Attentati in Europa, una nuova strategia della tensione?

Attentati in Europa, una nuova strategia della tensione?

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I recenti attacchi che nell’ultimo ventennio hanno colpito molte città europee (Madrid, Londra, Parigi, Bruxelles le più note) ha spinto molti tecnocrati, in particolare dopo l’attentato che ha colpito il cuore dell’UE, ad azzardare l’ipotesi di costituire un’organizzazione unitaria in materia di sicurezza. Tale proposta ha trovato subito il consenso da parte del popolino medio, ormai troppo preoccupato per ulteriori attacchi e, soprattutto, rassegnato all’idea dell’incapacità dei singoli paesi membri di affrontare la situazione.
La parola chiave di questo concetto è per l’appunto “consenso”. Per capire il nesso tra la paura ed il consenso dobbiamo fare un passo indietro, limitandoci proprio all’Italia, nel periodo che intercorre tra gli anni 70 e la fine della cosiddetta “Prima Repubblica”.
In questo lasso di tempo, il nostro Paese fu caratterizzato da episodi sanguinosi, che nella maggior parte dei casi furono attentati compiuti da organizzazioni brigatiste e mafiose. I governi di allora cavalcarono l’inevitabile scia di paura trasmessa dai mass media, ergendosi a unici e possibili difensori del popolo e conquistando così l’opinione pubblica. Questo modus operandi fu definito da molti come “strategia della tensione”. La convinzione di un coinvolgimento da parte dello Stato negli attentati, seppur mai dimostrata, fu alimentata da alcune domande che non trovarono mai risposta: come è possibile che i servizi segreti non riescano a scongiurare gli attacchi? In che modo gli attentatori si procurano armi ed esplosivi? Come hanno fatto molti di questi criminali a fuggire?
Tornando ai giorni nostri, le analogie con quanto accadde in passato diventano palesi. Ovviamente, come allora, non abbiamo prove concrete per affermare l’intenzionalità delle istituzioni – stavolta comunitarie – di concedere spazio al terrorismo. Possiamo, però, analizzare le conseguenze, già citate in precedenza: gli attentati generano paura nei popoli europei che, consapevoli come i rispettivi Stati di appartenenza non siano in grado di garantire la sicurezza interna, si appellano pertanto alle istituzioni dell’Unione, la quale promette di combattere e sconfiggere il terrorismo, in modo da portare dalla sua parte quel consenso di cui abbiamo parlato. L’Europa diventerebbe, quindi, oltre ad un unione economica (anch’essa fondata sulla paura di una crisi spaventosa, qualora venisse meno), anche un’unione in materia di polizia e difesa, con ulteriore perdita delle sovranità nazionali. E, come una volta, le domande che ci siamo posti non trovano una risposta soddisfacente.
Tuttavia, oggi, a differenza di quanto accadde all’epoca in Italia, la reazione popolare sfiora il ridicolo: l’esercito culturale europeo, costituito da benpensanti pseudo-pacifisti, auspicano non una reazione armata e decisa, ma si auto-convincono che scrivere sull’asfalto coi gessetti messaggi di pace possa essere un’arma più potente.
Con questo nessuno nega la necessità di un fronte comune europeo contro il terrorismo, che coinvolga anche la Russia di Putin e la Siria di Assad. Ma c’è una profonda differenza tra un’alleanza di Stati fondata sul coraggio ed un’unione imposta dalla paura.