Violenza cristiana?

Violenza cristiana?

In tempi di assordante pacifismo, ipocrita e millantatore, parlare di violenza e differenziarne lo stile e la misura può sembrare provocatorio.

In una visione del mondo che sia, invece, autenticamente “rivoluzionaria”, un tale distinguo si impone per motivi che sono innanzitutto di carattere etico, prima che filosofico e dialettico.

Da sempre l’uomo “di razza”, che per definizione non può che essere “uomo combattente”, ha saputo e voluto diversificare la violenza guerriera da quella che, in un linguaggio moderno, definiremmo teppistica: la violenza di uno contro cento, quella che sfoga isterie e frustrazioni personali, quella del bullo provocatore, forte coi deboli, inetto coi suoi pari.

L’atto deliberato e fine a se stesso, bruto e avvilente, è profondamente moderno, peculiarmente moderno ed inaccettabile.

In una visione del mondo ordinata, gerarchica e perciò cavalleresca non può trovare spazio alcuno la violenza più tipica e repellente della modernità, il terrorismo, per l’ovvia ragione che questo è l’espressione di una brutalità indiscriminata e “caotica”, che non è impeto, ma ferocia; una brutalità nemmeno nobilitata dal rischio personale … a meno che non si voglia considerare “rischio” l’appostamento di più individui che sparano alle spalle di un uomo solo e disarmato!

Nulla di ascetico, né rango, né aristocrazia guerriera nella follia del suicida (erroneamente chiamato dai media kamikaze), che immola se stesso non contro combattenti, ma contro civili inermi.

Isteria suicida di individui male indottrinati, attinente alla psichiatria e non all’arte della guerra!

C’è però una violenza accettabile, una violenza positiva, ed è quella a cui accennavo sopra: la violenza del guerriero, violenza anche di attacco – dunque, non solo di difesa – scrupolosamente chirurgica, indispensabile nel momento in cui la si compie e ordinata ad un lecito fine; la violenza – o meglio, l’uso della forza – che, come extrema ratio, ma non solo, può, senza indugi e senza imbarazzi, essere cristiana.

Furono uomini come Luigi IX, Pio V, Innocenzo XI, Nicasio, Marco da Aviano a testimoniare la liceità di quella violenza benedetta che, nei secoli passati e nobili, fu la salvezza d’Europa.

Papi, santi e beati i quali, liberi dalle diaboliche ossessioni odierne, non temettero di sguainare le spade laddove nulla più – né dialoghi, né integrazioni, né conciliazioni, né mediazioni – avrebbe giovato.