Regeni, petrolio, gas, spy stories e geopolitica mediorientale. C’è sempre la “perfida Albione”

Regeni, petrolio, gas, spy stories e geopolitica mediorientale. C’è sempre la “perfida Albione”

Il caso Regeni, il ruolo dell’ MI6 e la crisi con l’Egitto. La British Petroleum (BP) che, l’annuncio ufficiale è di pochi giorni fa, stipula un accordo da 1 miliardo di dollari proprio con il governo nordafricano per lo sviluppo del giacimento di gas Atoll e per una concessione offshore nel Delta orientale del Nilo (1,5 miliardi di metri cubi di gas e 31 milioni di barili di condensati).
E ancora: i retroscena dello scandalo Tempa Rossa, in cui emergono il ruolo e gli interessi della britannica Shell e dell’ambasciata di Sua Maestà, unica – parola di Maria Elena Boschi – a fare pressioni, fin quasi a dettarne la stesura, su quell’emendamento, più volte scritto e riscritto, che avrebbe favorito con qualche briciola anche l’avido amante del ministro Guidi.
Sembra proprio che, con l’ovvio placet del solito alleato a stelle strisce – alleato degli inglesi come da copione, naturalmente, non certo nostro – sia in atto un pesantissimo attacco britannico contro la povera Italia, a cui la classe politica di governo non ha i mezzi né la capacità per rispondere; anzi, l’attuale situazione potrebbe preludere alla caduta del governo Renzi-Boschi e alla sua sostituzione, senza elezioni naturalmente, con una qualche formula che dia garanzie ancora maggiori a quei poteri non italiani che giocano a fare la parte del leone in ogni contesto favorevole agli interessi dell’Italia e delle sue aziende.
E che ne sarà di Zhor, l’enorme giacimento gasifero scoperto da ENI al largo delle coste egiziane (fino a 850 miliardi di metri cubi di gas in posto, 5,5 miliardi di barili di olio equivalente e un’estensione di circa 100 chilometri quadrati) che dà tanto fastidio ai molti – da Tel Aviv a Washington (pronta, per bocca di Obama, ad offrire il proprio aiuto interessato sul caso del ricercatore italiano) e Londra – che hanno concessioni o interessi nella stessa area? Potrebbe esserci un collegamento con i moventi che hanno portato alla crudele eliminazione del povero Regeni?
L’ormai famoso “Se è d’accordo Maria Elena…”, pronunciato al telefono dall’ex ministro dello sviluppo economico, vorrebbe dire quindi: “Se è d’accordo la Gran Bretagna…” e che ruolo potrebbero avere gli inglesi nell’insolito profilo decisionista del governo – ritiro dell’ambasciatore al Cairo con massiccia sovraesposizione mediatica sull’inedita intransigenza italiana per la pur tragica sorte di un suo cittadino all’estero – sfoggiato contro un Egitto con cui proprio la Guidi, nello stesso giorno della scomparsa del giovane agente sottocopertura, stava per avviare la conclusione dell’affare del secolo, mettendo all’angolo, per l’appunto, gli stessi britannici, che pure mantengono alcune join venture con ENI nell’area?

Il caso Regeni

E sono proprio le coperture, vere o presunte, e le relazioni (troppo spesso sinonimi del medesimo tipo di rapporti) del giovane collaboratore del Manifesto che forniscono una rete inquietante di collegamenti rivelatori. Sembra che ogni suo passo, ogni frequentazione, odorino di servizi angloamericani, da quelle universitarie e lavorative a quelle affettive.

