Crisi della Chiesa: nel dubbio, pro autoritate oppure pro veritate?

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“Si possono distinguere tre tipi di ubbidienza: la prima, sufficiente per salvarsi, si limita ad ubbidire nelle cose d’obbligo; la seconda, perfetta, ubbidisce in tutte le cose lecite; la terza, disordinata, ubbidisce anche nelle cose illecite.”

San Tommaso d’Aquino (Somma Teologica II-II, q. 104 a. 5)

In questi tempi di estrema confusione e di dominio del dettato neo-modernista nella Chiesa, si pone il dilemma: nel dubbio, pro autoritate? Ossia fino a che punto seguire coloro che oggi rappresentano l’autorità nella Chiesa?

Di fronte alle ambiguità ed alle palesi contraddizioni col magistero tradizionale di cui, da anni ed in maniera sempre più evidente, molti uomini della gerarchia cattolica si rendono protagonisti – costringendo molti fedeli a compiere sforzi immani nel penoso tentativo di interpretare in maniera ortodossa parole ed atti il cui significato, quando non esplicitamente eretico, è, come già affermato, contraddistinto da una altrettanto grave ambiguità – ci pare doveroso ricordare la necessità di resistere al travisamento del depositum fidei da questi operato.

In un simile contesto, dunque, è normale che tra i fedeli si insinuino il disorientamento e l’incertezza, condizioni che inducono molti a porsi la domanda: nel dubbio, pro autoritate oppure pro veritate?

L’obbedienza è una grande virtù, che contribuisce in maniera determinante a farci piacere al Signore, ma non è un valore assoluto. Se obbedisco ad un ordine che mi impone di compiere un atto immorale, oggettivamente non compio il bene e, se di questa immoralità ne ho certezza, sono colpevole del male compiuto.

Ora, se l’autorità ecclesiastica – fosse anche il Papa – imponesse ai fedeli qualcosa in evidente contrasto con il magistero tradizionale e infallibile della Chiesa, nessuno sarebbe tenuto ad obbedirgli.

Per esempio, se il Papa negasse il dogma della transustanziazione o quello della risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo – od anche negasse quanto infallibilmente insegnato in materia di morale (l’indissolubilità del matrimonio, l’immoralità dell’omosessualità, ecc.) – nessuno sarebbe tenuto ad obbedirgli.

Se da un lato è vero che nessun pontefice regnante dopo il Concilio Vaticano II ha mai preteso di impegnare l’infallibilità pontificia al fine di insegnare il contrario di quanto già infallibilmente stabilito, è altrettanto vero che attraverso la via della pastorale si è dato luogo ad un processo di cambiamento della prassi rispetto alla dottrina (qui, ovviamente, ci riferiamo alla dottrina conforme al magistero tradizionale, certo ed infallibile, non alle “dottrine” postconciliari, elaborate a sostegno della prassi in rottura con la Tradizione).

La risposta al drammatico quesito, dunque, non può che essere: nel dubbio, pro veritate.

Qualcuno potrà obiettare che tale soluzione, se adottata, potrebbe favorire un atteggiamento di tipo protestantico, ossia basato sul libero esame del singolo fedele e, per questo, in contrasto con la retta interpretazione del depositum fidei custodito e trasmesso dalla Chiesa.

Certamente occorre fare molta attenzione a non diventare protestanti, a non cedere alla tentazione di farsi una propria religione. Al fine di evitare che ciò accada, è indispensabile continuare a credere e fare ciò che la Chiesa, conformemente al suo magistero infallibile, ha sempre creduto e fatto.

Ognuno si preoccupi, dunque, di rimanere fedele a ciò che è necessario alla salvezza della propria anima (salux animarum suprema lex, la salvezza delle anime è la legge suprema della Chiesa) ed a vivere conformemente alla volontà del Signore, sia sul piano individuale che sociale: osservanza dei dieci comandamenti, frequentazione dei sacramenti, preghiera, conformità al magistero infallibile ed immutabile della Chiesa (tutto ciò che, in materia di fede e di morale, è stato insegnato dalla Chiesa con il sigillo dell’infallibilità, da Dio concessa al Papa ed ai dei vescovi in comunione con lui) (1).

Ogni cattolico-romano, secondo le proprie capacità e possibilità, è tenuto ad istruirsi e a conoscere la propria fede, la quale non può contraddire la retta ragione fondata sul principio di identità e di non contraddizione.

