L’albero, la grotta e il Cristo vivo. L’essenziale è invisibile agli occhi

L’albero, la grotta e il Cristo vivo. L’essenziale è invisibile agli occhi

Cristo è risorto. Se questo non fosse vero – ha detto qualcuno – non avrebbe senso la nostra Fede. La morte sull’albero della Croce, la deposizione nella grotta del Santo Sepolcro, il masso che rotola, l’angelo che annuncia alle donne che Gesù è vivo. Forse nessun momento della vita di Nostro Signore è più ricco di simboli. Simboli che consentono molteplici piani di lettura e a cui proveremo a dare senso. Una piccola precisazione. Se faremo riferimento ad altre tradizioni, non è per fare sincretismo religioso, ma solo per cogliere l’universalità del messaggio di Cristo. Solo usando simboli universali, infatti, Gesù ha modo di parlare al cuore di ogni uomo.

Non potendo, per ragioni di spazio, occuparci del simbolo della Croce (esiste su questo tema un’ampia letteratura), proveremo a chiarire un aspetto sul quale spesso non ci si sofferma mai abbastanza, ossia l’Albero. La Croce su cui è stato “appeso” il Salvatore, infatti, è anche un simbolo arboreo, non solo per essere fatta di legno, ma anche per la particolare forma. Gesù è morto su un albero. Togliendo ogni riferimento scontato all’albero della Vita (che, oltre che nel libro della Genesi, compare in molte altre tradizioni), bisogna fare un altro interessante parallelo. Nei riti nordici, infatti, era usanza appendere i sacrifici umani agli alberi. Ma ancora. In molte tradizioni, il legame con gli alberi è simbolo di nascita e di iniziazione. Odino, appeso a testa in giù a un albero, scopre le rune. Buddha viene partorito sotto un albero e raggiunge l’illuminazione sempre sotto un albero. Nel Corano, lo stesso Gesù è partorito da Maria dentro una palma. Tra i molteplici significati che l’albero assume, prediligiamo, per quanto qui interessa, quello di Via fra la Terra e il Cielo. Gesù è l’unica Via. E legandosi per i secoli a venire all’Albero, ha voluto lasciarci (anche) questo messaggio.

Altro simbolo interessante che compare nel Vangelo della morte e resurrezione di Nostro Signore è quello della grotta. Giuseppe di Arimatea, come noto, depone il corpo esanime di Gesù nel Sepolcro, che altro non è se non una grotta scavata nella roccia. Scontato un primo parallelismo. Gesù nasce e risorge in una grotta. Ma cosa rappresenta la grotta nel simbolismo archetipico? Perché é così importante il masso che viene rotolato a coprirne l’ingresso? Cosa ci ha voluto insegnare nostro Signore? Partiamo da un dato. La grotta, universalmente, rappresenta il cuore, inteso ovviamente non come organo fisico, ma come centro del proprio essere. Rotolare il masso sulla grotta significa che occorre serrare ermeticamente il centro del proprio essere per compiere la propria nascita e rinascita spirituale. Nel segreto, senza appariscenze. Gesù avrebbe potuto risorgere pubblicamente, destando immediato clamore. Ma lo ha fatto nel segreto della grotta chiusa ermeticamente. Pensiamo ad un altro insegnamento evangelico, per cercare di rendere ancora più chiaro il tutto. Quando Gesù insegna a pregare, dice che non bisogna farlo esteriormente, ma chiudersi nella propria stanzetta, nel segreto.

Infine, l’annuncio dell’Angelo. Perché cercate tra i morti Colui che è vivo? Questa frase deve risuonare in ogni preghiera. Gesù è vivo. In una bella omelia udita nella Veglia pasquale, il celebrante ha voluto citare Il Piccolo Principe. L’essenziale è invisibile agli occhi. L’essenziale della nostra Fede – Gesù è vivo, qui e ora, e prega per noi presso il Padre – non appartiene alle verità che possiamo vedere e toccare. Mentre il Sacrificio che Egli ha compiuto lo gustiamo nell’Eucaristia, la sua intercessione presso il Padre, il suo essere vivo, non lo possiamo vedere. Anche questo aspetto, di colui che è Vivo ma invisibile, ovvero l’occultamento del salvatore dei tempi ultimi, del restauratore del Regno, non è solamente cristiano. Sempre nei miti nordici abbiamo Balder. In alcune forme del Buddhismo abbiamo il Maythreia. Nell’islamismo sciita duodecimano abbiamo l’imam Madhi. Ma potremmo citare anche il Re ferito o dormiente della tradizione medievale. Anche qui, vogliamo cogliere solo un significato, fra i molteplici che potrebbero essere descritti. La Tradizione Cristiana ci invita all’attesa, non alla nostalgia. È proprio delle eresie e delle false religioni voler restaurare ciò che è stato e non è più. Gli Ebrei Ashkenaziti vogliono ricreare l’Israele biblico, l’Isis vuole restaurare l’antico Califfato. I Cristiani non vogliono ritornare indietro, ma andare verso cieli nuovi e terra nuova. Attendiamo la Gerusalemme Celeste e il Regno che verrà. Mai, dunque, cercare tra i morti o lasciarsi andare alla nostalgia di un tempo passato. La Tradizione non è passato e morte, ma Vita.