Progresso: illusione o realtà?

Progresso: illusione o realtà?

L’umano è condannato a soffrire, oppure ha possibilità di migliorare il proprio stato? Una domanda che assilla i pensatori  di tutti i secoli e alla quale non si è mai riusciti a dare una risposta che sia comunemente accettata. Bisogna partire da un presupposto cruciale nello sviluppo di una qualsiasi tesi, prenda essa la prima o la seconda strada, che è l’assunto indiscutibile della natura caduca dell’uomo. L’uomo è finito, ha, per così dire, una sua “durata”; è insita nella sua essenza l’angoscia di vedere se stesso venire al mondo, crescere e avere l’indiscutibile certezza che egli avrà un termine, che cesserà di esistere. Una verità, questa, che dovrebbe bastare da sola, in teoria, a chiedersi il senso del proprio essere, a domandarsi: “perché continuare a vivere?”.

Sono molti, però, gli uomini che non si pongono l’interrogatio, o che, forse, preferiscono non farlo, attuando “l’unica cosa che ci consola dalle nostre miserie”, che è contemporaneamente “la maggiore tra le nostre miserie” (Blaise Pascal, Pensieri):  il divertissement. Nel XVII secolo, Blaise Pascal aveva ben compreso che “gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici” (Blaise Pascal, Pensieri), svolgendo qualsiasi attività li tenesse occupati. Il razionalismo seicentesco pascaliano considera l’uomo come un essere fra due abissi: quello dell’infinito e quello del nulla. Egli ne esalta certamente le qualità razionali, ma ne rammenta anche la triste e immutabile condizione, definendolo come un misto tra angelo e bestia. Se è vero che “in medio virtus stat”, come dichiarò Aristotele (questa è ovviamente la traduzione latina), è forse una via, quella di Pascal, tra le più sagge mai intraprese nel corso della storia.

Un’opposizione antitetica dannosa è, invece, riscontrabile tra il Medioevo, dove “per arricchire Dio, l’uomo deve impoverirsi” (Feuerbach), e il positivismo ottocentesco, quando l’uomo è passato dall’affidarsi completamente al “vecchio” Dio, dal riporre un’assoluta fiducia in Lui, ad adorare un’altra essenza metafisica che studia, però, i fenomeni fisici, la scienza. Nel XIX secolo, il genere umano ha posto un’incondizionata speranza in essa, con la ferma convinzione che avrebbe risolto, se non tutti, gran parte dei problemi umani. La cieca fede nel progresso ha ampiamente dimostrato di non poter comprendere un essere che non è certamente solo ragione, oggettività e tangibilità, bensì è anche istinto, soggettività e spiritualità. Ridurre l’uomo a mero ente materiale è un errore che ha portato, e può ancora condurre, a servirsi dell’uomo, a usarlo solo come strumento e a non riconoscerlo, kantianamente parlando, “sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”.

Ne sono un esempio emblematico le sperimentazioni umane, che non sono state, a dispetto della credenza comune, monopolio esclusivo di regimi totalitari, bensì una tradizione ben radicata anche nel paese che ospita la sede dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, istituzione che nell’immediato Secondo dopoguerra redasse la “Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo”. Una consuetudine che in America ha la sua origine nel primo Novecento, con strascichi fino ai primissimi anni Duemila, con il caso delle sperimentazioni dell’azienda Pfizer, multinazionale farmaceutica newyorkese, su centinaia di bambini nigeriani.

Non si può però demonizzare totalmente il progresso, poiché molte conquiste scientifico-tecnologiche hanno migliorato la qualità della vita di milioni di persone nel mondo, contribuendo a salvarla. Esso ha permesso di approfondire la conoscenza di noi stessi, le nostre potenzialità e il mondo che ci circonda, allargando i nostri orizzonti. Apprezzarne i lati positivi è un dovere, considerando anche il fatto che sarebbe deleterio per noi stessi intrattenere un atteggiamento di rifiuto totale nei suoi confronti; ma da qui ad assolutizzarlo, come spesso è stato erroneamente fatto, è presente un abisso, che porta con sé il rischio di una divinizzazione del progresso e più in generale delle scienze, con le conseguenze evidenziate in precedenza. Esso non può, quindi, rappresentare la via salvifica per l’uomo del III millennio, ma un’efficace supporto alla sua infelice esistenza. L’uomo, non potendo trovare tutte le risposte nella conoscenza empirica, deve necessariamente ricercarle altrove, ponendosi continue domande su di sé e sul mondo, sviluppando l’unico metodo in grado di conferire senso alla vita degli uomini: l’indagine filosofica, che li accompagna sin dall’alba dei tempi e che permette loro di sopportare meglio le sofferenze terrene.