OSLO, NORWAY - OCTOBER 11: . A picture of the 2010 Nobel Peace Prize Laureate Liu Xiaobo is seen at The exhibition ?Be Democracy? at The Nobel Peace Center on October 11, 2014 in Oslo, Norway. (Photo by Ragnar Singsaas/Getty Images)

L’arroganza delle democrazie

Tempo fa, come ormai noto, l’intera mediocrazia occidentale ha celebrato, con grandissima enfasi e unanime entusiasmo (il Corriere della Sera, addirittura, nelle prime tre pagine!), il Nobel per la pace assegnato al dissidente cinese Liu Xiaobo.

Occorre che il mondo intero capisca, una volta per tutte, che nessun paese può aspirare alla sopravvivenza se non si prostra umilmente agli unici regimi legittimi: quelli demo-liberali!

Ciò significa che tutte le nazioni debbono accettare in toto l’armamentario ideologico delle democrazie partitiche, anche se evidentemente superato dalla storia e dalla logica.

Vuol dire quindi accettare e far proprio il capitalismo e il liberismo economico.

Vuol dire accettare il perverso sistema mondialista, ossia la globalizzazione.

Vuol dire sottoscrivere e credere ciecamente agli inviolabili “diritti dell’individuo”, che, inevitabilmente, finiscono per debellare i diritti dei popoli, cancellando per sempre le loro specificità culturali, etniche e religiose.

Significa, per tutti, adottare la nuova fede universale: quella della tolleranza e dell’uguaglianza, anche e soprattutto nei confronti di ciò che è indegno e incompatibile con le più elementari leggi di natura.

Infine, ma l’elenco potrebbe continuare a lungo, tutti gli Stati devono accettare la “sacralità” della libertà informazione, di espressione e di opinione (ovviamente, delle opinioni pre-confezionate dalla mediocrazia stessa). Così che, fra mille opinioni strombazzate da giornali e TV, nessuno mai saprà la verità: è il trionfo del relativismo sulla verità oggettiva.

La Cina quindi, che appunto, secondo gli schemi dell’occidente americanizzato, viola i sacrosanti principi demo-liberali, doveva ricevere uno smacco, almeno morale.

Così come ogni giorno l’Iran, e il suo presidente liberamente scelto dal popolo sovrano, deve ricevere gli umilianti “richiami” dal “libero” Occidente.

E non è un caso che il premio Nobel a Liu Xiaobo sia giunto subito dopo che la Cina, dall’alto della sua sovranità politica e monetaria, abbia posto un netto rifiuto a USA e Europa alla richiesta di apprezzare la sua moneta, lo Yuan, nei confronti di dollaro ed euro, così da favorire le loro agonizzanti economie.

La Cina, arrogante e presuntuosa, non vuole evidentemente finire nel tritacarne della crisi americana ed europea ed evidentemente non accetta i diktat delle centrali di potere insediate sui troni delle grasse e rapaci banche cosmopolite.

Mantiene perciò le sue due borse ben distinte ed ermeticamente separate: una aperta agli scambi internazionali e l’altra chiusa agli investitori o speculatori esteri.

Non è possibile leggere in altro modo il significato dell’attribuzione del Nobel.

I giornalisti dei grandi media, servili e benpensanti fino alla nausea, e soprattutto vigliacchi nel prostrarsi al potere della grande finanza, esaltano le nobili virtù del dissidente, fino all’altro ieri sconosciuto ai più.

Tutti i paesi “civili” ne chiedono la liberazione, così come è accaduto per la famosa donna reclusa in Iran con l’accusa di complicità nell’omicidio del marito: dall’Europa agli USA e al Dalai Lama, è un gran coro di proteste e piagnistei!

Poche righe sul Corriere ci raccontano del personaggio insignito del Nobel, considerato un sovversivo dal governo cinese.

Ci dicono che veniva da New York (tutti i “prescelti” provengono da lì, come nuovi messia…) dalla Columbia University, una mente superiore, un intellettuale liberal.

Un bel giorno del 1989, mentre guardava la TV, apprende che c’è in atto una rivolta nel suo paese natio: Piazza Tienanmen è occupata da migliaia di giovani che sfidano i carri armati del regime.

Parte quindi dagli USA per raggiungerli. Così inizia la sua rivoluzione: insieme ad altri intellettuali, convince gli studenti alla resa in modo pacifico (ci volevano gli intellettuali per convincere i dimostranti, non bastava l’esercito…), evitando così un massacro e una tragedia molto più grave.

L’accademico, democratico e sincero (e perciò buono di natura) torna in USA e continua i suoi viaggi di ateneo in ateneo per tutto l’occidente, sognando un’altra Cina più libertaria; un’America gialla, forse.

Contribuisce perciò a stilare la “Charta 08”, un paio d’anni fa, un documento che critica l’assetto della Repubblica Popolare e invoca il rispetto letterale delle libertà e dei diritti sanciti dalla Costituzione.

Attenzione, quindi: come tutti gli anticomunisti liberali, non vuole una patria dove giustizia, tradizione e ricerca tecnico-scientifica procedano vincolati a una superiore volontà politica, incarnata in uno Stato gerarchico, dalla connotazione virile e lontano dalle logiche partitocratiche. No, invoca solo una vaga e non ben definita “libertà”.

Il governo cinese, a questo punto, interviene e lo fa arrestare, insieme ad altri intellettuali.

E finalmente, dopo due anni, arriva il Nobel per la pace (perché poi “per la pace”?).

