epa05225708 Police officers indicate their presence at the Airport of Zurich, in Zurich-Kloten, Switzerland, 22 March 2016. All flights to brussels are canceled and security measures have been raised following the terror attacks at Brussels airport and on the metro system which claimed multiple lives and injured many others.  EPA/ENNIO LEANZA

I due modelli di Bruxelles e Mosca

Nelle analisi e nei commenti successivi agli attentati di Bruxelles, in chiara e stretta connessione con quelli di Parigi, data la medesima matrice islamico-belga, ben pochi hanno sottolineato alcuni fatti di primaria importanza.

Il primo: il Belgio, ormai esempio eclatante di fallimento della società multiculturale, riconosce ufficialmente la religione islamica dal lontano 1974.

Il secondo: l’insegnamento della religione islamica è presente nei programmi della pubblica istruzione belga dal 1975.

Il terzo: nel 1978, veniva aperta, a spese saudite e alla presenza del re dei belgi Baldovino e del re dell’Arabia Saudita Khaled Abdulaziz Al Saud, la Gran Moschea di Bruxelles, con annesso centro islamico, tuttora attiva e molto frequentata (certamente ben più delle svuotate chiese del Belgio). Date le strettissime liaisons con l’Arabia Saudita, la moschea della capitale è anche fortissimo centro di diffusione nella numerosa comunità sunnita-belga delle dottrine wahhabite, ossia quelle proprie dell’Islam più fanatico e radicale, le stesse diffuse tra le corti delle petromonarchie del Golfo da sempre “alleate e amiche” dell’Occidente.

Questa serie di accordi derivavano da trattative del Belgio con l’Arabia Saudita per ottenere – era tempo degli shock petroliferi e della stagflazione – forniture di petrolio a condizioni agevolate. Replicavano in piccola scala il modus operandi degli accordi Nixon-Faysal, che seguivano a loro volta il favore concesso da Roosevelt ai sauditi e sancivano l’appoggio incondizionato degli Stati Uniti all’Arabia Saudita e ai suoi alleati in Medio Oriente, in cambio della tutela di interessi di prevalente carattere economico.

Qui non si vuole tanto stracciarsi le vesti per quelli che sono i crudi fatti della Realpolitik, i quali sono sempre esistiti e sempre esisteranno finché ci sarà l’uomo sulla terra, quanto notare la discrasia tra le direttrici delle politiche dell’Occidente e quelle di chi all’Occidente è esterno, e quanto oggi provochino un lacerante contrasto.

E’ infatti da constatare che, in accordi di questo genere, per restare sul caso belga, da parte europea è presente una forma mentis totalmente votata alla materialità, incapace di immaginare i destini di una nazione se non in termini di prosperità economica, mentre, al contrario, da parte islamica si evince la capacità di indirizzare tutta la propria politica su fatti spirituali.

Per quanto possa sembrare alieno alla mente occidentale, ancora oggi la grande politica del Medio Oriente, e non solo, è determinata da fatti dello Spirito, come il conflitto permanente tra sunnismo e sciitismo, l’ambizione di dominio nel mondo sunnita del wahhabismo, il senso di eccezionalismo di cui sono portatori gli ebrei israeliani, in conformità col loro retaggio religioso.

L’Occidente sembra affogato in sistemi politici e ideologici apertamente materialisti, diversi e anche confliggenti per molti aspetti, come il materialismo dialettico e il suo retaggio di marxismo culturale e il materialismo liberale del capitalismo americano, distinti ma comunque allineati nel disconoscere una rilevanza pubblica allo Spirito e nell’edificazione di un secolarismo che altro non è che la pretesa che le umane società possano assomigliare più che a organismi – a corpi, cioè, con un’anima – a vere e proprie macchine, i cui individui non sono che bulloni interscambiabili. Nel qual caso, non importa se si è cattolici o musulmani, né se si è belgi o marocchini, né se si è distinti tra uomo e donna.

E’ inutile, quindi, strepitare e stupirsi che degli arabi-musulmani trapiantati in Europa, istruiti da maestri radicali ospitati e accolti in Europa con tutti gli onori, rigettino tale tipo di “società multiculturale”, dove per “multiculturale” si intende solo il progetto di un’indistinta melassa di religioni ed etnie.

La melassa europea può parlare diversi accenti, in genere può avere un accento francese o uno inglese, e può avere diversi cipigli politici, ora sinistri ora destri.

Può avere accento francese poiché la multi-cultura può nascere dall’idolatria della Laicité, dell’eguaglianza di tutte le fedi e di tutte le identità nell’esclusione. Lo Stato diviene, alla maniera giacobina, ente spiritualmente morto per costituzione, macchina per sua stessa definizione.

