Panama Papers: Usa vs Putin

Panama Papers: Usa vs Putin

Sembravano tesi portate in auge da un manipolo di complottisti e sprovveduti; informazioni così artefatte e frammentarie da suscitare ilarità, scherno, da parte di quel pubblico, poco avvezzo alla riflessione, fidelizzato ed uniformato nel pensiero unico di stampa e tv “ufficiali”. A volte, basta spolverare la superficie di qualcosa e ciò che appare come ovvio diventa assurdo e, viceversa, ciò che pare assurdo acquista ragion d’essere. Bene, è proprio in virtù di questo “assoluto relativo” che, pezzo dopo pezzo, un surreale mosaico inizia a prender forma. Stiamo parlando dello scandalo Panama Papers, degli intrighi, i sabotaggi le mistificazioni che si celano dietro un’epocale fuga di notizie che sta coinvolgendo parte dell’“élite” politica mondiale.

Da qualche giorno, si rincorrono informazioni, nomi, dati, circa lo scandalo Panama Papers: la più grande fuga di notizie nella storia della finanza. Undici milioni e mezzo di file segreti su oltre 200mila società offshore. Tutto ha inizio dallo studio legale Mossack Fonseca, con base a Panama city, nel cuore di uno dei più importanti  e impenetrabili paradisi fiscali al mondo. Grazie a un informatore, i giornalisti dell’ICIJ (International Consortium of Investigative Journalists ) sono riusciti ad entrare in possesso di carte e documenti top secret. Un dossier destinato a far tremare i vertici della politica internazionale, uomini di spettacolo, imprenditori, sportivi: da Cameron a Putin, fino alla stella del calcio Lionel Messi.

Non mancano, come dicevamo, volti politici di spicco: nei documenti, infatti, spuntano nomi come quello del padre di David Cameron, Ian,  il quale possedeva un fondo d’investimento,  o quello del (ex) primo ministro islandese, che figura come proprietario di una compagnia offshore, la Wintris, acquisita nel 2007.

Il nome che, certamente, ha suscitato maggior clamore è quello del presidente russo Vladimir Putin o, per meglio dire, i nomi di uomini a lui vicini, come il ricco violoncellista Sergej Roldugin del teatro Marinskij di San Pietroburgo – a quanto pare, a Putin non è concesso avere amici ricchi! – o quello di Jurij Kovalcjuk, considerato il banchiere personale dello statista. A seguito della diffusione del dossier,  durissime sono state le reazioni del portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, il quale ha parlato di un alto livello di “putinofobia” raggiunto fuori dalla Russia; aggiungendo che tra le finalità dello scandalo, c’era quella di denigrare Putin, in seguito ai “successi dell’esercito russo in Siria e alla liberazione di Palmira, passata sotto silenzio dai media occidentali”. Secondo Peskov, “è chiaro che l’obiettivo principale di questa fuga di notizie è il nostro presidente, soprattutto in vista delle elezioni parlamentari e presidenziali” e “la stabilità politica nel nostro Paese”.

Ma facciamo un passo indietro. All’inizio della scorsa settimana, incalzato da organi di stampa russi, il capo del ICIJ aveva sommessamente dichiarato che Putin non era l’obiettivo della fuga di dati, ma, piuttosto, le rivelazioni miravano a far luce sulle torbide pratiche di evasione ed elusione fiscale a livello internazionale.

Fin qui nulla di strano, penserete, se non fosse che, molti dei nomi apparsi nell’ambito del dossier hanno un denominatore comune che li lega indissolubilmente tra loro, ponendoli in quella scomoda platea da sempre antagonista al progetto atlantista statunitense – vedi Putin – o alla ratifica di scellerati accordi internazionali come il TTIP –vedi la Le Pen, anch’essa citata nel dossier.

Potremmo stare qui a parlarne per ore, cercando di analizzare tonnellate di tesi assurde costruite da quelli che, nell’immaginario collettivo, vengono definiti complottisti; potremmo liquidare il tutto, imputando la vicenda alla casualità o, in ultima istanza, seguendo la teoria del “Rasoio di Ockham”, allinearci passivamente alla versione ufficiale dei fatti. Ma, negli ultimi giorni, un’ altra versione sembra farsi spazio tra le migliaia di informazioni fittizie che stanno inondando i media di tutto il mondo. Tutto farebbe pensare all’ennesima boutade gettata, incoscientemente, in pasto al grande pubblico, se non fosse che la fonte è meritevole di attenzione: parliamo di Wikileaks, che di scoop se ne intende.

Secondo l’organizzazione di Julian Assange, dietro ai Panama Papers ci sarebbe un minuzioso disegno politico volto a minare la credibilità internazionale del presidente russo Vladimir Putin. A muovere i fili dell’intera vicenda sarebbero gli Stati Uniti e il miliardario, nonché speculatore finanziario, americano d’origine ungherese George Soros, attraverso l’OCCRP (Organized Crime and Corruption Project), finanziato da Usaid (l’agenzia statunitense  per lo sviluppo.)

“#PanamaPapers, l’attacco a Putin è stato fatto dall’Occrp, che punta alla Russia e all’ex Urss ed è stata fondata da Usaid e Soros” A scriverlo è Wikileaks dal proprio account ufficiale di Twitter, evidenziando come l’inchiesta in questione sia viziata da una strumentalizzazione di fondo. L’Occrp, infatti, è un’organizzazione no profit, appoggiata, oltre che da Usaid, dalle Open Society Foundations e da consorzi giornalistici come l’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), tutti accomunati da un nome: quello di George Soros .

Non più tardi di dieci giorni fa, Mosca aveva diramato l’allarme circa l’ennesimo “attacco mediatico” che l’Occidente si apprestava a lanciare contro la Russia. Solo un caso?

Sebbene né Vladimir Putin né i membri della sua famiglia – come accaduto nel caso di David Cameron – siano stati menzionati nel reportage di Panama Papers, la maggior parte dei media occidentali ha scelto, subdolamente, di porre l’attenzione sulle vicissitudini del presidente russo.

Sembra palese che quella che si sta profilando sia una vera e propria  campagna mediatica contro la Russia e il suo presidente. Putin viene usato, dall’Occidente, come comoda cortina fumogena utile ad occultare le innumerevoli zone d’ombra che ruotano attorno a questa vicenda. Si tratta, certamente, di un  patetico tentativo che mira a distruggere la reputazione di un  leader che, da sempre, spaventa l’Occidente filo-statunitense: Putin, sin dal 1999, ha attuato una politica estera decisamente  antagonista a quella dalla NATO. Chissà che, tra gli obiettivi atlantisti, non vi sia quello di trascinare la Russia in una nuova crisi economica, come quella del 1990, innescando di fatto un clima austerità, sacrificio, privatizzazioni, libero commercio, sfruttamento intensivo e, cosa più rilevante, consolidando  l’opera di delegittimazione del Presidente Putin. Naturalmente, il tutto avverrebbe sotto l’egida spettrale del FMI e l’occulta regia statunitense.

Diceva Voltaire – non  uno dei miei filosofi di riferimento; ma questo è un altro discorso – “per capire chi vi comanda basta scoprire chi non vi è permesso criticare”. Oggi, più che mai, ne stiamo avendo l’assoluta conferma.