Il giovane, ma già ricco di titoli e frequentazioni accademiche particolari, Giulio Regeni, 28 anni – dottorando in economia all’università di Cambridge dal 2011, ottimo conoscitore della lingua araba, dopo aver trascorso 10 anni in Inghilterra, si era laureato a Leeds in lingua araba e società musulmana – era stabilmente in Egitto (dove aveva già lavorato per l’ONU) dal settembre 2015, presso l’American University del Cairo, per scrivere la propria tesi di dottorato sull’economia della terra dei faraoni.
Aveva già frequentato, nel 2005, vincendo una borsa di studio, anche lo United World College America West, in New Mexico, affiliato all’Armand Hammer United World College of the American West, una scuola biennale orientata allo studio dei conflitti e dei loro condizionamenti.
Armand Hammer, fondatore che si era intitolato l’accademia madre, era, per inciso, un noto e longevo speculatore senza scrupoli, miliardario e petroliere americano di origine ebraica, grande manovratore della politica sovietica – chiamato il “miliardario rosso” – statunitense e mediorientale (il condizionamento dei conflitti era la sua passione) che aveva lucrato, tra l’altro, da una sua breve collaborazione con ENI una ricca penale risarcitoria.

Regeni aveva modo di frequentare accademie prestigiose, non c’è dubbio, ma chi lo seguiva e lo indirizzava nelle sue ricerche? A Cambridge i suoi mentori erano le professoresse Anne Alexander e Maha Abdelrahman.
Maurizio Blondet ha dato uno sguardo al profilo professionale della prima: la Alexander afferma di lavorare allo sviluppo di “un progetto che indagherà il rapporto tra la diffusione delle nuove tecnologie multimediali e di mobilitazione per il cambiamento politico in Medio Oriente esplorando come tre generazioni distinte di attivisti politici abbiano usato le TIC (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) per costruire reti, creare ‘sfere di dissidenza’ e generare nuove culture attivistiche” .(1)
Maha Abdelrahman, dal canto suo, dopo esser passata dall’American University del Cairo, ha svolto consulenze per varie organizzazioni internazionali, tra cui l’Unicef, e ha pubblicato nel 2014, il testo:“Egypt’s Long Revolution”, perfetta esposizione del punto di vista che Londra e Washington hanno dell’Egitto: pollice in alto per la Fratellanza Mussulmana, da sempre funzionale agli interessi britannici nell’area, e pollice verso per la restaurazione laica e nazionalista di Abd Al-Sisi, che tanto ricorda quella di Nasser e Sadat.(2)
La docente, secondo quanto riportato da Repubblica, ha spiegato ai PM italiani “come la ricerca di Giulio fosse diventata “partecipata” (embedded), prevedeva cioè una partecipazione attiva alla vita degli organismi di cui doveva occuparsi”.(3)
Non più una semplice raccolta di informazioni per la tesi, Regeni era entrato in contatto attivo, diretto con gli ambienti dell’opposizione ad Al Sisi – ed in particolare i sindacati indipendenti – fornendo resoconti, con almeno due mail, alla sua tutor e scrivendo articoli per l’agenzia di stampa Nena News – il cui fondatore, Michele Giorgio, è corrispondente a Gerusalemme per Il Manifesto – e per lo stesso quotidiano comunista.(4)
Ed è il giornalista, e ricercatore, del Manifesto Giuseppe Acconcia, sempre in prima fila nell’attacco mediatico ad Al Sisi, proprio quando la partnership italo-egiziana sembra procedere spedita, punto di riferimento di Regeni in redazione, che ci permette di tornare a parlare dell’American University del Cairo: anche Acconcia, autore di The Egyptian Spring, proviene da lì e collabora attualmente con la Opendemocracy di Soros.(5)
Davvero prestigiosa l’ American University del Cairo, ha studiato lì anche John Brennan, attuale capo della CIA, fornisce la conferma che all’interno dei think tank e dei servizi americani va attualmente per la maggiore la medesima lettura geopolitica della situazione mediorientale dei docenti che seguivano Regeni a Cambridge: balcanizzare i Paesi arabi, soffiando sul fuoco dei contrasti etnico-religiosi. Gli stessi obiettivi strategici che piacciono ad Israele.
L’ha bazzicata, l’ American University, negli anni della sua lunga permanenza al Cairo, anche Emma Bonino – tenendovi incontri e conferenze – che ha piazzato uno dei suoi professori, Saad Eddin Ibrahim, nel consiglio generale di quella agenzia principe della dissoluzione che è il Partito Radicale Transnazionale. (6)
Come si fa a provenire da ambienti del genere senza esserne influenzati pesantemente? Come è possibile per un giovane di belle speranze non venire cooptato da questi signori per cui Al Sisi è molto più pericoloso e cattivo dei Fratelli Musulmani?
Un articolo de La Stampa, pubblicato il 16 febbraio, toglie ogni dubbio residuo sulla questione: Regeni, durante la sua permanenza a Londra, ha lavorato per un anno per la Oxford Analytica; chiarissimo il ritratto che, della nota agenzia, fa il blogger Federico Dezzani: “Una delle innumerevoli ramificazioni privatistiche dei servizi d’informazione atlantici. È sufficiente una rapida occhiata al sito, per rendersi conto che la Oxford Analytica è la continuazione sul terreno privato delle agenzie governative, con cui condivide, in un rapporto simbiotico, finalità e risorse (illuminante è il rapporto “New ‘de facto’ states could reshape the Middle East”)”.
“La Oxford Analytica analizza tendenze politiche ed economiche su scala globale per enti privati, agenzie e ben cinquanta governi, una specie di privatizzazione di altissimo livello della raccolta di intelligence – scrive il Giornale riportando l’articolo pubblicato da La Stampa – ha uffici, oltre che a Oxford, a New York, Washington e Parigi, e vanta una rete di 1,400 collaboratori. Promette actionable intelligence, informazioni su cui si possa agire, senza ideologie o inclinazioni politiche”. Dal settembre 2013 al settembre 2014, Regeni ha lavorato alla produzione del daily brief, “una decina di articoli pubblicati ogni giorno sugli eventi principali e mandata a una lista di clienti d’elite”. Il fondatore del gruppo è David Young, uno dei dirigenti degli “idraulici” finiti dietro le sbarre per il Watergate. Dopo lo scandalo, che travolse il presidente Richard Nixon, Young si trasferì a Oxford dove ha conseguito un dottorato di ricerca in relazioni internazionali.
Nel board della Oxford Analytica, che viene fondata nel 1975, ci sono anche John Negroponte, ex direttore della United States Intelligence Community e Sir Colin McColl, ex capo dell’MI6, il servizio segreto inglese”.(7)
E’ all’interno delle stanze della Oxford Analytica che si decide di buttare il cadavere di Regeni sui tavoli d’affari di egiziani e italiani, Dezzani ne è convinto: “… lo dimostra il fatto che Regeni, ospite di un’assemblea sindacale, si accorge di essere fotografato da uno sconosciuto. L’evento lo inquieta, tanto che ne parla ai suoi colleghi universitari, che poi lo riferiranno agli inquirenti”.(8)

