Farmageddon

 

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Molti affermano che la malattia accomuni tutti, ricchi e poveri. Questo postulato è solo parzialmente veritiero: la tutela di un diritto inalienabile, come quello alla salute, è, sempre più spesso, viziato da elementi di natura economica, capaci di eclissare la dignità umana dietro tenebre classiste. Gli esempi sono molteplici: il reperimento di organi (dai reni alle cornee), le liste di attesa per esami ed operazioni chirurgiche, l’accesso a farmaci e strutture ospedaliere. Troppo spesso, il tutto, si riduce a una questione di censo; nelle nazioni del Sud del Mondo, in primo luogo, ma anche in molti paesi ricchi. Il comparto sanitario statunitense, ad esempio, non è certamente quello narrato nella popolarissima serie televisiva “E.R., medici in prima linea”. Negli Stati Uniti, il livello delle cure mediche è eccelso soltanto per chi può permettersi di pagare onerose assicurazioni sanitarie. La conferma arriva dalle numerose graduatorie internazionali, che pongono ai primi posti della sanità pubblica la Francia e, a sorpresa, l’Italia; mentre gli Usa sono distanti anni luce.

Tale situazione, lesiva per la dignità dell’individuo, viene oscenamente amplificata nei Paesi del Terzo Mondo. Decine di milioni di persone, non hanno alcun accesso a cure sanitarie, né a medicinali e a vaccini disponibili nei Paesi occidentali. Il mercato dei farmaci dovrebbe, senza dubbio, essere caratterizzato da componenti etiche, tra cui quella di garantire il sacrosanto diritto alla salute.

Ma, purtroppo, le variabili in questo sistema perverso sono infinite e, alcune di esse, sono in grado di determinare le sorti di milioni di persone, di decidere chi curare e chi lasciare agonizzante al proprio destino. Siamo di fronte a qualcosa che ha in sé, funzionalmente a spietate logiche di profitto, la capacità di decretare chi deve vivere e chi deve morire. Parliamo delle famigerate lobbies farmaceutiche, del loro potere sconfinato, che viene, ormai, esercitato su Stati ed organizzazioni sovranazionali .

Come dicevamo, sono soprattutto i paesi del Sud del Mondo a pagare maggiormente lo scotto di un sistema iniquo, che miete ogni anno milioni di vittime. Per meglio comprendere il rapporto di forza tra Paesi in via di sviluppo e le multinazionali del farmaco, vale la pena stendere due righe circa la politica dell’India, che, da oltre dieci anni,  ha posto in essere una legislazione molto severa su quello che concerne il campo dei brevetti di natura farmaceutica; definendo, di fatto, criteri decisamente restrittivi per la brevettazione di nuove versioni di farmaci già esistenti. Regole che vengono fortemente contestate da multinazionali come Roche, Novartis e Bayer. Per i colossi di “Big Pharma”, l’aspetto più preoccupante, circa gli sforzi dell’India per abbassare i prezzi dei medicinali, risiede nella possibilità che altri paesi possano emulare quest’ultima.

La vicenda ha inizio nel gennaio 2005, quando, anche nei paesi poveri, sono entrate in vigore le norme internazionali sui brevetti farmaceutici, stabilite dall’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Esse prevedono, tra le altre cose, un divieto assoluto di sviluppare generici per tutti quei farmaci che, in virtù del brevetto, vengono “tutelati” per un periodo di vent’anni. Ogni nuovo prodotto, ogni nuova molecola o ogni nuova metodologia di produzione, deve essere brevettato sul mercato globale, determinando un vero e proprio regime di monopolio. Il fine – almeno ufficialmente – è quello di permettere alle case farmaceutiche di “tutelare” gli investimenti fatti in ricerca e sviluppo. Per ogni nuovo medicinale, infatti, sono necessari anni di studi, i quali divengono redditizi solamente a fronte di un periodo di “esclusiva” sulla vendita del prodotto. Senza questo tipo di protezione, affermano a gran voce le multinazionali, nessun privato – o soggetto alla ricerca di guadagni – sarebbe più spinto a investire in ricerca, con la conseguenza diretta che il progresso scientifico sarebbe rallentato.

