Com’eri bella Roma mia! (parte 2)

Com’eri bella Roma mia! (parte 2)

Vivere nelle periferie non è facile. Esse sono, sempre più, il simbolo del disagio urbano. Ridotte ad una polveriera, incubatrice di possibili conflitti e disagio sociale sono abbandonate, irrimediabilmente, al loro destino.

Esistono barriere invisibili in grado di separare individui, classi sociali; mura immaginarie, capaci di dividere persone e luoghi di una stessa città; realtà e contesti urbani agli antipodi. Parliamo delle periferie, oggi più che mai, emblema di disagio sociale, di malessere di vivere. Una condizione critica aggravata, nel volgere di pochi anni, dalla devastante crisi economica e dai suoi inevitabili effetti nella vita delle città, che hanno prodotto pesantissime ricadute in termini di emergenza sociale, abitativa e sul fronte della mobilità.

Tentando di articolare concettualmente il significato del termine “periferia”, che  nella sua accezione contemporanea descrive un luogo di marginalità assoluta, possiamo notare come, quest’ultimo, sia stato grossolanamente distorto. Roma, nello specifico, conta circa 4 milioni di abitanti e solo poco più di 120 mila abitano nel centro storico. Ciò significa che, quella che superficialmente si è soliti definire periferia, è il cuore pulsante della città, in cui risiede la stragrande maggioranza delle persone.  

Ma facciamo un passo indietro. Correvano gli anni ’70 , in pieno boom economico oltre un terzo della popolazione capitolina viveva nelle famigerate borgate. Il marcato fenomeno dell’emigrazione dal meridione d’Italia, con tutte le sue implicazioni di natura sociale, innescò un’escalation di esclusione, che culminò con la nascita dei cosiddetti “borghetti”. Interi quartieri furono, per anni, caratterizzati dalla presenza delle tristemente celebri “baracche romane.” Braccianti, operai, disoccupati: un cospicuo numero di individui vivevano in una totale condizione di alienazione ed emarginazione.  Tale ghettizzazione assunse, nell’immaginario collettivo di un ceto medio in continua ascesa, un significato che travalicava gli aspetti sociali e umani, assurgendo a vera e propria metafora di segregazione tra poveri e ricchi. E fu in quel contesto che la periferia iniziò ad allontanarsi da chi, tra agio e benessere, misconosceva o ignorava una realtà che coinvolgeva l’esistenza di migliaia di persone.   

Sembra passato un secolo da quella Roma popolare, in cui le difficoltà quotidiane si intrecciavano indissolubilmente con le mutazioni urbanistiche di una città impreparata ad ospitare una così vasta mole di persone. Tuttavia, ancora oggi, un numero cospicuo di criticità, continuano ad affliggere interi quadranti di città attanagliati dal degrado. Quasi fossero infestati da uno spettro senza volto, che amplifica irrimediabilmente l’angoscia di vivere, la periferie vivono uno stato di abbandono preoccupante, profondo, che  si interseca e corre parallelamente alla quotidianità di decine di migliaia di cittadini costretti a fare i conti con una realtà pesante, grottesca che non lascia margini di rivalsa né di speranza. Mancano servizi primari e politiche di inclusione sociale. Luoghi in cui la totale assenza di diritti fondamentali – i quali dovrebbero essere garantiti dalle istituzioni – crea un vortice di emarginazione. Chi vive queste realtà, inevitabilmente, assorbe tutto ciò che lo circonda e il confine tra il “bene” ed il “male” diviene pericolosamente labile. La condizione abitativa delle periferie italiane – e romane – ha toccato standard di disumanità atroce. Il caso romano – che forse è il più emblematico, non solo per i numerosi fatti di cronaca – ci racconta di periferie nate da una forsennata ed irrazionale speculazione sociale ed edilizia.

L’insofferenza è ovunque nei paraggi del Grande Raccordo Anulare. Si aspettano autobus fatiscenti per interminabili minuti, appoggiati a pensiline sul ciglio di strade strapiene di rifiuti e senza luce, accanto ad orde di rom che hanno, ormai, preso il sopravvento in numerosi quartieri capitolini. È un’immagine che si ripete.

