Make America Great Again?

Make America Great Again?

In primo luogo, una doverosa e sincera premessa: io sottoscritto fui in prima battuta ostile alla candidatura di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

Abituato a intendere gli USA come antagonisti dell’Europa e la American way of life come un qualcosa di irrimediabilmente avulso dal concetto di civiltà, considerai la candidatura di questo truce immobiliarista come un ulteriore passo della degenerazione insita nelle dinamiche della liberaldemocrazia.

Supponevo che Trump non sarebbe stato altro che un grossolano ripetitore dei temi classici della destra repubblicana; supponevo che si sarebbe distinto solo come improbabile Trimalchione, tutto free commerce, decadenza morale e arroganza internazionale.

Mi sbagliavo.

Trump ha indubbiamente sorpreso, il successo che sta manifestando nel corso di queste primarie è tutto dovuto, in prima battuta, al fatto che è percepito come distinto dal repubblicano standard come siamo abituati a pensarlo.

Non è solo il fatto di essere un outsider, cioè un personaggio estraneo all’establishment del GOP, perché anche Ted Cruz, il suo principale rivale, è considerato dal resto del suo partito come un parvenu. E’ anche un personaggio indipendente su tutti i fronti, in primis quello finanziario (fatto che negli States ha sicuramente il suo peso) e ha spaccato gli schemi classici dell’ingannevole bipartitismo americano, facendo tuonare contro di esso la voce del buon senso.

Da decenni, ormai, la politica USA era cristallizzata su posizioni d’etichetta: pro-life – repubblicano, pro- choice – democratico; pro-armi – repubblicano, pro integrazione razziale – democratico; pro Nato -repubblicano, pro welfare state – democratico.

Schematizzazioni spesso sclerotiche, almeno a guardare la presidenza Obama, che, avviata sotto i segni del Nobel per la pace, ha visto il mondo divampare di conflitti e tensioni, tutte immancabilmente, nascostamente (ma neanche troppo) e ipocritamente fomentate da Oltreoceano.

Trump, invece, ha già avuto – bisogna riconoscerglielo – il merito di dar voce al buon senso, il quale non riconosce etichette di partito.

Senza dubbio, siamo tutti coscienti, come già detto all’inizio, che lo stile della vita e della cultura americana siano avulsi da quella cultura informata ai concetti civiltà che l’Europa ha espresso nel corso dei secoli. Tuttavia, non si può negare che anche l’America sia abitata da persone per bene; gente semplice che, come ricordava Ezra Pound, è sovrastata da lobby ed élite che la governano e la ingannano incessantemente senza farne gli interessi.

Trump dà voce al buon senso popolare di questa parte di America; questa America bianca, che non accetta di scomparire nel supposto Eden del melting-pot; questa America che non vuole mettere a morte i bambini innocenti nel ventre delle loro madri e che, invece, vuole, comprensibilmente, che a morire ci vadano gli assassini e gli spacciatori. Trump dà voce a quell’America estranea alle mollezze del pacifismo e del politically correct e che pure sa riconoscere che gli USA non possono impunemente vivere da padroni del mondo, intervenendo in ogni angolo del globo in virtù di un supposto primato morale.

La voce di Trump su questi punti è inequivocabile: neutralità tra israeliani e palestinesi, scioglimento della Nato, amicizia e cooperazione con la Russia di Putin per combattere il terrorismo internazionale, sganciamento dagli interessi sauditi e delle altre petromonarchie wahhabite, a un tempo foraggiatrici dell’estremismo islamico e alleate strategiche degli USA.

Lo stesso Putin, personaggio certamente non sprovvisto di fiuto politico, ha d’altra parte immediatamente auspicato la vittoria del newyorkese per la corsa alle presidenziali.

Sarà anche rozzo, Trump, ma molti americani per bene hanno fiducia in lui, perché evidentemente sono stanchi di questo stato di cose.

Stanchi del fatto che l’America debba fare, senza un motivo ben preciso, guerra a Saddam Hussein, a Gheddafi, ad Assad. 

Sarà rozzo, Trump, ma dicendo che il mondo con Saddam e Gheddafi era un posto più sicuro, ha detto una candida verità.

Sarà rozzo Trump, ma tutte queste sue tesi, insieme a quella secondo la quale l’Obamacare va abolito, ma deve restare il diritto per ogni americano onesto di avere un’assistenza sanitaria decente, sono ampiamente ereticali per l’establishment del Partito repubblicano, che infatti sta facendo di tutto per scongiurarne la candidatura.

Sarà rozzo, Trump, eppure dà voce, più lui che il neo-hippy liberal Sanders, a quella gran massa di americani esclusi dalla ripresa economica di questi anni, andata per lo più all’appannaggio dei pochi soliti noti.

Sarà anche un tycoon, eppure è il candidato più temuto dalle lobby finanziarie di Wall Street.

Trump dà voce a quest’America, migliore, onesta, profonda. Quest’America che, negli anni Trenta e Quaranta, era il movimento dell’America First di Charles Lindbergh e anche di un giovanissimo Kennedy; l’America che non voleva immischiarsi in guerre d’Oltreoceano, che non sapeva trovare ragioni per essere necessariamente più amica di Londra e Parigi, rispetto a Roma e a Berlino.

Quella dell’America First, la profonda corda americana per il conservatorivismo isolazionista e il non intervento oltre mare, si pensava ormai scomparsa.

Si pensava che l’interventismo dei due Roosevelt l’avesse battuta nella prima parte del secolo, si pensava che lo strapotere attribuito all’America dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, e poi giustificato per tutta la seconda metà del secolo dal “pericolo rosso”, fosse ormai un fatto consolidato, anche nella mentalità degli stessi americani.

Il fenomeno Trump dimostra il contrario.

Derubricare Trump al capitolo della demagogia populista, se può salvare una conversazione politicamente corretta, non può però dar conto della realtà profonda di cosa invece Trump rappresenti e di quale cambiamento esso sia portatore all’interno della politica americana.

Arricciare il naso davanti a Trump, arricciarlo anche da destra, con una supponenza pseudo-aristocratica che sa principalmente di libresco e di sindrome da bastiancontrario, non rende giustizia alle candide verità di cui Trump si fa banditore per nome e per conto di quei cittadini americani delusi e disillusi dai sistemi di vertice della propria nazione.

Trump non è certo un messia, non è certo un patriota europeo, certamente non incarnerà mai uno spirito di civiltà come lo si potrebbe concepire in Europa. Ciò è già stato detto e ribadito, ma cercare in Trump la pagliuzza, facendo vinta di non vedere le travi che egli denuncia, non sarà certo sintomo di superiorità morale e ideologica, né di una particolare sagacia politica.

Per ciò che è l’America, un qualcosa di distinto da noi, Trump è, al momento attuale, di gran lunga la cosa migliore che le/ci potesse capitare.

Certamente, siamo lontani dai tempi in cui Lindbergh riceveva decorazioni da parte delle autorità tedesche. Eppure, se Trump dice di voler far grande un’America che vuole essere quieta e pacifica, amica della Russia e auspicante un’Europa armata e indipendente; se auspica un freno al processo di mondializzazione, culturale ed economica, di cui fino ad adesso gli USA sono invece stati il motore principale; se auspica che in America nessuno si debba vergognare di essere bianco, per chissà quali sensi di colpa; se auspica un’America scevra della religione del politically correct; se, insomma, è questa l’America a cui dà voce Trump, allora per una volta potremmo dire, con spensieratezza e non senza un certo stupore: Make America Great Again !