Repubblica e le trame per sostituire Assad

Repubblica e le trame per sostituire Assad

Domenica 3 aprile è stato pubblicato su Repubblica.it, e poi ripreso dalle varie agenzie di stampa, un documento redatto da “esponenti alawiti che vivono in Siria e i cui nomi non vengono riportati a tutela della loro incolumità”, i quali prendono le distanze dal presidente siriano Bashar al-Assad e aprono esplicitamente le porte a una transizione al governo del paese. Il documento, presentato come un’esclusiva che La Repubblica condivide con il quotidiano francese Le Figaro e il tedesco Die Welt, consta di 35 punti ed è consultabile a questo link: http://www.repubblica.it/esteri/2016/04/03/news/il_documento_degli_alawiti-136788104/.

In verità, si tratta di una notizia che lascia un po’ il tempo che trova: i nomi di questi notabili del mondo alawita non vengono citati per “tutela dell’incolumità” e il fumoso articolo di Repubblica si limita a una disamina storica delle origini dell’orientamento religioso proprio della famiglia Assad e maggioritario all’interno del sistema di potere siriano. Comunque sia, stando al documento, alti esponenti di quello che loro stessi definiscono un terzo ramo dell’Islam, diverso sia da quello sunnita che da quello sciita (a cui di solito si tende ad accomunare l’alawismo), starebbero sostanzialmente abbandonando Assad e, pur dicendosi contrari a ipotesi golpiste, premerebbero per una successione al potere.

Repubblica, ovviamente, gongola nell’ipotizzare la rimozione di Assad ad opera dei suoi stessi sostenitori, e può così recuperare un mantra che sembrava caduto in disuso. Dopo il tragico esito di primavere arabe e rivoluzioni democratiche che hanno stimolato l’onanismo del progressismo nostrano, si può ora tornare a descrivere come un regime dittatoriale quello che è un governo totalmente legittimo, incensato dalle cancellerie di mezzo mondo (compresa la Presidenza della Repubblica Italiana) fino ai primi mesi del 2011 e che ha resistito per 5 anni all’assalto di migliaia di terroristi salafiti e wahhabiti, alle pugnalate alle spalle di Turchia e Israele e alle ambiguità delle potenze occidentali, divise tra proclami contro l’ISIS e il terrorismo e linee rosse immaginarie che il governo di Assad non avrebbe dovuto superare nell’esercitare la propria legittima difesa. D’altronde, non ci si poteva aspettare molto di diverso da un giornale che, pochi anni fa, ha sostenuto senza esitazioni il criminale intervento contro Gheddafi in Libia, di cui avrebbe voluto una replica in Siria. Oggi, dobbiamo dire grazie alla titubanza di Obama e al veto di Russia e Cina alle Nazioni Unite contro un intervento che i sermoni domenicali di Eugenio Scalfari avrebbero certamente giustificato, ma che oggi ci avrebbe consegnato al posto della Siria un’altra Libia: un paese fallito e devastato, senza più un barlume di ordine sociale, con un governo che arriva in motoscafo e controlla i meandri di un porto, mentre intanto ce ne sono altri due e centinaia di milizie di diversa religione ed etnia si scannano tra loro in tutto il paese.

Questo sarebbe diventata la Siria senza Bashar al-Assad, e non servono manicheismi, né santificazioni di sorta, per sostenerlo. Oggi, invece, grazie all’intervento russo, la Siria potrebbe presto riuscire a estirpare definitivamente il cancro del Califfato dal suo territorio e ad avviare la ricostruzione di un paese dilacerato da una guerra quinquennale che ha causato centinaia di migliaia di morti e la partenza di milioni di profughi verso Libano, Turchia ed Europa. Pochi giorni fa, è avvenuta la liberazione di Palmira, mentre il 13 aprile si terranno le elezioni legislative, alla presenza di osservatori internazionali per verificarne la regolarità. Tuttora, svariati reportage, ad opera de Gli occhi della guerra, ma anche di altri giornalisti indipendenti, certificano il sostanziale appoggio della maggioranza della popolazione – anche di coloro che non supportano politicamente il partito Baath – al Governo siriano e a quella che è stata la sua difesa del suolo e della popolazione siriana contro milizie terroristiche composte perlopiù da stranieri e foraggiate da Turchia e potenze del Golfo.

Può anche darsi che il documento di Repubblica sia assolutamente veritiero e che una parte del mondo alawita sia incline ad accettare la rimozione di Assad, una delle principali condizioni poste da USA e NATO, in cambio di una pace duratura, e persino di tollerare un nuovo presidente sunnita. E’ anche plausibile che la Russia, se è stata disposta a fornire uomini e mezzi e a impegnarsi in una missione internazionale senza precedenti nell’era Putin per tutelare i propri interessi strategici in Siria, non per questo sarà anche disposta a immolarsi per salvare la specifica leadership di Assad, nel caso avesse sufficienti garanzie da un suo (ad oggi, del tutto ipotetico) successore. Ma a Repubblica non può essere concesso di mistificare la realtà e di far dimenticare come la propria odierna descrizione di una possibile pace per la Siria sia una colossale presa per i fondelli, dopo decine di editoriali, titoli e approfondimenti con cui, negli ultimi 5 anni, il maggiore quotidiano non sportivo italiano ha contribuito a fomentare un clima di odio e disinformazione anti-siriana che ha aiutato tutto fuorché un processo di pace.