Le illusioni di un vecchio liberale

Le illusioni di un vecchio liberale

“Prima di pensare a fare la guerra contro la minaccia islamista fuori dai propri confini, i Paesi europei farebbero bene a garantirsi, innanzitutto, la sicurezza delle proprie retrovie. La sicurezza di non essere colpiti alle spalle da persone nate o cresciute sul proprio territorio. Che cosa vuol dire? A me pare che oggi, e in questo particolarissimo tipo di scontro, la sicurezza del territorio significhi due cose: innanzitutto, essere ragionevolmente sicuri della lealtà costituzionale delle comunità musulmane residenti qui in Italia — in genere in Europa.”

Questo è l’inizio dell’editoriale di Ernesto Galli della Loggia, pubblicato sul Corriere della Sera dello scorso sabato 26 marzo. Un pezzo di notevole interesse, nel quale l’editorialista esprime concetti e considerazioni che, a nostro giudizio, possono essere considerati un po’ come il crepuscolo di un certo liberalismo risorgimentale, il quale, dinnanzi ai mutamenti imposti dalla globalizzazione, incluso l’avvento della società multi-razziale e multi-religiosa, cerca di riproporre con l’Islam montante la stessa “cura” adottata dal neonato Stato italiano nei confronti del cattolicesimo.

Come si sa, la costruzione dello Stato unitario in Italia è avvenuta in maniera molto travagliata, a causa della contrapposizione fra l’identità cattolica che caratterizzava le popolazioni della nostra penisola e le élite liberali e massoniche, la cui volontà era, invece, quella di separare l’elemento religioso dalla vita politica e sociale della nazione, costruire una nuova identità nazionale fondata sulla volontà di recidere le radici cattoliche dell’Italia. Un tentativo costato molto caro e contraddistinto da gravissimi atti compiuti dal neo-Stato unitario nei confronti della Chiesa e del popolo (carcere, confische, ecc.); un tentativo capace di produrre quella separazione tra Stato – inteso come “Paese legale” – e Nazione – intesa come “Paese reale” (ossia realtà storica, frutto del carattere impresso alle genti che la compongono da tutti gli elementi che vi possono concorrere: religione, lingua, abitudini di vita, retaggio storico e culturale) che solo l’avvento del fascismo fu in grado di sanare, almeno in parte.  

Galli della Loggia, molto realisticamente, si rende conto del pericolo rappresentato dal continuo afflusso di genti islamiche sul nostro territorio nazionale, e per questo ritiene indispensabile trovare una soluzione capace di scongiurarlo. A tal fine, l’editorialista propone, dunque, di riservare agli islamici lo stesso trattamento dato ai cattolici italiani centocinquant’anni fa dallo Stato risorgimentale: limitazioni di vario genere, in nome della superiorità della Costituzione.

Di primo acchito, questa potrebbe sembrare una soluzione da prendere in seria considerazione, un criterio capace di fissare dei limiti certi e di salvaguardare i caratteri fondamentali della nostra Nazione. Ma le cose stanno veramente così? L’attuale costituzione repubblicana rispecchia davvero l’identità profonda della Nazione italiana? E, soprattutto, l’attuale sistema democratico, pregno di relativismo e totalmente prono al diktat mondialista, è veramente interessato a porre un argine al dilagare in Italia di realtà estranee alla nostra identità?

Ammesso che nella Costituzione vigente si possano trovare elementi conformi alla migliore tradizione nazionale – la quale è romana e cristiana – ci pare del tutto impossibile che l’attuale classe dirigente culturale e politica voglia considerare il dovere di salvaguardare l’identità nazionale, oggettivamente minacciata dall’ideologia mondialista che guida il processo di globalizzazione. Non è, e non può essere, nelle corde dei “sinceri democratici” che ci governano l’intenzione di porsi un simile problema. Potranno, al massimo, considerare la necessità di gestire un minimo di ordine pubblico, ma mai si potranno preoccupare di proteggere l’identità nazionale.

