ritornino al voto all’unanimità invece che a maggioranza qualificata, i sovranisti si muovono però in direzione di una completa impotenza dell’Europa politica, giacché a loro avviso ogni decisione deve essere assoggettata all’approvazione dell’intero insieme dei suoi membri. In altri termini, le loro proposte aggravano il male che condannano. Comunque la si battezzi – “Europa delle patrie”, “Europa delle nazioni” o “Europa degli Stati”, la confederazione resta sempre una costruzione sbilenca, minacciata di paralisi o di implosione ogni volta che si manifesta una divergenza di ordine economico, militare o diplomatico. O gli interessi delle nazioni europee convergono, e di conseguenza esse devono dotarsi di un’unità politica superiore che incarni tale convergenza, oppure tali interessi divergono e non si vede con quale mano invisibile il fumo negli occhi confederale trasformerà gli egoismi nazionali in bene comune europeo.

I “sovranisti” operano in effetti un vero e proprio dirottamento di senso: non sono tanto degli amanti della sovranità, che potrebbero benissimo difendere e promuovere su scala europea, quanto piuttosto dei nostalgici dello Stato nazionale – cioè dei nazionalisti, per usare il linguaggio classico della politologia. D’altro canto, se l’esistenza di uno Stato venisse posta in correlazione con il desiderio di sovranità e di indipendenza espresso dai suoi dirigenti in carica, non bisognerebbe sciogliere soltanto l’Unione europea: la Francia di Jacques Chirac dovrebbe conoscere immediatamente la medesima sorte! Un mostro tecnocratico? Certo… ma non tanto quanto lo Stato francese!

Seconda critica dei sovranisti: l’Unione europea è un mostro tecnocratico e burocratico, lontano dai popoli, sofferente di un cronico deficit di democrazia, vampirizzato da una Commissione che esercita poteri esorbitanti al di fuori di qualunque controllo politico efficace. Queste lagnanze sono in parte fondate e non spetta certo alla Commissione decidere il calibro delle sigarette, la data di apertura della caccia al colombaccio o il tenore di latte crudo dei formaggi. Anche in questo caso, tuttavia, l’instaurazione effettiva (e non formale) del principio di sussidiarietà, l’unico in grado di correggere questo slittamento verso la tecnocrazia, presuppone che l’Europa si doti di una Costituzione o di una Carta accessibile a tutti i suoi popoli, che fissi in maniera chiara la ripartizione dei poteri e delle competenze a livello regionale, nazionale e federale. Solo un’autentica federazione dell’Europa la farà sfuggire al regno dei burocrati cooptati. Quanto poi agli innamorati della Repubblica francese una e indivisibile, farebbero bene a guardare a quel che accade a casa loro. Ci sono troppi funzionari europei? Sono 17.000 alla Commissione di Bruxelles (per 378 milioni di europei), ma 35.000 per la sola città di Parigi. Sono troppo lontani dai popoli? Il Consiglio costituzionale francese ha decretato l’inesistenza del popolo corso senza che, a nostra conoscenza, la Commissione europea abbia fatto lo stesso con il popolo francese. E il Comitato delle regioni dell’Unione Europea prende un po’ più in considerazione la realtà dei paesi carnali e delle lingue minoritarie di quanto non facciano gli incendiari di capanne, i soffocatori di idiomi e gli imbastigliatori di autonomisti. Il deficit democratico? La critica (indubbiamente fondata) fa sorridere quando proviene da un paese il cui governo rappresenta a malapena il 20% degli iscritti nelle liste elettorali e in cui quasi cinque milioni di elettori si sono trovati ancora di recente privi di rappresentanti all’Assemblea nazionale. Insomma: i difetti che i sovranisti imputano all’Europa si riscontrano facilmente in Francia. Per una semplice ragione: l’Europa e la Francia sono affette dallo stesso male, ovvero da una concezione troppo centralizzatrice e autoritaria dell’esercizio del potere.

