Non solo quorum. Le storture referendarie italiane e il problema della giustizia

Non solo quorum. Le storture referendarie italiane e il problema della giustizia

Il referendum del 17 aprile si è concluso con un nulla di fatto. Il mancato raggiungimento del quorum del 50% degli aventi diritto al voto ha reso vani gli appelli di recarsi ai seggi da parte di molti leader politici di opposizione e rappresentanti delle istituzioni, consegnando la vittoria, invece, al premier e agli alfieri dell’astensione, presenti nelle file governative, ma anche nei molti “dissidenti” di partiti come Forza Italia e Lega Nord.

Nel suo complesso, questa storia assume un carattere sempre più grottesco man mano che prosegue. Nato come ultimo sopravvissuto di 6 quesiti referendari promossi da 8 regioni italiane – 5 dei quali depotenziati dal governo mediante accorgimenti presi nella Legge di Stabilità – la consultazione referendaria, non accorpata alle amministrative, è costata all’erario 300 milioni di euro di denaro pubblico e non è stata neppure in grado di porre la parola fine sulla questione della durata delle concessioni per le trivellazioni entro le 12 miglia: i comitati per il Sì hanno annunciato ricorso contro la legittimità stessa della norma che si voleva abrogare tramite referendum, e la storia probabilmente proseguirà in altra sede.

L’esito del referendum ha indotto in molti alcune considerazioni in merito al disinteresse del popolo italiano per le consultazioni referendarie degli ultimi 20 anni (unica eccezione dal 1995 ad oggi è stato il referendum del 2011, dove comunque il quorum fu superato di poco) e all’ipotesi di abolire proprio il quorum in sé. Ciò “obbligherebbe” la gente ad andare a votare, quanto meno se interessata all’esito del referendum e porrebbe fine all’equivoco per cui l’odierna astensione ai referendum è un miscuglio di consapevoli No al quesito e di totale disinteresse per esso, quando non di totale ignoranza dell’evento referendario in sé.

Indubitabilmente, la posizione ha la sua ragion d’essere. In fondo, se non sussiste alcun limite minimo del numero di votanti per le elezioni amministrative (dove in alcuni casi la partecipazione è scesa anche ben al di sotto del 50%), non si vede perché dovrebbe, invece, sussistere per quanto riguarda degli strumenti di para-democrazia diretta come i referendum abrogativi. Sarebbe anche un modo, per quanto raffazzonato e discutibile, di incentivare la partecipazione alle scelte politiche di una popolazione sempre più spenta, alienata e solo per la lamentela fine a se stessa, un tempo al bar e oggi su Facebook. Inoltre, i politologi, Luiz Francisco Aguiar-Conraria e Pedro C. Magalhães hanno evidenziato, nel paper Referendum Design, quorum rules and turnout, come il quorum, “introdotto per prevenire le distorsioni che risultano da una bassa partecipazione, alla fine […] contribuisce a diminuire la partecipazione, introducendo distorsioni nei risultati dei referendum.”

Detto questo, servirebbero anche dei notevoli accorgimenti a margine di una eventuale cancellazione del quorum. Immaginiamo un’Italia simile alla Svizzera, con consultazioni referendarie senza quorum molto frequenti. Sarebbe avviata la raccolta di firme per quesiti referendari su ogni genere di legge proposta dal governo. Indubitabilmente, potremmo ipotizzare un quesito per ogni riforma della Scuola o dell’Università, uno su ogni provvedimento riguardante i dipendenti pubblici e il lavoro in generale, decine di quesiti su tematiche ambientali ed energetiche, più varie ed eventuali.

La riforma costituzionale promossa dal governo Renzi prevede a margine una modifica del referendum abrogativo che va proprio in questa direzione. Se la raccolta di firme per il quesito referendario supererà le 800mila sottoscrizioni (contro le sufficienti 500mila), il quorum sarà abbassato al 50% dei votanti delle ultime elezioni politiche e non sarà più necessario arrivare al 50% degli aventi diritto. Bisogna notare, tuttavia, che questo referendum non ce l’avrebbe fatta comunque. Il 31% circa degli aventi diritto sono comunque una percentuale di poco inferiore al 50% dei votanti del 2013 (75% degli aventi diritto).

La soluzione potrebbe anche costituire un buon compromesso. Tuttavia, i maggiori incentivi nella raccolta firme porteranno indirettamente a un aumento del potere della Corte Costituzionale nel determinare l’ammissibilità dei quesiti referendari per cui le firme sono state raccolte. Questo, contrariamente a quanto si ritiene solitamente, non è assolutamente una garanzia positiva. La Corte Costituzionale è la stessa istituzione che ha respinto il giusto referendum proposto dalla Lega Nord per abolire la riforma Fornero, la legge sulle pensioni del 2011 approvata in fretta e furia nel “Salva Italia” e che ha letteralmente mandato sul lastrico di persone, creato una nuova categoria di derelitti del lavoro (gli “esodati”), rinviato in maniera lineare l’età pensionabile a 67 anni e reso così il turnover generazionale un miraggio.

Più di 500mila firme raccolte in occasione della promozione del quesito furono cancellate con il colpo di spugna inaccettabile di chi utilizza una determinata interpretazione delle regole di ammissibilità dei quesiti referendari per silenziare l’opposizione a provvedimenti economici che negli ultimi anni non solo non hanno evitato che la disoccupazione giovanile andasse oltre il 40%, ma hanno peggiorato la situazione.

Gira e rigira, per quanto riguarda la politica interna siamo sempre lì. Un sistema istituzionale completamente in mano al potere giudiziario, alla faccia del liberale balance of power. La Magistratura resta sempre l’unica istituzione che si giudica da sola e che si incarica di fare trasparenza da sola, non sottoponendo ad alcun tipo di controllo pratico l’azione di PM irresponsabili e di giudici imbarazzanti. Coi referendum vale in particolare lo stesso discorso generale: la Corte decide cosa va bene mandare a referendum e cosa no, con una grossa fetta di propria personale discrezione, e parlare di oggettività con la storia giudiziaria italiana farebbe ridere, se non facesse spesso piangere.

Questa è la grande questione che bisognerebbe affrontare, ma che sarà difficilissimo avvenga. Abbiamo visto cosa succede ai politici che, per proprio tornaconto, hanno provato ad accennare una timida reazione contro lo status quo. Nemmeno si può immaginare a cosa andrebbe incontro una seria riforma che cercasse di mettere in regola queste asimmetrie del potere.