17 aprile 2016: il referendum sul (quasi) nulla

17 aprile 2016: il referendum sul (quasi) nulla

Il 17 Aprile si terrà  il referendum abrogativo sulla “questione trivelle”.

Sì, la “questione trivelle”, perché così essa è conosciuta dalla maggioranza e nulla di più si sa su di essa.

C’è cattiva informazione per quanto concerne questa prova di democrazia che coinvolgerà il paese tra pochi giorni. Qui si cercherà di fare un po’ di chiarezza, per quanto possibile.

Innanzitutto, bisogna precisare che nei fatti cambierà poco o nulla, a dispetto dei grandi polveroni che si sono alzati recentemente.  Non vi sarà il fermo su nessuna trivellazione e non avverranno sospensioni alle attività estrattive delle piattaforme già presenti.

Ci si potrebbe domandare quindi: “Allora cosa si va a votare?”

Il popolo sovrano (viene da ridere) è chiamato alle urne per decidere se abrogare, quindi cancellare, la norma che concede di prolungare le concessioni già esistenti per estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine.

Un’inezia, se si considera che buona parte delle concessioni (17), entro le 12 miglia, scadrà nel 2027.

La maggior parte delle piattaforme estrattive, infatti, è situata oltre lo spazio delle acque territoriali nazionali e quindi non rientra nel dibattito referendario.

È utile sottolineare come le nuove trivellazioni siano già vietate dal 2013 nelle aree marine prese in considerazione precedentemente; quindi non vi saranno ulteriori piattaforme, indipendentemente dal risultato che il referendum fornirà.

Secondo recenti stime di Legambiente, basate su dati ministeriali, gli idrocarburi estratti nelle suddette zone rappresentano circa il 2% del fabbisogno nazionale e portano allo Stato circa 1 miliardo e 200 milioni di euro. Il nulla si può dire, considerando che solo il referendum, staccato senza motivo dalle amministrative di giugno 2016, costa tra i 300 e i 400 milioni di euro, un terzo del guadagno annuo derivante dalle estrazioni.

Il popolo non è certamente chiamato a decidere su un tema realmente significativo per il paese. Esso può però essere considerato come un indirizzo che la nazione vuole darsi in materia ambientale, oltreché economica.

Su questa linea va inteso il referendum, almeno per dare un senso a qualcosa che un senso non ce l’ha.

È da tempo immemorabile che la democrazia ha perso ogni valore. Si ha l’occasione, però, di rendere pubblico, secondo stime certe,  quanti siano gli italiani che dicono “sì” e quindi no alle non rinnovabili (petrolio, gas, ecc.) e che intendono quindi indirizzare il paese verso una strada sicuramente più verde.

Più che abrogativo, deve essere inteso a livello consultivo il referendum del 17 aprile, capace di dare un’idea di quelle che sono le intenzioni di un popolo che delle materie prime non fa certamente la propria ricchezza attuale e neanche sicuramente il proprio futuro. Una tendenza già espressa in via non ufficiale da numerosi sondaggi che danno al 70% il “si”.

Breve nota politica:

È interessante notare che molti partiti politici, appartenenti anche a schieramenti opposti, abbiano invitato al “sì”; al contrario, il tragicomico partito che si definisce “democratico”, ha invitato all’astensione.

Siccome, poi, l’incoerenza non basta mai, il ministro dello sviluppo economico, appartenente al governo di quel partito, è stato coinvolto nel famoso scandalo già chiamato Trivellopoli. Basti questo a dare un’idea.

Concludendo e riassumendo, il “sì” direbbe no al prolungamento delle concessioni già esistenti, il “no” concederebbe proroghe sino ad esaurimento scorte.

Il popolo voti, si esprima, ma non creda di contare qualcosa nel referendum del “quasi” Nulla. L’illusione democratica continua indisturbata.