Per quanto spiritualmente doloroso e faticoso sia resistere all’autorità, lo stato di grave confusione – oggi dominante tra gli uomini che compongono la gerarchia ecclesiastica – impone ad ogni fedele di vigilare e, se del caso, resistere alle novità non conformi alla Tradizione. San Paolo, per esempio, resistette pubblicamente a San Pietro – che gli era superiore – quando questi sbagliò, sostenendo la necessità della circoncisione (2).

Note

(1) Ci pare opportuno, in questa sede, soffermarci brevemente sul tema importantissimo dell’infallibilità pontificia. La costituzione Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I stabilisce le condizioni necessarie per l’infallibilità delle definizioni pontificie straordinarie e ordinarie. In essa si insegna che il Papa è infallibile «quando parla ex cathedra, cioè quando, adempiendo l’ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, in virtù della sua suprema autorità apostolica, definisce una dottrina riguardante la fede ed i costumi, che deve tenersi da tutta la Chiesa». Pertanto le condizioni necessarie perché si abbia un pronunciamento del magistero pontificio straordinario o ordinario infallibile sono quattro:

1) che il Papa parli come Dottore e Pastore universale;

2) che usi della pienezza della sua autorità apostolica;

3) che manifesti la volontà di definire e di obbligare a credere;

4) che tratti di fede o di morale.

Inoltre, quale contributo all’orientamento dei fedeli, affinché possano distinguere la verità cattolica dall’errore, riteniamo opportuno riproporre la regola di San Vincenzo di Lerino (+ 450 ca.).

“Nella Chiesa Cattolica bisogna avere la più grande cura nel ritenere ciò che è stato creduto dappertutto, sempre e da tutti. Questo è veramente e propriamente cattolico, secondo l’idea di universalità racchiusa nell’etimologia stessa della parola. Ma questo avverrà se noi seguiremo l’universalità, l’antichità, il consenso generale. Seguiremo l’universalità se confesseremo come vera e unica fede quella che la Chiesa intera professa per tutto il mondo; l’antichità, se non ci scostiamo per nulla dai sentimenti che notoriamente proclamarono i nostri santi predecessori e padri; il consenso generale, infine, se, in questa stessa antichità, noi abbracciamo le definizioni e le dottrine di tutti, o quasi, i Vescovi e i Maestri.

– Come, dunque, dovrà comportarsi un cristiano cattolico se qualche piccola frazione della Chiesa si stacca dalla comunione con la fede universale?

Dovrà senz’altro anteporre a un membro marcio e pestifero la sanità del corpo intero.

– Se, però, si tratta di una novità eretica che non è limitata a un piccolo gruppo, ma tenta di contagiare e contaminare la Chiesa intera?

In tal caso, il cristiano dovrà darsi da fare per aderire all’antichità, la quale non può evidentemente essere alterata da nessuna nuova menzogna.

– E se nella stessa antichità si scopre che un errore è stato condiviso da più persone o addirittura da una città o da una provincia intera?

In questo caso avrà la massima cura di preferire alla temerità e all’ignoranza di quelli, i decreti, se ve ne sono, di un antico concilio universale.

– E se sorge una nuova opinione, per la quale nulla si trovi di già definito?

Allora egli ricercherà e confronterà le opinioni dei nostri maggiori, di quelli soltanto però che, pur appartenendo a tempi e luoghi diversi, rimasero sempre nella comunione e nella fede dell’unica Chiesa Cattolica e ne divennero maestri approvati. Tutto ciò che troverà che non da uno o due soltanto, ma da tutti insieme, in pieno accordo, è stato ritenuto, scritto, insegnato apertamente, frequentemente e costantemente, sappia che anch’egli lo può credere senza alcuna esitazione.”

San Vincenzo di Lerino ha il merito di avere fornito una formulazione chiara del principio di Tradizione apostolica, partendo dalla constatazione che la Sacra Scrittura non può essere da sola norma sufficiente di fede, in quanto soggetta a varie interpretazioni. Vincenzo di Lerino affianca, dunque, alla Sacra Scrittura l’autorità della Tradizione intesa come patrimonio di dottrine professate “sempre, dovunque e da tutti i cristiani (Quo ubique, quod semper, quod ab omnibus. Commonitorium, c. 23). (Cfr. Battista Mondin, Dizionario enciclopedico del pensiero di San Tommaso d’Aquino).

(2) “(…) Ma quando Cefa (Pietro) venne ad Antiòchia, mi opposi a lui a viso aperto perché aveva torto.  Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma, dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi.

E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, tanto che pure Barnaba, si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ma quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa (Pietro) in presenza di tutti: “Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?” (Dalla Lettera di San Paolo ai Galati).”