Tolkien, The Hobbit e il Libro di Giobbe

Tolkien, The Hobbit e il Libro di Giobbe

Tolkien era cattolico, e questo lo sanno tutti. Molti interpreti di questo autore citano la famosa lettera nella quale ha definito Lord of the Rings un libro essenzialmente cristiano. La sua formazione era, nello specifico, gesuitica. Ma non tutti si sono, invece, soffermati sui significati propriamente cattolici di un’altra sua opera fondamentale, The Hobbit.

Cominciamo con un richiamo evidente. L’inizio di The Hobbit riprende con tutta evidenza il Libro di Giobbe. Nella traduzione italiana, “In una caverna sotto terra viveva uno Hobbit”  (1) non è poi diverso dall’inizio del testo biblico: “Nella terra di Uz viveva un uomo di nome Giobbe”. Alcune analogie ricorrono tra le due figure. Ad esempio, Bilbo Baggins, protagonista del racconto, era ricco, aveva una bella casa ed era rispettato da tutti, prima di avere un’avventura. Non diversamente da Giobbe. Costui era ricco, aveva molti figli, era rispettato da tutti. La vita di entrambi viene sconvolta, senza che avessero fatto nulla per meritarlo. Bilbo si ritrova la casa invasa da nani e da uno stregone che lo convincono a partire per riconquistare un tesoro custodito da un drago. Giobbe, invece, è colpito da una serie di disgrazie procurategli da un altro serpente, Satana, con il permesso di Dio. Entrambi perdono i loro averi e sono strappati dalla loro vita ordinaria, messi alla prova fino allo stremo delle proprie forze.

Ma vi è un altro fattore interessante. Alla fine della storia, entrambi avranno più ricchezze di prima. Sia Bilbo che Giobbe avranno molto argento e un anello d’oro. Il parallelismo si fa ancora più forte se pensiamo che Tolkien ha curato la traduzione in inglese proprio del Libro di Giobbe. Ovviamente, i significati teologico-morali sottesi al testo biblico sono diversi da quelli espressi dal testo dell’epopea di Bilbo. Ma in entrambi troviamo un uomo retto e onesto, che si trova a dover perdere tutto per conquistare un tesoro più grande.

Le implicazioni propriamente cattoliche di The Hobbit non finiscono qui. Vogliamo citare solo due episodi che sono significativi in tal senso. Innanzitutto, la pietà di Bilbo per Gollum.

“Doveva pugnalare quel pazzo, cavargli gli occhi, ucciderlo. Voleva ucciderlo. No, non era un combattimento leale. Egli era invisibile adesso. Gollum non aveva ancora realmente minacciato di ucciderlo, o cercato di farlo. Ed era infelice, solo e perduto. Un’improvvisa comprensione, una pietà mista a orrore, sgorgò dal cuore di Bilbo: rapida come un baleno gli si levò davanti la visione di infiniti, identici giorni, senza una luce o speranza di miglioramento: pietra dura, pesce freddo, strisciare e sussurrare. Tutti questi pensieri gli passarono davanti in una frazione di secondo. Egli tremò”. (2)

L’atto di compassione e misericordia salverà il mondo. Proprio Gollum contribuirà in modo decisivo a distruggere l’anello e a sconfiggere l’Oscuro Signore.

Altro episodio chiave, il dialogo con il serpente Smaug, il drago posto a guardia del Tesoro dei Nani. All’interno del dialogo serrato che Bilbo compie con il drago, vi è una vera e propria lezione di combattimento spirituale (che ricorda anche il dialogo di Odisseo con il ciclope). Ad un certo punto, Tolkien scrive: “È appunto questo il modo di parlare coi draghi, se uno non vuole rivelare il proprio nome (il che è cosa saggia) e non vuole farli infuriare con un netto rifiuto (e anche questa è una cosa molto saggia). Nessun drago può resistere ad una conversazione enigmatica e di passar un po’ di tempo cercando di comprenderla”.

Non sempre il nemico può essere fronteggiato spada alla mano. Per non essere schiacciati, può essere opportuno giocare d’astuzia. Quando, invece, Smaug mette la pulce nell’orecchio a Bilbo, chiedendogli come pensava di portare via il Tesoro dalla Montagna una volta rubato, si insinua il dubbio nel cuore del nostro. Il diavolo è un nemico astuto, la cui arma principale è la menzogna, di cui si serve per dividere. Bilbo comincia a sospettare di essere stato frodato dai compagni. A questo punto, Bilbo usa l’arma più difficile del combattimento spirituale. Compiacere il nemico per farsi mostrare i punti deboli. Solo compiacendo Smaug per la sua possente armatura riesce a farsi mostrare il punto debole, che determinerà la vittoria e la riconquista del Tesoro.

Molto altro vi sarebbe da dire, soprattutto sulla malattia del drago che rende folli per l’oro (Mammona…) e altri richiami alla dottrina cattolica. Lasciamo ai lettori, ovviamente, il piacere della meditazione e della fantasia. Quello che di certo ci sentiamo di poter affermare è che non si può ignorare il fatto che Tolkien vivesse in un mondo dominato dalla cultura protestante. La bellezza della sua opera non può non trarre linfa vitale anche da questo contrasto tra la propria visione del mondo e il modello religioso dominante al suo tempo. L’utilizzo sapiente di figure mitologiche della tradizione nordica, recuperate nella modernità e rese in una nuova veste tratta dalla morale cattolica, hanno creato una frattura nell’immaginario collettivo drogato dal culto del progresso. Nel mondo del nichilismo e del materialismo, nel mondo delle industrie che avvelenano terre, mari e anime, Tolkien ci propone un’avventura anti-moderna, eppure adattata ai moderni, affinché in essi possa risvegliarsi il senso del sacro e il desiderio dell’avventura. Avventura che non si traduce in un tentativo di dominio e di sopruso, nel dominio della Tecnica, ma che porta ad un proprio miglioramento e che comporta un morire a se stessi per rinascere ai piedi della Croce.

NOTE

 (1) Tolkien J.R.R. , Lo Hobbit o la Riconquista del Tesoro, p. 13, Adelphi, 1989.

 (2) Ibid., p. 106