Panama Papers: tanto rumore per nulla

Panama Papers: tanto rumore per nulla

Che dire della vicenda della rivelazioni di Panama, ultimo dei pochi paradisi fiscali ancora in essere, dopo la rimozione di Svizzera, Lichtenstein, Montecarlo, isole Cayman e altri dalle black list internazionali?

Dobbiamo forse domandarci come mai, se negli ultimi casi di leaks c’era sempre un nome e un cognome dietro la falla informativa (il trader Falciani, l’agente Snowden, il soldato Manning), in questo caso invece la fonte che avrebbe ceduto alla Suddeutsche Zeitung tale massa enorme di materiali informatici sia rimasta anonima?

Che forse, come sembra non solo possibile, ma anche probabile, in realtà dietro questa fuga di notizie non ci sia un anonimo e disinteressato buon samaritano della trasparenza fiscale, ma un team di hacker ingaggiati ad hoc al fine del furto di queste informazioni?

Per ora il dubbio è legittimo, anche se non verificabile.

Quello che invece è certo è che tra i clienti dello studio legale Mossack Fonseca si debbano distinguere due categorie: la prima è costituita da quei personaggi abbienti che detengono a Panama, più o meno legalmente, una parte delle proprie fortune, al semplice fine di usufruire di un regime fiscale più favorevole; la seconda, invece, è costituita da quei personaggi che detengono a Panama conti non per finalità strettamente elusive o evasive (non cioè per pagare meno tasse), quanto perché la fonte stessa di quei denari sarebbe illecita.

In particolare, se nella prima categoria di clienti si distinguono uomini di sport, dello spettacolo, dell’imprenditoria e della finanza (tra questi, anche il defunto Ian Cameron, padre dell’attuale primo ministro britannico), nella seconda compaiono prevalentemente politici e capi di stato.

E’ chiaro come su questi secondi ricada il maggior interesse.

D’altra parte, la prima reazione popolare e massmediatica è stata immediatamente il grido allo scandalo e un gran stracciamento di vesti per la presenza di Putin, dei dirigenti del Partito Comunista Cinese e di svariati monarchi mediorientali nella lista panamense.

Il primo riflesso è subito identificabile: sdegno per quelle nazioni rette da modelli politici non informati alla liberaldemocrazia, in cui la presenza di un potere forte è tale da determinare il corso della vita economica. Laddove, cioè, non sono il capitale e il mercato a dettare ogni norma, la vita degli affari si fa come si è sempre fatta: tangenti, buoni servizi, favori, scambi di relazioni, etc…

Questa tipologia di clienti della Mossack Fonseca non sono perciò degli evasori in senso stretto, sono degli uomini di potere, uomini di un potere in un certo senso feudale e premoderno, che ottengono quanto un tempo era dovuto al Signore e alle sue rappresentanze tramite tributo.

Date le ostentazioni già mostrate in passato, le foto con gli orologi da centinaia di migliaia di euro, i summit nella sua grande Dacia o sul suo costosissimo yacht e altre, nessuno si dovrebbe stupire che un presidente di una nazione come la Russia, sostanzialmente uno zar senza corona, ottenga ancora oggi, nel complesso gioco che intreccia politica e potere economico, questi tipi di tributi.

L’ipocrisia sta più nel circo massmediatico dell’Occidente, che si scandalizza se si paga una prebenda ad un capo politico, ma non se una azienda fa lobbing o altre attività volte ad ottenere il medesimo vantaggio o la medesima influenza, tramite i buoni servizi scambiati col mondo politico.

Le lobby, il pagamento delle campagne elettorali e le altre amenità dei sistemi democratici moderni e progrediti non sono che l’istituzionalizzazione di quanto nelle nazioni più rozze si fa almeno col pudore di un certo nascondimento.

Se, perciò, un intero sistema si fonda sullo scambio di interessi, e questo scambio è contrattualizzato, sostenendo così di aumentare l’efficienza del mercato, questo sarebbe un segno di progresso e di avanzamento civile. Laddove, invece, il mercato non è una forza assoluta, capace di inglobare al suo interno la politica, allora il prezzo di quelle stesse relazioni diviene facile arma di discredito.

“Spargete fango, un po’ ne rimarrà attaccato” così recitava un detto di infelice saggezza gesuitica. Non sembra così difficile riconoscere che sia in fondo questo, e non qualche demagogica utopia sulla trasparenza, il sugo di tutta questa storia.