Terza critica abitualmente ascoltata: la costruzione dell’Europa indebolisce la Francia e assicura la preponderanza della Germania. Poiché nessuna federazione può esistere senza federatore, l’Unione Europea sfocerebbe inesorabilmente nella supremazia germanica. La recente alleanza tra le borse di Londra e Francoforte, l’estensione dell’influenza economica e culturale della Germania nell’Europa centrale e orientale, la reticenza dei tedeschi ad opporsi agli Stati Uniti in campo strategico (in cambio di una presunta benevolenza nei confronti del loro “espansionismo” centroeuropeo) e il lancio dell’Euro sulla base di criteri di convergenza ispirati alla politica del Deutschmark forte sembrano accreditare questo punto di vista. Tuttavia, a nostro avviso, questo modo di vedere è il prodotto di un completo errore di prospettiva – al punto che, dall’altra sponda del Reno, i sovranisti tedeschi fanno risuonare le stesse lamentele dei colleghi francesi, ritenendo a loro volta che l’Unione europea stia sciogliendo una nazione tedesca che pure ne è, sin dall’origine, la principale contribuente sul piano finanziario. Dato che i sovranisti sono ghiotti di storia e di geografia, non si può che consigliar loro di aprire un qualsiasi manuale, grazie al quale potranno constatare che la Germania non è la Sardegna e che tanto la sua storia millenaria quanto la sua collocazione geografica centrale la destinano ad occupare un ruolo di primo piano nell’edificazione europea. Invece di disperarsi del fatto che i tedeschi riacquistino l’influenza di cui hanno naturalmente goduto nel corso dei secoli, i francesi farebbero bene a sviluppare, assieme agli spagnoli, agli italiani e ai greci la grande politica mediterranea che l’Europa attende. Invece di gettare uno sguardo sospettoso sulla penetrazione tedesca in Polonia, in Croazia o in Alsazia, i francesi ci guadagnerebbero se difendessero con un po’ più di vigore e costanza la francofonia nel mondo. Invece di agitare lo spettro del Terzo Reich, i francesi dovrebbero compiacersi del consolidamento democratico del regime tedesco, condizione indispensabile della stabilità e della sicurezza dell’Europa. Quanto al migliore mezzo per spezzare l’asse Francoforte-Londra-New York, esso consiste sicuramente nello sviluppare l’asse Parigi-Berlino-Mosca, invece di fantasticare sulle alleanze di aggiramento che tanto affascinarono le cancellerie della Terza Repubblica e tanti danni causarono ai popoli europei. Occorre smettere di interpretare l’Europa del XXI secolo con gli occhiali del XIX secolo, cioè di considerarla alla stregua di un gioco a somma zero in cui tutto ciò che è vinto da una nazione è perso da un’altra. Non siamo più nella condizione di doverci chiedere quale nazione debba dominare l’Europa, ma come le nazioni europee possano sfuggire, insieme, al dominio americano. Non siamo più nella condizione di affrontarci per interposte colonie, ma di trovare assieme delle soluzioni allo straripamento demografico delle nostre ex colonie. Non siamo più nella condizione di produrre più frumento, carbone o acciaio dei nostri vicini, ma di creare assieme dei poli industriali abbastanza potenti da poter fronteggiare una concorrenza planetaria.

Che l’Unione Europea presenti dei difetti, nessuno lo nega – neppure i membri della Commissione o del Parlamento di Strasburgo! Ma la vera domanda è: che cos’è meglio, una “cattiva Europa” o nessuna Europa? Noi preferiamo la prima opzione, per vari motivi. In primo luogo perché la necessità fa la legge, e l’Europa risponde appunto a una necessità per gli europei. In tre decenni abbiamo completamente cambiato epoca: la popolazione dell’umanità è raddoppiata; il volume degli scambi è più che decuplicato; il Terzo mondo decolonizzato si è lanciato a sua volta nella corsa alla produzione; l’esplosione della comunicazione ha attraversato le frontiere e si fa beffe dei territori; il potere lo si conquista tramite un’influenza immateriale più facilmente di quanto non lo si mantenga tramite una costrizione materiale esercitata su una popolazione; le fortezze vengono rimpiazzate da poli e le piramidi da reti; le sfide di potenza si misurano su scala continentale; gli equilibri mondiali reclamano una diplomazia di civiltà.

