Intervista a Fabio Polese

Intervista a Fabio Polese

Fabio Polese, classe 1984, originario di Perugia, è un giornalista freelance che ha realizzato svariati reportage, con un occhio di riguardo per l’Irlanda e per il Sud-est asiatico. Negli ultimi tempi sta collaborando con il progetto Gli occhi della guerra, lanciato nel 2013 da IlGiornale.it per permettere ai lettori stessi di finanziare reportage nelle zone più delicate del globo. Intanto, ha trovato, però, il tempo, anche di pubblicare un nuovo libro con Eclettica Edizioni, Strade di Belfast. Tra muri che parlano e sogni di libertà (2015). Lo ho potuto così intervistare a margine della presentazione del libro tenutasi a Milano venerdì 1 aprile, organizzata dal circolo Ordine Futuro Milano presso i locali del Presidio.

Come reporter freelance sei stato diverse volte in Irlanda del Nord. Come mai solo e proprio adesso un libro in merito? Sui principali media nostrani, si parla pochissimo di questo argomento, ultimamente.

Strade di Belfast nasce proprio da questo: della questione nord-irlandese non se ne parla più, ma il suo nucleo fondante, l’occupazione britannica di una parte del territorio irlandese, perdura tuttora. Ho pensato, perciò, che fosse necessario un libro sull’Irlanda che trattasse la questione da un punto di vista odierno, focalizzando l’attenzione su come è oggi la situazione a Belfast, a Derry e negli altri territori occupati. Parallelamente, volevo rispondere anche a un’altra domanda: cosa resta, oggi, dell’IRA (Irish Republican Army)?

E a quale conclusione sei giunto?

Nelle interviste che ho potuto svolgere a ex-militanti dell’IRA, alcune delle quali ho raccolto all’interno di Strade di Belfast, ho ricevuto quasi sempre la stessa risposta. Oggi, la maggioranza del popolo irlandese vuole ancora un’Irlanda libera, ma la sua volontà rivoluzionaria si è notevolmente sopita. L’IRA esiste, ma è strettamente controllata dalle autorità britanniche e ha poco supporto tra la gente comune, al contrario di un tempo. La lotta repubblicana è passata a un modus operandi democratico, che spera di ottenere una sempre maggiore autonomia e, infine, la piena indipendenza, tramite il voto allo Sinn Féin, lo storico partito politico dell’indipendentismo irlandese. D’altro canto, alla Gran Bretagna va bene così: ha capito di poter riuscire con l’assistenzialismo dove la repressione poliziesca ha sempre fallito. L’Inghilterra elargisce sussidi e aiuti di stato in tutta l’Irlanda del Nord e sta lentamente riuscendo a infiacchire e a lobotomizzare il fronte repubblicano, i cui giovani sono sempre più docili e ammaestrati dalle comodità ottenute.

Nel libro sono presenti molte immagini, alcune delle quali ritraenti i vari murales che compaiono sui muri di Belfast. Da queste immagini, si può facilmente intuire la vicinanza ideale che lega l’indipendentismo irlandese a movimenti di lotta di altri paesi, dalla resistenza palestinese all’indipendentismo di Paesi Baschi e Catalogna, tutti movimenti storicamente supportati dalla sinistra radicale, anche italiana. Anche il separatismo irlandese potremmo, per semplificare, definirlo “di sinistra”?

No, decisamente no. Il discorso è diverso, la lotta repubblicana irlandese si sente idealmente vicina a tutte le lotte contro gli oppressori. Più che un discorso politico di destra contro sinistra, è un discorso mitico-ideale, del tipo di Davide contro Golia. Gli irlandesi tendono a supportare quella che nei vari conflitti sull scenario internazionale appare loro come la parte oppressa e a osteggiarne, per contro, il relativo oppressore. Capita di sentire gli irlandesi chiamare gli inglesi “fascisti” e di definire la loro come una “lotta antifascista”, ma i loro riferimenti ideologici al marxismo, al comunismo e all’antifascismo in genere sono vaghi e minoritari. Il punto sta solo nell’identificazione del Fascismo come l’oppressore per antonomasia e da questo malinteso derivano le conseguenze sopra descritte. In ogni caso, a prescindere dal colore politico delle rivendicazioni autonomiste, io credo fermamente nel principio dell’autodeterminazione dei popoli. Se si crede in esso, si deve avere la coerenza di farlo valere per tutti, anche per chi magari non ci sta troppo simpatico.

Passiamo al tuo libro precedente: “Le voci del silenzio. Storie di italiani detenuti all’estero” (Eclettica, 2012), scritto a quattro mani con Federico Cenci. Il libro raccoglie alcune storie di italiani detenuti all’estero, con sostanziali differenze tra loro; tutte, però, fanno emergere un concetto chiarissimo: l’Italia, nello scenario internazionale, è un paese a sovranità limitata.

In pochi lo sanno, ma al momento della stesura del libro c’erano circa 3500 italiani detenuti all’estero. Un numero enorme, che non ci sono indizi sia particolarmente mutato oggi. La maggioranza di questi detenuti dovrebbe scontare le proprie pene in Italia in base al trattato di Strasburgo e ad altri trattati bilaterali con paesi non aderenti a quest’ultimo. Questi trattati restano costantemente inapplicati e a molti di questi detenuti sono negati diritti assolutamente elementari. L’Italia è senza alcun dubbio un paese a sovranità zero, un po’ per l’inettitudine della sua classe dirigente, un po’ per la sua scarsa coesione nazionale, che fa sì che alla gente poco interessi della sorte di propri connazionali in quanto tali.

Qual è la storia che ti ha colpito di più tra quelle che hai potuto ascoltare e riportare in questo libro?

Quella di un ragazzo arrestato nella Repubblica Dominicana, a Santo Domingo. Aveva con sé della droga in aeroporto, è stato arrestato ed è morto nel corso della detenzione. La sorella ha chiesto un’autopsia e non è stata fatta. In seguito, ha chiesto di riavere indietro il corpo, ma i dominicani hanno rimandato in Italia le ceneri.  In tutto questo, l’ambasciata italiana ricevette varie minacce e l’invito a farsi gli affari propri. Il punto non è che queste persone detenute siano o meno innocenti, ma che all’Italia mette i piedi in testa persino la Repubblica Dominicana…

Qual è stato il tuo ultimo viaggio?

Sono stato nelle Filippine, unico paese a maggioranza cristiana in Asia, ma nel sud del paese, nell’isola di Mindanao la maggioranza della popolazione è musulmana. Io sono stato lì, dove da decenni alcuni gruppi combattono contro il governo rivendicando un’autonomia che salda questioni etniche e religiose. Gli abitanti di Mindanao sono di etnia malese e di religione musulmana e c’entrano davvero poco con il resto del paese; per questo se ne vogliono staccare. Nell’ultimo periodo, però, si sono registrate molte infiltrazioni dello Stato Islamico, in quelle che sono diventate delle vere e proprie cellule jihadiste filippine. Secondo alcuni dati, più di 100 filippini sono andati in Siria e Iraq a combattere nelle file dell’ISIS. C’è da notare, peraltro, che in questo momento si trova prigioniero di questi gruppi, probabilmente del maggiore, Abu Sayyaf, un ex-missionario italiano. In merito, comunque, uscirà a breve un reportage per Gli occhi della guerra.

(Foto Fabio Polese)