Ne avete abbastanza? Non è finita qui.

Può essere interessante spendere due parole anche sulla fidanzata di Regeni: Valeriia Vitynska, 27 anni, è una ricercatrice, contrattista a termine per il World food programme dell’Onu a Kiev.
Ma Valeriia fa anche altro: risulta essere, infatti, “project manager”, specializzata in sistemi giudiziari e affari interni per l’Europa dell’est e i Balcani, nella squadra della InCompass ltd.
Si tratta di una società di consulenza registrata in Gran Bretagna, con sedi a Londra e ad Atene, una di quelle agenzie internazionali che assomigliano molto a “stanze di compensazione” tra servizi segreti, se non un’emanazione diretta di qualche servizio.
Ai suoi vertici risultano personaggi come Peter Jones, alto ufficiale del rango di Brigadiere Generale della polizia britannica, Marion Bialek, ex dirigente in pensione dei servizi canadesi o John Markey con un passato nei rapporti con il Tesoro, i dipartimenti di Stato e della Sicurezza interna americani.(9)
Ognuna di queste agenzie, ogni think tank, ogni ambiente frequentato dall’agente in missione al Cairo – che i servizi italiani tengono presto, e in modo alquanto insolito, a scaricare a mezzo stampa, forse proprio per l’urgente necessità di far capire che stava a libro paga di altri – porta avanti finalità e strategie che ricordano il famigerato Istituto Tavistock di Londra. La singolare scuola di psichiatria e sociologia si propone, come spiegato dalla Executive Intelligence Review, di studiare “la creazione di “salti di paradigma” (paradigm shifts), ossia del mezzo per indurre nelle società valori “nuovi”, attraverso eventi traumatici collettivi (turbulent environments)”.(10)