Conseguenza di queste evoluzioni: l’era dello Stato nazionale sovrano e indipendente si è chiusa. L’era dello Stato nazionale si è chiusa. Questa forma politica corrispondeva in maniera ottimale alle necessità di un’altra epoca, che si è protratta dal Rinascimento al XX secolo, dall’invenzione della stampa a quella della ferrovia, dalla guerra tra le religioni a quella tra le ideologie. È ormai superata in un’epoca in cui il potere non viene più esercitato dal vertice alla base su un territorio circoscritto, ma si è dilatato in un complesso incastro che si estende dal locale al mondiale. Non è questione di rimettersi passivamente ad un qualche “senso della storia”: ogni epoca cristallizza la volontà politica in contesti che le sono adatti. Alessandro viene dopo Pericle, Napoleone dopo Filippo il Bello. Allo stesso modo, se la politica è un’essenza immutabile legata all’indeterminatezza dei fini ultimi, le forme politiche si trasformano incessantemente: i greci pensavano in termini di città; i medievali in termini di Impero, di Papato e di feudalità; i classici e i moderni in termini di Stati nazionali, eccetera. In questo nuovo contesto, rifiutare l’Europa per ritornare allo Stato nazionale significa privare gli europei del contesto indispensabile all’affermazione della loro sovranità, della loro potenza e della loro indipendenza. Il complesso di Astérix – 60 milioni di Galli di fronte a 6 miliardi di esseri umani – è divertente nei fumetti ma costernante in politica.

Una trasformazione di questo genere significa la fine della Francia? Bisogna essere alti funzionari per crederlo. La costruzione europea non annulla tutte le prerogative degli Stati nazionali: sopprime in compenso la confisca di sovranità organizzata da quattro secoli a questa parte dalla concezione contrattualista e assolutista del potere. E poi l’identità non va confusa con la sovranità. L’edificazione di uno Stato federale europeo al livello di vertice e l’instaurazione di veri governi regionali al livello di base ridurranno sicuramente i poteri dello Stato francese: non per questo faranno scomparire la nazione francese, cioè la cultura francese, la lingua francese, le tradizioni francesi, questa eredità storica che viene da lontano e che lo Stato ha contribuito un tempo a far emergere ma che oggi vive, e domani sopravviverà, in sua assenza. Già vent’anni fa sulle colonne di questa rivista [“Éléments”] scrivevamo che la Francia avrebbe potuto essere il “detonatore dell’Europa”. Questo rimane vero, perché la Francia, confluente delle etnie e delle culture dell’Europa occidentale (germano-nordica, celtica e latina), ha saputo esprimere nel corso dei secoli uno spirito singolare, spirito combattivo affinato a corte, lo spirito emergente dal particolare e portato all’universale che fece un tempo del francese la seconda lingua comune del continente dopo il latino. Insufflare un po’ di quello spirito nell’Europa, e non tenerlo chiuso nel suo museo esagonale: questa è oggi la vera sfida per gli eredi del genio francese.