Bisogna che ci si intenda finalmente su una cosa, in modo da smascherare i tanti ciarlatani che affollano i partiti istituzionali cosiddetti “di destra” e la Lega Nord, tutti presi dall’ardore anticomunista, come ai “bei tempi” degli anni ’70-’80.

L’occidente americanizzato non critica il comunismo cinese per la sua essenza materialista ed atea. All’occidente importa solo che la religione inviolabile del libero mercato si diffonda anche presso i paesi “canaglia”, come Cina e Iran.

Del resto è evidente il disinteresse mostrato nei confronti delle persecuzioni subite dai cattolici cinesi e da altre minoranze religiose, vittime di un’ideologia che ancora oggi vede le religioni come “l’oppio dei popoli”.

Sappiamo come il comunismo abbia fallito sul piano economico e, infatti, la Cina ha abbracciato, almeno in parte, il capitalismo.

Ma ha evidentemente trionfato sul piano morale: il sistema mondialista e internazionalista, oggi imposto dal capitalismo, è il sogno marxista che si realizza in tutto il suo splendore! Non più frontiere o barriere per capitali ed esseri umani, non più una religione e un costume per ogni popolo, ma mille religioni e un solo costume per tutti (quello USA…) non più padri e madri a vegliare sull’educazione dei figli, ma “agenti” esterni, più proni al potere: asilo, scuola (con gli psicologi-maestri) e televisione.

Quindi, possiamo ben affermare che il comunismo ha perso la sua ragion d’essere e la sua attrattiva sulle masse perché si è realizzato e compiuto nel capitalismo.

A parte la difesa della proprietà privata, i sistemi comunista e liberal-capitalista avevano troppo in comune e, alla fine, quello più debole ha finito per fondersi in quello più forte. D’altronde, la fotografia di Yalta è emblematica e starà lì, nei secoli, a denunciare la collusione fra le due ideologie criminali, fra le due teste dello stesso drago: Churcill, Roosvelt e Stalin, seduti fianco a fianco, sorridenti e compiaciuti, sulle rovine di un’Europa che aveva riconosciuto nei due sistemi economici e nelle due visioni del mondo un unico e irriducibile nemico.

Il nemico, allora, non è più solo il comunismo, è il liberismo di matrice massonica, è, perciò, il mondialismo americano.

Per tornare al Nobel, non credo, per quello che ho letto, che il premiato sia un sostenitore della sovranità nazionale e monetaria della patria. Ciò che non accetta, e con lui i suoi sostenitori occidentali, è la forma autoritaria di governo, il fatto che non siano dei partiti liberisti a spartirsi il potere.

È certo un uomo che ha del coraggio, e che nei laogai (i campi di concentramento cinesi) e nelle prigioni sta pagando a caro prezzo per le sue idee.

Ma i mass-media avrebbero avuto lo stesso interesse per lui, se fosse stato un nazionalista non solo anticomunista, ma anche antimassonico e antiliberale? Non credo.

Abbiamo visto, tempo fa, i piagnistei isterici della Lega per l’indipendenza del Tibet: chiedevano, per l’occasione insieme ai radicali, l’indipendenza della piccola provincia cinese, della “Padania gialla”. Ma come pensano che si possa governare un impero di 1,3 miliardi di anime? Con la partitocrazia? Il sistema partitico fallisce nelle piccole nazioni, figurarsi in Cina…

Persino un convinto democratico come Ernesto Galli della Loggia, con un editoriale sul Corriere, è arrivato a tale conclusione.

Questi apologeti dell’indipendentismo ad oltranza sono la rovina dei popoli.

E anche quando si parla di etnie, il Sistema mondialista ha due pesi e due misure: per i media i separatisti tibetani sono buoni, quelli islamici del nordovest un po’ meno, quelli della Mongolia interna e i manciù – ex etnia dominante del Celeste Impero,  che durante la guerra era schierata apertamente con i giapponesi e con l’Asse – non vengono mai menzionati, è come se non esistessero.

Certo, un cambio di regime in Cina, che faccia finalmente tabula rasa dell’armamentario ottocentesco marxista, libererebbe quelle forze nazionalistiche e tradizionali che, ad oggi, non possono esprimersi. Ma occorre ammettere che ci sarebbe anche il rischio che, abbandonando il materialismo comunista, potrebbe insediarsi un altrettanto pericoloso regime democratico filo-americano, altrettanto materialista e, per giunta, disposto ad appoggiare gli USA nelle sue interminabili guerre al terrorismo. Non si potrebbe neppure escludere a priori, in caso di destabilizzazione, la possibilità di scontri interni, di lotte intestine, un ritorno all’epoca dei “signori della guerra” e relativi contraccolpi migratori con conseguenze ben immaginabili, visto l’enorme potenziale bellico e demografico della Cina.

Noi europei, e soprattutto noi italiani, abbiamo bisogno di politici più pragmatici, che sappiano immaginare e realizzare una nuova realtà geopolitica, una federazione di Stati europei condotta da un’elite carismatica e di elevata statura morale e intellettuale. Un risorto impero europeo, degno della propria missione nella Storia, che – fatta salva, al suo interno, la difesa più intransigente dell’Europa da tutte le invasioni, incluse quelle islamica e cinese – sappia fare le dovute distinzioni e valutazioni in politica estera.

Nella politica mondiale, nuove alleanze si impongono, quindi, nel futuro del Vecchio continente: la Cina, la Russia e l’Iran sono al momento le uniche potenze che sfidano, più o meno apertamente, l’arroganza militare e ideologica americana. Sul piano della politica estera, non sono ad oggi nazioni nemiche.