Da Ponte di Nona a Tor Sapienza, da Torpignattara a Corviale, la tensione sociale, il malcontento sembra ormai esser un elemento condiviso. È, certamente, il quadrante orientale della città ad incarnare, suo malgrado, quel sentimento di malessere diffuso ormai in tutta la capitale. Microcriminalità, prostituzione e droga. Intere zone della capitale rischiano di scoppiare, tra degrado, violenza e insicurezza diffusa. Colonne di fumo, miasmi tossici si levano quotidianamente dai campi nomadi di via Salviati, via di Salone e dagli accampamenti abusivi disseminati nella campagna circostante. Un fenomeno, quello dei roghi tossici, che si ripete in numerosi luoghi della Capitale, causando, tra i tanti problemi, una vera e propria emergenza di carattere sanitario.  Dati alla mano, nei quartieri limitrofi ai campi nomadi, vi è stato, nel corso degli anni, un aumento esponenziale dei tumori legati alla respirazione di diossina. Questo scenario, tuttavia, si materializza un po’ ovunque, appena fuori del centro storico.

Ma cerchiamo di raccontare più da vicino una delle tante realtà ai margini della metropoli. Siamo nel famigerato quartiere di Corviale, a ridosso della via Portuense, porta di accesso per chi giunge a Roma dal “mare” o dall’aeroporto internazionale “Leonardo da Vinci”. Noto ai romani come il “Serpentone”, esso è un palazzo in stile sovietico, di apparente “razionalità architettonica”: un monolite senza balconi e senza il benché minimo gusto estetico. Spazi grigi e luoghi vuoti dove si insinua, insieme al silenzio, l’ombra del disagio di vivere e di esistere, la malinconia, la paura, l’incertezza, l’angoscia. È un pomeriggio come tanti, in largo Reduzzi: bus fermi al capolinea, auto che percorrono frettolosamente le vie del quartiere, qualcuno sorseggia un caffè di fronte ad un chiosco. Facendo pochi passi, ci imbattiamo in  quello che, una volta, sarebbe dovuto essere un parcheggio al servizio della collettività ed ora appare come un ricovero per camper e roulotte di nomadi, intenti a recuperare rame da alcuni fili elettrici presi chissà dove. In giro non si vede alcun esponente politico impegnato nel fare proclami. Le elezioni, nella Capitale, sono ancora sufficientemente lontane. Incontriamo, invece, un signore, al quale chiediamo qualche informazione in più circa le condizioni di vita, le problematiche che accompagnano quotidianamente gli inquilini di questi alloggi popolari: “ Il quarto piano del palazzo – ci dice – doveva essere il punto di aggregazione, delle sale condominiali. Oggi l’intero piano è occupato dagli abusivi che rubano la corrente”.

Finito di costruire nel 1982, Corviale, secondo l’architetto Mario Fiorentino, avrebbe dovuto incarnare un nuovo modello di edilizia pubblica, capace di ottimizzare gli spazi e di dar vita ad una sorta di “città nella città” in possesso di centri culturali, di  spazi a “misura d’uomo”; qualcosa di completamente avulso dal concetto di sobborgo popolare. Da oltre trent’anni, invece, il palazzone è alla ricerca di un riscatto impossibile. Lo stabile, allo stato attuale, necessiterebbe di una profonda manutenzione straordinaria: basta vedere i citofoni vandalizzati, le lamiere a protezione delle scale che sono crollate in più punti, ma non vengono sostituite “perché altrimenti dovremmo cambiarle a tutti i lotti” o le cabine elettriche degli ascensori. Corviale, nell’arco di qualche decennio, è passato dall’essere un’utopia urbana a simbolo del degrado della periferia romana . Una periferia in cui stipare, o probabilmente nascondere, centinaia di migliaia di persone dalla vista e dalle coscienze di quella Roma “bene”, assuefatta alla corruzione e, spesso, collusa con la mala politica, che ha sempre cercato di mistificare  ed occultare un problema di tale portata – salvo, elemosinare voti in prossimità delle elezioni!  