La seconda ragione per preferire una “cattiva Europa” all’assenza di Europa sta nel fatto che l’Unione Europea non è poi così cattiva. Anche se è opportuno evitare un eurottimismo credulone, non si deve rimanere prigionieri, all’inverso, della duplice immagine deformata dell’Europa che è trasmessa dai suoi sostenitori liberali e dai suoi avversari nazionalisti. Sotto la grisaglia di conferenze intergovernative degne di Courteline si possono scorgere, infatti, metamorfosi dense di significato. L’Unione Europea, in primo luogo, ha cambiato nome e, così facendo, ha oltrepassato il ristretto contesto economicistico della Cee di un tempo. In secondo luogo ha dato vita all’Euro, prima moneta comune degli europei dai tempi del regno di Augusto, primo serio concorrente del dollaro sulla scena internazionale e prima concretizzazione sul piano quotidiano della nuova coscienza continentale. L’egemonia di Wall Street si nutre dell’onnipotenza del dollaro nei formulari del commercio mondiale, nelle transazioni sul mercato dei cambi e nelle emissioni di obbligazioni internazionali: il tempo di questa supremazia senza rivali è agli sgoccioli. Ci si duole, a ragione, dell’indipendenza della Banca centrale europea, ma si può scommettere che si tratta di un’indipendenza destinata, con l’andar del tempo, a diventare tanto formale quanto lo è quella della Federal Reserve americana, che non sembra davvero agire contro gli interessi superiori degli Stati Uniti. La moneta è prima di tutto un attributo della sovranità e Wim Duisenberg, primo direttore della Bce, non ha giocato a nascondino quando ha dichiarato, nel giorno della sua nomina: “il mio compito è eminentemente politico”. L’Unione europea tende peraltro a favorire l’emergere di poli socioeconomici interni fondati sulla prossimità geografica e sull’affinità etnoculturale piuttosto che sulle centralizzazioni nazionali di un tempo (è la politica degli “archi” regionali teorizzata da Bernard Dézert). Ed inoltre continua, a partire dal suo nucleo franco-tedesco, ad affermare la propria volontà di allargamento rapido ad Est. Soprattutto, l’Unione Europea non sfugge all’effetto di trascinamento tipica della legge dei sistemi: malgrado tutta la cattiva volontà di élites troppo spesso acquisite all’ideologia del libero scambio, l’Europa si trova costretta ad affrontare sul piano commerciale i suoi avversari, in prima fila gli Stati Uniti. Dietro l’apparente calma di negoziati internazionali ovattati vediamo da alcuni anni moltiplicarsi gli scontri: l’accordo multilaterale sugli investimenti, le banane, gli aiuti all’agricoltura, il manzo agli ormoni, gli organismi geneticamente modificati, la lotta contro il protezionismo mimetizzato degli americani (defiscalizzazione dei guadagni commerciali delle loro imprese), lo scandalo della rete di spionaggio Echelon, eccetera. Impegnandosi in questo modo nella guerra commerciale, i funzionari di Bruxelles danno ragione a quanto Nietzsche scriveva ne La volontà di potenza: “I piccoli Stati d’Europa […] diventeranno insostenibili economicamente, viste le esigenze sovrane delle grandi relazioni internazionali e del grande commercio che reclamano l’estensione suprema degli scambi universali, il commercio mondiale. Il denaro da solo obbligherà l’Europa, prima o poi, a coagularsi in un’unica massa” (libro IV, aforisma 71). Noi siamo arrivati a quello stadio: ormai è importante superare la fase economica e monetaria, dandole una correzione sociale, una direzione politica e una determinazione storica, e raccogliere così la sfida che all’inizio del 1999 ci ha lanciato il direttore della rivista statunitense “Foreign Affairs”, Fareed Zakaria, scrivendo: “Lungo l’intero corso del XX secolo gli europei hanno incessantemente ripetuto agli americani che il denaro non era tutto. Adesso tocca al Vecchio Continente fare questa esperienza”.

Oltre all’idolatria dello Stato nazionale e alla denigrazione sistematica, un terzo pericolo aspetta al varco gli europei: quello del purismo, che consiste nel rinviare ad un indefinito futuro l’emersione istituzionale dell’Europa, con il pretesto che essa non corrisponde all’immagine ideale che ci se ne è fatti. Così, gli irriducibili dell’Europa dalle cento bandiere non apprezzeranno l’Europa di Bruxelles perché non riconosce l’immediata necessità di una suddivisione etnoregionale del continente; gli irriducibili dell’Europa federale riterranno che essa accordi ancora troppa importanza alla sovranità nazionale; gli irriducibili dell’Europa confederale la riterranno viceversa decisamente troppo federale per i loro gusti; gli irriducibili dell’Europa unitaria rimpiangeranno che non si avvii nella direzione di uno Stato di tipo giacobino che impone con il forcipe la nascita di una nazione europea. E via di seguito. Ma l’Europa ideale che, riunendosi in un piccolo comitato, si edifica sulla carta, in fondo a uno scantinato o attorno a un bicchiere di vino, ha tanto poche probabilità di vedere la luce quante ne ha la Gerusalemme terrestre.

La politica è anche l’arte del possibile: chi rifiuta questo vincolo si rinchiude ben presto nella metafisica o nell’idealismo. Quali direzioni per l’Europa del XXI secolo? Viceversa, il realismo non equivale al fatalismo: il fatto che l’Europa “perfetta” non esiste non è una ragione per evitare di impegnarsi a perfezionare l’Europa. In quali direzioni? Prima di tutto, l’Europa deve conciliare la potenza e l’identità, cioè dotarsi di tutto ciò che le serve per la lotta economica, commerciale, tecnologica e militare, senza per questo produrre un’indifferenziata società di massa. Contrariamente al mondo anglosassone, il nostro continente ha saputo sviluppare formule economiche che non si ispirano ad un liberalismo puro, fondato sulla deregolamentazione sistematica degli scambi: modello colbertista francese (rilancio volontaristico da parte dello Stato), modello cooperativo tedesco (economia sociale di mercato), modello reticolare lombardo, fiammingo e anseatico (tessuto di piccole imprese familiari competitive), ecc. Sul piano interno, abbiamo tutti interesse a comparare e combinare questi modelli, che hanno saputo produrre uno sviluppo duraturo, piuttosto che a lanciarci in una corsa alla redditività a breve termine. Il “modello sociale europeo” oggi in gestazione si ispira a questo rifiuto della legge della giungla: il suo approfondimento in direzione di una simultanea crescita della competitività e dell’equità, della volontà e della libertà, dell’efficacia e della solidarietà, può fare del nostro continente un polo di attrazione ben più seducente degli Eldorado americano o asiatici.