Ora, che l’italiano Regeni, facilmente pilotabile per le sue idee costruite nei medesimi think tank, sia stato usato non sembra esserci alcun dubbio: il suo cadavere martoriato è stato gettato nel bel mezzo di una guerra spietata che gli inglesi e i loro alleati di sempre stanno facendo all’Italia, e al suo alleato-partner Al Sisi, tentando di scoraggiare l’attività dell’Eni in Egitto (ricordate l’autobomba fatta esplodere davanti l’ambasciata del Cairo l’estate scorsa?) puntando poi, proprio con il rapimento e l’omicidio del povero ragazzo, avvenuti nelle date e nei momenti giusti – il primo nell’anniversario della “rivoluzione colorata” di piazza Tahrir, il secondo nello stesso giorno dell’incontro che avrebbe condotto all’accordo sulla mega concessione Eni Zhor, a cui era presente anche l’allora ministro Guidi – a screditare irrimediabilmente lo stesso leader egiziano, accusato della sua eliminazione dal coro incessante della stampa al soldo degli angloamericani, per farlo cadere e rimescolare tutte le carte in tavola.
Sembra di trovarsi di fronte ad un nuovo delitto Matteotti, petrolio e inglesi compresi, e gli egiziani lo capiscono bene; così l’ ambasciatore in Italia Amr Helmy:
“Regeni non è mai stato sotto la custodia della nostra polizia. E noi non siamo cosi ‘naif’ da uccidere un giovane italiano e gettare il suo corpo il giorno della visita del Ministro Guidi al Cairo (…) Dovete capire che lanciare delle accuse pesanti contro le forze di sicurezza egiziane senza alcuna prova può danneggiare i nostri rapporti. Spero che la verità venga fuori il prima possibile. Non abbiamo nulla da nascondere”.(11)
Ma, dopo la firma su Zohr, avvenuta il 21 febbraio (“Eni completes the authorization process for the development of Zohr gas field”, si legge sul sito della compagnia), tutto sembra essere diventato inutile.
Come sfruttare ancora quel barbaro omicidio? Perché la grancassa di TV, Repubblica e Manifesto, con la partecipazione attiva dei poveri familiari, riprende ad assordare?
E che vantaggio hanno nel difendere gli interessi angloamericani politici e giornalisti ex di Lotta Continua (da Manconi a Erri De Luca, allo stesso Sofri) che con Amnesty International sono in prima fila nel chiedere la verità che conviene ai nemici dell’Italia per Giulio Regeni?

“Sabotare il patto tra Roma ed il Cairo sulla Libia fa comodo a quelle potenze che premono per la balcanizzazione della ex-colonia italiana e vedono nell’evanescente esecutivo di Faiez Al-Serraj il primo passo verso la sua spartizione”(12), scrive ancora Federico Dezzani, notando come le iniziali preferenze italiane fossero indirizzate, secondo i consigli di Al Sisi, verso il generale Khalifa Haftar e il governo laico di Tobruk, vero nemico dell’Isis in Libia.
Ma Al Sisi è un sanguinario, ‘peggiore di Mussolini’, e fa simpatia anche a Putin, meglio quindi puntare su chi è gradito agli angloamericani e alle loro agenzie di intelligence. Il cadavere di Regeni viene martoriato così, ancora una volta, proprio da chi invoca giustizia per la sua triste sorte.

Del resto nell’organigramma di Amnesty e tra i suoi principali finanziatori si ritrovano le solite sigle e così anche gli ex LC che ne appoggiano la campagna antiegiziana si qualificano allo stesso modo, scrive Dezzani: “… chi manifesta il 25 febbraio davanti all’ambasciata egiziana a Roma:sono il Dipartimento di Stato americano e la Open Society del miliardario Soros”.(13)
Come la Boschi parlava per conto dell’ambasciata britannica, così parlano per conto terzi anche loro.