Di fatto, una tra le maggiori criticità risiede nella provenienza della stragrande maggioranza degli investimenti in ricerca scientifica e medica – settore che merita particolare attenzione, visto che in gioco ci sono temi come la vita e la morte di esseri umani – che, allo stato attuale, sono sostenuti, quasi esclusivamente, da industrie private. La logica di profitto che queste società perseguono fa sì che la quasi totalità della spesa mondiale in ricerca medica sia direzionata a problemi di salute, spesso neanche rilevanti, che interessano appena il 10% della popolazione mondiale. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo per un istante all’affaire Novartis. La disputa nasce nell’agosto 2006, quando la casa farmaceutica elvetica ha citato in giudizio le autorità indiane, le quali avevano rifiutato di brevettare un farmaco anti-tumorale, o meglio, una formula “migliorata” del Glivec. Una questione di diritto della proprietà intellettuale, che però ha avuto una portata politica più ampia perché in gioco, di nuovo, vi era  la possibilità per le aziende farmaceutiche indiane di produrre farmaci di qualità e a basso costo. La normativa dell’India, nel dettaglio, impedisce alle multinazionali di apportare modifiche non significative ai principi attivi già esistenti e di brevettare i farmaci come nuovi, ottenendo, così, una ulteriore copertura ventennale per medicinali che non portano alcuna novità sostanziale. Per il momento, questo caso sembra essersi concluso con la sconfitta della multinazionale svizzera. La Novartis, comunque, non sembra essere intenzionata ad abbandonare il mercato, in continua ascesa, del subcontinente asiatico. Tutt’altro. D’altronde, le proiezioni finanziarie stilate da PricewaterhouseCoopers promettono un giro d’affari che sfiorerà i 50 miliardi di euro nel 2020. Chi rinuncerebbe a d un introito economico così cospicuo?

Nel mondo Occidentale, certamente, il problema non raggiunge le enormi dimensioni che ha assunto negli stati del Terzo Mondo. L’endemica scarsezza di risorse finanziarie in queste nazioni comporta situazioni di frequente insicurezza, sfociando in quella che può esser considerata l’espressione più cruda della speculazione, nel caso di malattie come l’AIDS.

Basta illustrare qualche dato percentuale per capire come, in questa disputa, vi sia in ballo la salute e la vita di milioni di persone, impossibilitate ad accedere al mercato del farmaco “convenzionale”. I numeri sono raccapriccianti: il 97% dei decessi per malattie infettive, che ogni anno nel mondo sfiorano i 15 milioni di casi, avviene nei paesi in via di sviluppo. 10 milioni di bambini di età inferiore ai 5 anni muoiono ogni anno a causa di malattie infettive per le quali esistono cure nei Paesi ricchi. L’AIDS è la prima causa di morte nell’Africa sub-sahariana (2,8 milioni di morti); in generale, le infezioni respiratorie sono colpevoli di 4 milioni di morti, la malaria di 1,3 milioni, la tubercolosi di 1,6 milioni di decessi all’anno. E ancora, nei paesi in via di sviluppo le donne che  muoiono per conseguenze legate alla gravidanza o al parto sono più di 500mila ogni anno. Circa 2 miliardi di persone sono colpite dalle malattie derivanti dall’uso dell’acqua non potabile, ed ogni anno 2 milioni di queste muoiono.

In un mondo sempre più privatizzato, in cui il dogma del profitto viene propinato a nuovo “Vangelo”, anche il “diritto alla salute” è divenuto un lusso ad appannaggio di pochi. Lo è già da tempo nei paesi del Sud del Mondo, dove si muore di AIDS, tubercolosi, polmonite. Le cure ci sarebbero, ma costano. E, cinicamente parlando, a “nessuno” interessa delle sorti di individui appartenenti a mercati decisamente poco appetibili. Di una cosa siamo certi, occorre, al più presto, ritornare all’antica definizione di “salute”: non più merce, ma diritto. E all’antica definizione di “paziente”: non più consumatore, ma persona. Tutto ciò è piegato miseramente dalle logiche di mercato, dai dettami di un capitalismo spietatamente cinico e menefreghista.

Dal canto loro, le multinazionali si giustificano con gli elevati costi della ricerca. Peccato che i dati smentiscano tali tesi: i loro profitti – come già descritto nel sopracitato caso indiano – sono in crescita e di gran lunga superiori a quelli delle altre aziende. Qualcosa, però, sembra iniziare a muoversi. Nazioni come Thailandia, India, Brasile, Sudafrica, hanno provato a ribellarsi al sistema vigente, attirando le ire degli Stati Uniti.

Ma non solo gli States. Un silenzio assordante coinvolge tutti i Paesi industrializzati del mondo, nei quali, paradossalmente, il costante aumento del consumo di farmaci sta assumendo i caratteri di una vera e propria piaga sociale.

Poi c’è l’Italia, dove, ogni anno, si acquistano circa trenta scatole di pasticche pro capite. Nella nostra opulenza consumista, abbiamo uno spreco di medicinali pari a 4 miliardi di euro. Se riuscissimo a fronteggiare uno sperpero di denaro pubblico così rilevante, come scritto poc’anzi, risparmieremmo un importo pari al gettito del tributo IMU. Ovviamente, quello degli sprechi, delle prescrizioni inutili, è un obiettivo raggiunto per le industrie farmaceutiche, le quali mirano proprio a popoli deboli, malati cronici e dipendenti da principi attivi farmacologici. La speculazione esasperata dell’industria farmaceutica non avrebbe più ragion d’essere se la clientela non fosse costituita, in larga parte, da sprovveduti che hanno perduto ogni contatto con la realtà del loro corpo; facendo di quest’ultimo un cagionevole feticcio per il quale ogni minimo malessere, ogni debolezza è causa di panico, da correggere con un farmaco della “felicità”.