Sul piano esterno, l’Europa ha vocazione a ristabilire la preferenza comunitaria, abbandonata dal trattato di Maastricht, mentre tutti i suoi concorrenti praticano in maniera aperta o dissimulata il protezionismo. Questa riforma dovrebbe accompagnarsi ad una tassazione dei movimenti di capitali speculativi alla frontiera europea (“tassa Tobin”), i cui introiti potrebbero alimentare i fondi strutturali di ridistribuzione del bilancio federale (soprattutto per ammortizzare gli “choc asimmetrici” provocati dall’unificazione monetaria). L’Europa unita è infine chiamata a far sentire tutto il suo peso per imporre, in occasione delle conferenze internazionali sull’ecologia, misure di ritorsione contro i paesi inquinatori – Stati Uniti in testa – che, in mancanza di interlocutori all’altezza, silurano da dieci anni ogni decisione mirante a regolare il loro sfrenato consumismo. L’Europa deve poi conciliare autorità e libertà, cioè fondare una sovranità europea che non alieni l’autonomia delle sue componenti nazionali e regionali. In questo ambito risiede la principale carenza dell’Unione Europea: la sua indifferenza ai popoli, le cui scelte pure formano l’unico fondamento di legittimità del potere democratico. La chiave risiede nell’applicazione del principio di sussidiarietà, formalmente enunciato dal trattato di Maastricht ma regolarmente violato dal funzionamento delle istituzioni (senza che la Francia ne sia turbata, peraltro, dal momento che quel principio la obbligherebbe a porre mano a una vera regionalizzazione, che continua invece a respingere). Il principio di sussidiarietà enuncia che nessuna autorità può travalicare la sua sfera di competenza, essendo l’autorità superiore sempre limitata dall’estensione e dalla potenza dell’autorità inferiore. In altri termini, non spetta a Bruxelles determinare la larghezza dei marciapiedi di Bordeaux, ma non spetta a Bordeaux decidere se si debba intervenire o no in Kosovo. L’Unione sarà prima o poi chiamata a proporre ai suoi cittadini una Costituzione chiara (invece di trattati illeggibili) che stabilisca la priorità della legittimità democratica sulla confisca tecnocratica. La sussidiarietà alimenta infatti il “federalismo dal basso”, fondato sulla democrazia partecipativa: l’Europa deve ormai pensarsi come un continuum politico che va dal locale al continentale, passando attraverso il regionale e il nazionale, senza che alcuno di questi livelli pretenda di assumersi in esclusiva l’insieme delle prerogative di sovranità nei vari ambiti. All’interno di questo edificio istituzionale, la regola deve essere la “presunzione di potenza illimitata”, come la definisce John C. Calhoun, della più piccola unità costitutiva: i membri autonomi della federazione dispongono della pienezza della potenza pubblica, salvo nei casi in cui la Costituzione dispone esplicitamente in senso contrario. Questa concezione organica del federalismo, che ha dietro di sé una lunga tradizione europea (da Marsilio da Padova ad Altusio, da Occam al Cusano e da Dante a Proudhon), risolve la falsa questione del “federatore” dell’Europa. Affermare che non esiste federazione senza federatore significa in realtà rimanere prigionieri dell’immagine delle unificazioni assolutistiche e autoritarie dell’Europa – Papato, Napoleone, Hitler, Stalin –, che corrispondono non alla forma federale e imperiale della sovranità, ma alla sua forma nazional-statale e imperialista.

