Integrazione: una ricetta che riguarda anche noi europei

Integrazione: una ricetta che riguarda anche noi europei

Ogni boato provocato da una deflagrazione a seguito di un attentato terroristico rappresenta il segnale che la corsa alla narrazione dei fatti e all’analisi politica di questi ultimi ha avuto inizio.

E’ una corsa spesso conformista, dove si scrivono sempre le stesse cose:” l’Europa è in pericolo”, “dobbiamo fermare l’immigrazione”, “l’Islam è in casa nostra” e frasi di questo tipo che, oramai, fanno parte di articoli già fatti, in cui gli unici spazi lasciati vuoti sono destinati alla compilazione col nome della città, dell’ora e del luogo degli avvenimenti; per il resto, nulla cambia.

Fermarsi, senza farsi prendere dagli istinti frenetici, e tentare di porre in opera un ragionamento diverso, che arricchisca quello basico che già sicuramente sappiamo verrà prodotto, è, secondo chi scrive, l’atteggiamento che può apportare un ulteriore spunto di riflessione nel lettore.

Sorvolando, dunque, su tutto quello che le agenzie di stampa hanno già tempestivamente raccontato ed anche sulle reazioni facilone di manichei in stile Danielona Santanchè, soffermiamoci sulla strategia anti-terrorismo promossa dalla piattaforma ideologica “semicolta”, ossia dagli ontologi dell’esistenza che tutto sanno; vale a dire la sinistra “open mind” di casa nostra (e non).

Vate dell’idea di quel popolo “left” che siede come commensale al cenacolo del politicamente corretto è Roberto Saviano, che promuove, in contrasto al terrorismo, un’ idiozia sesquipedale quale: “L’unica risposta possibile all’orrore è accogliere. Il terrorismo si combatte solo con l’integrazione”.

Un minuto di silenzio, prego; per lui e per il fragore degli applausi che gli sono piovuti in testa da tutti quei falso-comunisti che, con la loro smania terzomondista, pensano di poter essere favorevoli alle nuvole, ma contrari alla pioggia, aprendo le porte all’immigrazione e al multiculturalismo nel medesimo tempo in cui vorrebbero rendere l’Europa impermeabile al terrorismo.

Premesso che l’unica risposta possibile al terrore è sganciarci dal giogo della NATO, dalle regie delle primavere colorate, dalle ingerenze per ragioni geopolitiche ed energetiche, le cui “esternalità negative” ricadono poi sul vecchio continente e – ultima ad essere elencata, ma non di minor importanza – un’operazione di umano rimpatrio e blocco dei flussi migratori, la volontà di integrazione espressa dagli ambienti di sinistra, di per sé è un atto di guerra verso i popoli, oltre che una funzionale volontà di supporto al grigio diluvio della globalizzazione.

Non vi può essere società multiculturale nella misura in cui si favorisce l’integrazione, perché a quel punto i popoli da integrare svestirebbero i propri costumi e le proprie usanze per assimilarsi a quello che li ospita, e credetemi, non glielo consiglio per niente.

L’ideale progressista, che si realizza anche col favore all’ immigrazione, lega a se stesso a doppio filo sia una sinistra forgiata nell’esotismo – ossia quel fenomeno caratterizzato da un fervido apprezzamento di luoghi, popoli e costumi stranieri, e talvolta anche il contemporaneo svilimento del costume e delle tradizioni patrie – sia una sinistra sprezzante di ogni differenza culturale, che promuove l’integrazione verso quell’unico modello sociale e teologico accettato, che è la società dei consumi.

Ciò che la prima tipologia di sinistra, che soffre di una dissonanza tra significato e significante (anch’essa troppo impegnata ad importare lessemi british per ricordarsi l’uso corretto dei significati della nostra lingua), vorrebbe far passare con la parola “integrazione” altro non è che il concetto di interazione fra le diverse genti di questo pianeta. La realizzazione del proprio eden personale fatto di multiculturalismo; vale a dire, la riprogrammazione sociale del popolo ospitante, in ossequio delle culture e religioni ospitate, facendo propri costumi e codici morali talvolta incompatibili con la propria storia e ordinamento.

La seconda, invece, più servile ancora al sistema capitalista, lavora per ottenere “l’uomo nuovo”, sradicato dal legame con la terra e le tradizioni (emblematico lo sprezzo per il mondo rurale e contadino a cui assistiamo) e consumatore di prodotti la cui “obsolescenza programmata” permetterà il perpetuarsi della corsa al consumo da parte di quest’ultimo.

E’ proprio su questo punto che i popoli di tutto il mondo devono resistere. La neo-ingegneria sociale vuole un mondo i cui atomi che lo compongono non differiscano tra loro, e per farlo occorre mescolarli. Un mondo fatto di consumatori; cose già lette mille volte, inutile ripeterle.

Il modello dell’integrazione è, quindi, un pugnale a due lame. La prima prepara il terreno; annichilisce le società occidentali trasformandole in piattaforme di consumo, mentre la seconda attira a sé le masse terzomondiste, che rappresentano “il nuovo consumatore”.

Come stanno morendo le botteghe nei centri cittadini, a favore della concentrazione “integrata” degli stessi nei centri commerciali periferici, così muoiono le identità etniche, che, “integrate” in un tutt’uno, ridisegnano il nostro tessuto sociale ad immagine e somiglianza di quello statunitense; feudo del consumo. E’ il capitalismo, bellezza.

Respingere dunque il sistema valoriale dell’occidente significa respingere la trama che tenta di sopire lo spirito dell’uomo a favore di una società teologica, il cui unico credo religioso genuflette l’uomo al Dio capitale.

Il mondo degli uguali, dell’unico pensiero, in una società che campa, come già scrissi tempo addietro, di aborti di massa, droga di massa, divorzi su larga scala e nuovi modelli familiari, grande fratello e saldi di fine stagione, non è, e non deve essere, un modello al quale noi europei e genti straniere dobbiamo farci integrare.

La società moderna, promossa dai discepoli del progressismo, in cui ci stanno costringendo a vivere, rappresenta la fine dei grandi viaggi, il mercato dove trovi tutto sotto casa, dai sapori ai colori del mondo, nonché la fucina di una moralità impazzita, fatta di “gender” e ludopatia patologica, tecnoscienza e cretinismo economico, conformismo e interesse per l’inutile.

Chi non vuol vivere in tale sistema farebbe bene ad opporre alla pressa della globalizzazione tutto il suo amor di patria e l’intenzione di non staccarsi mai da essa, i saperi dei propri avi, la tradizione ed i frutti della terra natia. Per i popoli. Per il mondo e i suoi colori. Per il trionfo del sangue sull’oro.