Il cipiglio sinistro o destro riguarda poi, più che altro, la severità con la quale si richiede l’adeguazione a questo principio, ad esempio le piccole polemiche tipo la proibizione sarkozista del velo negli uffici pubblici. Esse non risolvono certo i problemi di identità della Francia, perché anche una volta che pure i musulmani siano sradicati e dimentichi della propria identità, i francesi, neppure allora potrebbero felicitarsi di un’avvenuta integrazione.

L’accento inglese si può manifestare, invece, nell’attuare il modello britannico, egualmente fallimentare, di multiculturalismo da melting pot. In questo caso, secondo la tradizione liberale britannica, il secolarismo si impone non tramite una via proibitiva, ma tramite il laissez faire generalizzato. Ogni comunità, a dispetto del fatto che si trovi come ospite in una nazione europea, è lasciata libera di esprimere sé stessa, nella speranza che così possa automaticamente integrarsi nel tessuto sociale.

Inutile dire del disastro che ha comportato tale liberalismo, costitutivo solo di una società puzzle, con uomini e comunità isolate le une dalle altre, il tutto a un passo da una prossima balcanizzazione del quadro.

Se questa è la situazione, bisogna invece riconoscere che è ormai sorto e che si è stabilito con una certa solidità un altro modello, alternativo al disastro di Bruxelles – che è disastro del Belgio come dell’Europa – e è questo il modello russo, della Russia di Putin.

La Russia di Putin ha voluto rinascere dalle macerie lasciate dall’Unione Sovietica voltando pagina. A differenza delle dirigenze occidentali, Putin ha compreso il ruolo dello Spirito nell’edificare una società più salda e più sicura.

La rinascita di questa nuova Russia non riguarda solo il suo ritorno come superpotenza militare o l’acquisizione di un nuovo benessere economico.

Si fonda, invece, sul ritorno dell’anima ancestrale della Russia al posto che le compete. L’amicizia tra il patriarca Kirill e il presidente Putin è lì a sancirla.

Come si relaziona allora una nazione di questo tipo con una minoranza, magari islamica?

In questo, la Russia è aiutata dalla sua tradizione imperiale. Da quando, infatti, esiste l’Impero Russo, alla Russia sono stati associati non solo i russi veri e propri, cioè gli slavi ortodossi sottomessi al patriarcato di Mosca, ma anche i popoli russiani, calmucchi e mongoli buddisti, tartari musulmani, caucasici di diverso credo, etc..

Tutti questi popoli, queste fedi distinte, trovano nell’Impero la capacità di convivere, non poiché tutte egualmente trascurate davanti allo Stato e neppure poiché ognuna possa avanzare uguali pretese di riconoscimento davanti allo Stato. Convivono poiché la Russia, manifestando nella sua storia un’idea imperiale, ha saputo vivere un’identità propria, forte e strutturata, capace di non retrocedere davanti ai particolarismi. La guerra di Cecenia e il rifiuto russo, con conseguente uso della politica del bastone ove necessario, di riconoscere il principio di disintegrazione della Federazione stanno lì a dimostrarlo.

L’anima propria della Russia di Putin è forte e sicura di sé, non retrocede davanti al particolarismo, non annichilisce sé stessa per la tutela dello straniero o della minoranza.

Allo stesso tempo, però, lo spirito imperiale non è esclusivo, ma trascende le differenze senza annullarle; forte di sé stesso, se ne pone al di sopra. Sempre su questa linea, si capisce come sia possibile che a Mosca sorga una nuova grande moschea, di recente costruzione e una delle più grandi del mondo.

Una nazione con l’idea di Impero non spera di salvare sé stessa con un intreccio di piccole regole, come togliere a questa o a quella donna il velo in una mensa o in ufficio postale, ma si fonda, invece, sulla sicurezza del proprio Spirito e sulla fiducia che la forza dello Spirito possa gerarchizzare in modo organico le diverse comunità.

Una nazione con un’idea di Impero, come è la Russia di Putin, sa poi affrontare le dure decisioni della Realpolitik senza tentennamenti o ipocrisie di sorta.

I successi russi in Siria lo dimostrano, laddove gli occidentali sono votati ad una politica della contingenza, ossia ad una non-politica, e quindi a seguire dei progetti a loro stessi estranei, come, in questo caso, quelli dell’Arabia Saudita o, più nascostamente e indirettamente, di Israele.

Il fatto insomma di avere un’anima o meno, tanto trascurato e creduto trascurabile in Occidente, si rivela fatto capitale per la sopravvivenza stessa delle nazioni e della civiltà europea.

Ducunt volentem fata nolentem trahunt, dicevano gli antichi. Oggi la Volontà in questione è quella che dipende dal credere che lo Spirito abbia o meno un suo valore.

(Foto Radioinblu)