Le ragioni del Sì

Le ragioni del Sì

Il prossimo 17 aprile si andrà a votare per il cosiddetto “referendum trivelle”. Votando sì al quesito, si cancellerà una norma inserita nella Legge di Stabilità 2016 dal governo Renzi, con la quale è stata modificata la normativa relativa alle concessioni pubbliche per le estrazioni di idrocarburi che avvengono entro le 12 miglia marine dalla costa (circa 20 km). Se prima, infatti, le concessioni avevano durata trentennale, prorogabile fino a 40-45 anni, con la nuova norma l’estrazione finisce con l’esaurimento del pozzo. Se passasse il sì, pertanto, la proroga sine die introdotta dal governo verrebbe cancellata: le estrazioni, esaurito il periodo delle concessioni, verrebbero interrotte come originariamente previsto. L’ultimo pozzo verrebbe chiuso, perciò, nel 2034.

Molteplici sono i motivi che ci portano a condividere in toto le ragioni del sì. Proviamo a sintetizzarli. In primo luogo, la tutela di un bene comune essenziale del nostro pubblico demanio, ossia il mare costiero. Posto che la quasi totalità dei giacimenti sono collocati nell’Adriatico, in una zona che va dall’Emilia-Romagna alla Puglia, con presenze forti anche nel Veneto, nelle Marche e nel mare di Gela, in Sicilia, numerose sono le località balneari e le riserve di pesca messe a rischio da uno sfruttamento oltre il tempo previsto degli impianti. Consentire di sfruttare fino all’ultimo goccio di petrolio o fino all’ultimo fiato di metano impianti progettati per lavorare per un periodo di tempo determinato, significa creare le premesse per due rischi. Si avrebbe l’aumento del rischio relativo agli incidenti potenzialmente letali per le acque costiere; si creerebbe un aumento dei costi di manutenzione e di smantellamento degli impianti superiore al ricavato degli idrocarburi, tale da prevedere, come avvenuto negli States, che chi sfrutta i pozzi abbandoni nel mare le strutture. L’Italia vive di pesca e turismo, il cui ricavato economico è nettamente superiore a quello dello sfruttamento degli idrocarburi. È chiaro che minare la salute delle nostre acque è una scelta folle.

Un altro aspetto importante riguarda il forte segnale che si darebbe al governo relativamente alle politiche energetiche italiane. Sembra un paradosso, ma all’Italia tutto questo gas non serve proprio. Chi sostiene l’astensione/no afferma che, se fermassimo le trivellazioni, l’Italia dovrebbe comprare dall’estero il minor gas ricavato dai giacimenti. Falso problema. I nostri edifici, la voce maggiore del consumo italiano in termini di gas ed energia, sprecano, per via dell’approssimazione tecnologica con il quale sono costruiti, le cui ragioni attengono ai motivi più disparati, la maggior parte del gasolio che consumano. Un “vero” piano casa, il quale prevedesse un programma di ristrutturazioni in favore dell’efficienza energetica degli edifici, sul modello tedesco, adottato in alcune regioni (dove non vengono rilasciati i permessi abitativi ad edifici che consumino oltre i 7 litri di gasolio o i 7 metri cubi di gas per metro quadro l’anno), diminuirebbe in modo significativo il fabbisogno di combustibili fossili. Inoltre, ricordiamo che ritornare ad investire sulle energie rinnovabili, fronte sul quale il governo Renzi ha portato una brusca frenata, certamente darebbe i suoi frutti.

Infine, va sottolineato che il picco produttivo dei giacimenti che verrebbero fermati, in caso di vittoria del sì, è stato superato da tempo. La produzione è ogni anno meno ricca. Il che, ovviamente, dimostra che non si avrebbe un danno consistente per quanto riguarda i proventi che lo Stato perderebbe e che non aumenterebbe in maniera significativa la quantità di gas importato da Egitto e Libia.

Politica energetica, dunque, e salvaguardia del patrimonio ittico e paesaggistico del nostro Paese sono le tematiche più importanti. Ma anche la questione lavoro ha la sua importanza. Mentre chiudendo gli impianti non si avrebbe una perdita significativa di posti di lavoro, un piano nazionale per l’efficienza energetica degli edifici, fra ricerca tecnologica e ristrutturazioni (cappotti energetici e altri mezzi tecnici), genererebbe un enorme flusso di denaro, dando nuova linfa vitale all’economia nazionale. Garantendo anche la possibilità dell’autoconsumo e l’autoproduzione di energia, tramite l’installazione e l’utilizzo diretto di energia prodotta dagli impianti a pannelli solari, si otterrebbe un risparmio per privati ed imprese, il quale aumenterebbe il poter d’acquisto delle famiglie e la possibilità di investimento.

L’ossessione di Renzi per la crescita del PIL, nonché per l’aiuto alle lobby dei petrolieri e dei banchieri, ha del patologico. L’Italia del futuro la immaginiamo protesa verso l’autosufficienza energetica e agroalimentare, con la tutela forte di ambiente e patrimonio storico, artistico e culturale. Non certo un paesaggio industriale, immaginario che sembra più confacente alle distopie che vivono i cosiddetti paesi emergenti o in via di sviluppo e quelli ormai a capitalismo maturo. Ma il nostro paese è ora che vada oltre gli errori del Novecento, secolo davvero buio, caratterizzato dal dominio del mostro bicefalo capitalista e comunista. Il dominio assoluto della tecnica, l’affido totale dell’economia a industria e finanza e il materialismo imperante sono un cancro che va estirpato, non alimentato. Votare sì darebbe un segnale di maturità in questa direzione.