Chi si nutre di ideologia progressista non può riconoscere e amare l’identità profonda della nostra Italia. Se lo facesse, cadrebbe in palese contraddizione, dato che la cifra del progressismo consiste in una sorta di fede in un indefinito cambiamento fine a se stesso, un’idolatria del divenire che nega la dimensione dell’essere. Chi soffre del morbo progressista – e ha la coerenza di andare fino alle estreme conseguenze della propria opzione ideologica – ha in odio il concetto di identità applicato ad ogni ambito della vita.

Galli della Loggia, da buon liberale vecchio stampo che conserva un certo senso dello Stato (in questo contraddicendo le conseguenze estreme del liberalismo), crede sia possibile riproporre – in un frangente di preoccupanti mutamenti – quello che, a suo giudizio, ha garantito una certa solidità dell’unità nazionale: comprimere l’identità religiosa di una parte della popolazione, da subordinare al bene comune della nazione. Ma questo è penosamente falso, per quanto sia rispettabile la preoccupazione del “che fare?” con la montante marea islamica. Falso, perché paragonare i cattolici italiani – che all’epoca della proclamazione dello Stato unitario costituivano la stragrande maggioranza della popolazione – agli immigrati islamici è un’assurdità e un’ingiustizia. Il cattolicesimo, infatti, è elemento essenziale del carattere storico degli italiani, mentre l’Islam non lo è. Tanto è vero che la religione musulmana si manifesta in maniera significativa, in Italia, solo con l’arrivo degli stranieri.  

L’editorialista del Corriere pare non rendersi conto che, in nome del liberalismo che sostanzia lo Stato laico (sarebbe meglio dire laicista, ovvero caratterizzato dall’indifferentismo religioso e morale, quando non apertamente ostile alla dimensione religiosa), non può essere posto alcun limite ai mutamenti imposti dal mondialismo. Pensare che oggi si possa ancora proporre il modello, ingiusto ed irrealistico, adottato centocinquant’anni fa – quando il proponimento era quello di costruire uno Stato scevro dai condizionamenti della religione – significa ignorare a quale punto sia giunto il processo di dissoluzione avviato dalla modernità, ormai sfociata nel nichilismo.

L’attuale fase storica, infatti, vede – ad ogni livello – la nostra Nazione, al pari delle altre appartenenti al cosiddetto mondo occidentale, in balia di classi dirigenti ormai quasi totalmente asservite al malsano relativismo religioso, etico e culturale, che ha prodotto il vuoto di valori fondati sulla Verità oggettiva delle cose e sull’ordine che ne deriva. Per non parlare del penoso stato morale in cui versano le società europee, abitate da popoli in via di decomposizione, proprio in virtù del processo di dissoluzione promosso dalle élite culturali e politiche che li governano da decenni.

Come possa il vuoto liberale, democratico e progressista costituire un argine dinnanzi alla marea islamica che sta invadendo la nostra Italia e la nostra Europa, è un mistero che l’esimio Professor Galli della Loggia dovrebbe spiegarci. Noi, con lui, condividiamo che “Una cosa va fatta capire comunque con la necessaria chiarezza e senza falsi pudori pseudo-democratici a chi arriva nel nostro Paese dalle terre dell’Islam: in Italia non si può essere musulmani nel modo come lo si è in Iraq, in Senegal, o in Eritrea. Lo si può essere solo in modo diverso: pena, per l’appunto, saggiare la durezza della legge.”

Ma, ci domandiamo, in nome di che dovremmo affermare tale cosa? In nome del nulla liberale, democratico e progressista? O in nome della necessità di salvaguardare l’identità profonda e vera della nostra Nazione e del suo popolo? La risposta è scontata. Prima che sia troppo tardi, si trovi il coraggio di farla finita con le panzane demo-liberali e si torni alle autentiche radici della nostra Nazione, unica ragione in virtù della quale poter porre argine all’imbastardimento imposto dal potere mondialista.