La terra della diversità. L’Europa deve infine conciliare l’unità e la diversità, cioè acquisire una coscienza comune a vocazione universale che non sia la negazione del radicamento in contesti particolari. L’idea di una “nazione europea” omogenea contraddice la specificità stessa del nostro continente. Sulla carta del mondo, l’Europa si distingue, infatti, per la straordinaria densità di vivi e morti. Da nessun’altra parte si trova riunita in così poco spazio una simile varietà di lingue, di costumi, di folclore, di paesaggi, di tipi antropologici, di stili architettonici, di forme religiose. Da nessun’altra parte si vedono così sovrapposti gli strati di diecimila anni di una storia in permanente metamorfosi. Dall’unità primigenia è derivata la pluralità dei mondi slavo, germanico, nordico, celtico, latino, greco; pluralità che in seguito si è incarnata in nazioni e province. Di converso, questa fioritura delle forme culturali incessantemente trasmesse, comparate, modificate e meditate ha definito i contorni singolari dello spirito europeo. Come scriveva Jean-Marie Domenach, “l’europeo non è un rappresentante di un’identità qualunque, ma un amante della storia. Non ha un’identità, ma una personalità”. E solo la storia impregnerà nelle mentalità il senso di una comune appartenenza. L’Europa può essere considerata un’idea “astratta”? Né più né meno della Francia al tempo di Clodoveo o della Germania all’epoca di Ottone I. Perché l’Europa prenda carne, ci vorrà lo spessore di varie generazioni. Ci vorrà altresì la volontà dei suoi chierici nella reinterpretazione della sua storia alla luce dell’unità piuttosto che della divisione: Lepanto, i Campi catalaunici, Poitiers, Vienna e alcune altre di quelle battaglie che videro gli europei uniti nel sangue versato di fronte a un avversario comune: la koinè greca, l’università medievale, il pensiero francese del XVIII secolo, la filosofia tedesca del XIX e del XX secolo e alcune altre di quelle comunioni fondatrici che spinsero gli europei a riconsiderarsi, magari in maniera critica, a partire da una medesima base. Bisognerà, infine, come sottolinea Jérôme Clément, presidente di Arte [rete culturale televisiva francese] e a questo titolo poco sospettabile di “estremismo identitario”, “volere l’Europa culturale”, e volerla in un senso quasi offensivo: “È quando si oppongono agli altri che gli europei si esprimono con maggiore chiarezza. Ebbene: i termini della lotta da sostenere sono, da questo punto di vista, radicali. Voglio essere chiaro: la minaccia della diluizione, o addirittura della scomparsa, delle nostre identità nazionali e della nostra identità comune europea è seria […] Non è normale che Los Angeles appaia più vicina di Berlino o Parigi ai polacchi e ai cechi. E che i film americani, i loro letterati o i loro pittori siano, a Parigi come altrove, più conosciuti delle opere dei paesi vicini, così vicine alle nostre”. Basterebbe che le élites europee di domani fossero convinte di questa anormalità, e l’Europa potrebbe finalmente nascere a se stessa sulle rovine dell’Occidente.

Da quando i greci hanno dato all’Europa, oltre al nome, la filosofia, la storia, la geografia, la retorica, la logica, le matematiche, la fisica, la metafisica, la tragedia e alcuni altri piaceri dello spirito, gli europei hanno imparato a trasmettere il loro prezioso lascito coniugando il particolare e l’universale, la costruzione di sé e la distanza da sé. Perlomeno i “buoni europei”, questa forma massimamente esigente dell’umanità, che ci si aspetta sempre di veder nascere ad ogni generazione, e che Nietzsche definiva così: “Gli eredi dell’Europa, eredi ricchi e sazi, ma eredi altresì infinitamente debitori di vari millenni di spirito europeo”. Già nel 1929, Ortega y Gasset lo sottolineava: “Se passassimo in rivista il nostro patrimonio intellettuale e spirituale – teorie e norme, aspirazioni e ipotesi –, constateremmo che le sue radici non sono, per la maggior parte, ancorate alle nostre rispettive patrie, bensì al nostro comune lascito europeo. In ognuno di noi è l’europeo a prevalere sul tedesco, sullo spagnolo, sul francese”. Edgar Morin dice, dal suo canto, che l’Europa è “complessa” nel primitivo senso del termine: complexus, ciò che è stato tessuto assieme. A chi sa giudicare le distanze con il dovuto distacco, ogni filo intrecciato dalla storia fa apparire a poco a poco l’opera. Nella misura in cui si profila come comunità di destino, l’Europa si ripensa come comunità di nascita. Il più antico ridiventa il più attuale, le fratture si rinsaldano. Il divenire dell’Europa richiede la conoscenza della sua origine: l’Impero rinasce all’aurora.

(Articolo ripreso da Diorama Letterario)