La guerra geopolitica per l’energia nel Mediterraneo potrebbe ancora trasformarsi per noi in una clamorosa disfatta. L’incompetenza, lo scarso spessore, la ricattabilità – e il mix di ognuno di questi squallidi elementi – dei camerieri di governo sono le peggiori credenziali per ipotizzare una seppur minima risposta politica: il ritiro dell’ambasciatore italiano al Cairo, considerando anche lo scenario libico e il ruolo della Turchia in tutta la faccenda, ne costituisce un’ulteriore conferma: un goffo tentativo di accontentare gli angloamericani.
Sarà Renzi, pur di restare al governo, pronto a vendere Al Sisi, così come Berlusconi fece, inutilmente, con Gheddafi?

NOTE:

(1) http://www.maurizioblondet.it/per-regeni-chiedere-i-danni-ai-britannici/

Dr Anne Alexander

(2) http://www.polis.cam.ac.uk/Staff_and_Students/dr-maha-abdelrahman

(3)http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/16/news/_cresce_il_malcontento_ecco_l_ultimo_report_inviato_da_giulio_alla_prof-133518984

(4) http://www.ilgazzettino.it/nordest/udine/ecco_ultimo_articoli_sugli_scioperi_egitto_firmato_da_giulio_regeni-1531964.html

Omicidio Giulio Regeni, un’operazione clandestina contro l’Egitto e gli interessi italiani

(5) https://www.opendemocracy.net/arab-awakening/giuseppe-acconcia/regeni-victim-of-regime-of-fear

Omicidio Giulio Regeni, un’operazione clandestina contro l’Egitto e gli interessi italiani

(6) https://it.wikipedia.org/wiki/Partito_Radicale_Transnazionale#I_.22soggetti_Radicali.22

(7) https://www.lastampa.it/2016/02/16/esteri/regeni-a-londra-lavor-per-unazienda-dintelligence-Ue3kZmmArej9wuMH279t5J/pagina.html

http://www.lastampa.it/2016/02/20/esteri/regeni-forse-ucciso-per-i-suoi-contatti-con-una-spia-inglese-infiltrata-CDRdhh4bUiO6YDHH8k7ZJK/pagina.html

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/i-lavori-regeni-pista-dellintelligence-1225307.html

Omicidio Giulio Regeni, un’operazione clandestina contro l’Egitto e gli interessi italiani

http://www.corriere.it/esteri/16_febbraio_16/regeni-lavoro-ad-oxford-analytica-genitori-giulio-non-era-servizi-23c620a8-d4af-11e5-8855-fe9a1275bf2e.shtml

https://www.oxan.com/Analysis/Default.aspx

(8) http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/11/news/regeni_fu_fotografato_ad_assemblea_era_impaurito-133208385/

Omicidio Giulio Regeni, un’operazione clandestina contro l’Egitto e gli interessi italiani

(9) http://www.lultimaribattuta.it/45061_crisi-italia-egitto-fidanzata-regeni

http://www.incompass-intl.com/our-team.html

http://www.incompass-intl.com/Home.html

(10) http://www.maurizioblondet.it/per-regeni-chiedere-i-danni-ai-britannici/

(11) http://www6.ansa.it/ansamed/it/notizie/stati/egitto/2016/02/10/regeniamb.egitto-non-siamo-cosinaif-da-uccidere-italiano_4954b0ac-2aa2-4b64-b537-a6b86752d058.html

(12) http://federicodezzani.altervista.org/caso-regeni-entra-in-scena-lanonimo-egizianodi-la-repubblica-perche-ora/

(13) http://federicodezzani.altervista.org/dagli-allegitto-chi-ce-dietro-amnesty-international-e-gli-ex-lc-che-invocano-la-linea-dura-sul-caso-regeni/

(Articolo ripreso da RadioFN)