Che strano concetto si è avuto delle case popolari, a Roma e, più in generale, in Italia! Il nome, di per sé, rimanda a qualcosa di fatiscente, di obsoleto, di recrudescenza di lotta di classe. Quanto se n’è parlato e scritto circa la situazione in cui versano. Le case del popolo, dei proletari, di quei “miserabili” che non meritano nulla di più che alloggi dozzinali in cui vivere stipati come in bidonville. Luoghi in cui si riversa non solo lo sconforto, ma soprattutto la privazione della dignità di famiglie, esseri umani lasciati nel più indecoroso degrado “come una cosa posata in un angolo e dimenticata ” – citando il poeta Giuseppe Ungaretti. Ma, in quartieri in cui si vive in condizioni di “extraterritorialità” e dove di urbano è rimasto ben poco, di poetico non vi è alcunché.

Certo, tutti saranno concordi nel sostenere che il degrado delle periferia capitolina è figlio di una gestione lacunosa – per usare un eufemismo! – di un classe politica irresponsabile, che ha badato solo al proprio “particulare”. Anche l’inciviltà endemica di alcuni nostri concittadini ha giocato un ruolo fondamentale nel susseguirsi degli eventi. Tuttavia, il degrado urbano romano, non è soltanto cumuli di immondizia e abbandono. C’è dell’altro. Roma, come gran parte delle città italiane, ha visto negli ultimi cinquant’anni un’espansione figlia di scellerati piani regolatori, alimentati da una spinta speculativa a dir poco mafiosa. Dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni ’70, la città era cresciuta di poco più di un milione di abitanti: trecento mila famiglie circa. Un vero tesoro per il comparto del mattone privato: 15.000 mila alloggi, cinque milioni di metri cubi di cemento ogni anno, solo nel comparto residenziale. Si è pensato a costruire quartieri che, a ben  guardarli, somigliano a termitai, privi di qualsivoglia servizio; a dimostrazione di come, le politiche abitative ed urbanistiche, i piani regolatori della città abbiano puntato, intenzionalmente, sulla quantità anziché sulla qualità, sull’espansione invece che sulla sostenibilità. Lo sviluppo di queste nuove periferie, insomma, sono la prova tangibile di come il mercato immobiliare e speculativo abbia ormai raggiunto una forza tale per cui è in grado di pianificare scelte politiche su ampio spettro, trainando la città in una condizione di caos “cronico” – notoriamente il disordine è principio di bruttezza, “qualità” antiestetica, o “estetica” del caos.

Le criticità dei quartieri periferici di Roma sono tante e talmente intrecciate, le une alle altre, da risultare impossibili da districare. Non era, però, così difficile prevedere che, prima o poi, una situazione precaria avrebbe assunto i caratteri di una vera e propria emergenza sociale. Il disagio che caratterizza quei microcosmi, spaccato di una società gravemente sofferente, lo si è tentato di nascondere. Ma, come noto, mettere la polvere sotto il tappeto per evitare di pulire è operazione deleteria ed inopportuna, visto che, prima o poi, essa salterà nuovamente fuori. Ecco perché parlare ora è troppo facile e scontato. Media e politici sembrano essersi accorti solo adesso di una problematica che si insinua da decenni nel tessuto sociale di zone di Roma che difficilmente saranno esplorate da turisti e politici, quest’ultimi, peraltro, poco avvezzi a imbrattare le tomaie delle loro calzature pregiate. D’altronde, cosa ne possono sapere, loro, di ore trascorse alla fermata del bus, o dell’olezzo dei mezzi pubblici, dei disagi di chi, quotidianamente, varca le soglie dei vagoni della metro stracolmi di gente o di quelli che, tornando a casa la sera, temono per la propria incolumità? Nell’angosciante deserto umano delle periferie romane, sarebbe bastata una maggiore attenzione alla vita quotidiana, gravemente compromessa, per cercare una soluzione al violento degrado in cui giacciono migliaia di persone. Le elezioni comunali sono prossime, ci auguriamo vivamente che il popolo capitolino, in sede elettorale, non abbia la solita “memoria corta” e opti per un vero cambiamento; rimpiazzando la cattiva politica che, in maniera trasversale, ha contributo al disfacimento della Capitale d’Italia!