Italia: senza quorum, senza coscienza

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Fallito l’obiettivo del quorum: circa 3 persone su 10, il 31,18%, è la percentuale di persone che si sono recate alle urne in occasione del referendum abrogativo sulle trivelle. Inutile, quindi, la netta vittoria del Sì.

Col senno di poi, ahinoi, avevano “ragione” Renzi, Boschi e gran parte degli esponenti del Partito Democratico che, ormai da mesi, avevano sminuito e ridicolizzato il referendum sulle trivelle.  Aveva “ragione” Giorgio Napolitano, il quale, non più tardi di qualche giorno fa, aveva sostenuto che “non andare a votare è un modo di esprimersi sull’inconsistenza dell’iniziativa referendaria” . E, infine, avevate “ragione” voi, appartenenti a quel 70% circa di elettori silenziosi e astensionisti che, in preda ad una visione pedissequa e consumista della vita, avete preferito passare la vostra domenica a fare shopping o in spiaggia.

Non vi biasimo o, forse, vi compatisco: come ricordava Paolo Villaggio, in un suo celeberrimo film della saga fantozziana, in un giorno sacro come la domenica, le “parole d’ordine” sono dormire, abbuffarsi, riposare. Poco importa se le spiagge che avete raggiunto faticosamente, dopo ore di traffico infernale  ed affollato, come un branco di pecore alla ricerca di un pascolo, siano a rischio subsidenza ed erosione; o  se l’acqua del mare, nella quale vi siete tuffati come trichechi in sovrappeso, sia solamente una nauseabonda brodaglia contaminata da metalli pesanti, idrocarburi e catrami vari. Del resto, quello che conta è il punto di vista da cui si osservano le cose. Certamente, dalla striscia di battigia dove vi siete accalcati alla ricerca di “relax”, le trivelle appaiono come insignificanti puntini, troppo distanti dalla vostra quotidianità per suscitare interesse o preoccupazioni. Poco importa se in ballo vi erano tematiche come la preservazione ambientale e la salute collettiva; in un’ottica dualistica, che ha visto contrapposti gli interessi della comunità agli introiti economici di un manipolo di aziende, lasciate libere di agire senza alcun tipo di regolamentazione o coercizione. Con  il nostro becero  menefreghismo, abbiamo concesso ad un governo colluso e privo di legittimazione popolare di svendere i nostri mari alla potente lobby del petrolio.

Forse, è vero, meritiamo questa classe politica inetta ed autoreferenziale; meritiamo il “ciaone” tweettato dal deputato renziano del Pd Ernesto Carbone (nomen omen), il quale, in piena consultazione referendaria, salutava ironicamente tutti quelli che riponevano fiducia e speranza nel raggiungimento del quorum.

La verità è che siamo un popolo apatico; amiamo lamentarci, ma poi, quando è il momento di agire e far sentire la nostra voce, ci dileguiamo senza troppi rimorsi.

A quanto sembra, nella nazione dei rivoluzionari in infradito e bermuda, la coscienza civile è  qualcosa da riporre in soffitta e tirar fuori, all’occorrenza, la mattina al bar, quando i toni rasentano, addirittura, quelli della “lotta armata”. Chiacchiere e concetti svuotati di ogni significato corroborano individui incapaci di pensare, poco avvezzi alla riflessione, ma decisamente legati agli  slogan ascoltati, tra uno spot e l’altro, in tv. Tutti in prima linea, compatti e determinati, a condannare il malaffare, la cattiva gestione della Res Publica, ma che, a ben pensarci, non sono così schifati nel prevaricare o fregare il prossimo. Non è un caso se l’italica logica del “tengo famiglia” abbia plasmato intere generazioni di individui.

L’insuccesso dell’ultima sessione referendaria sottolinea, ancora una volta, il vero problema dell’Italia e dell’italiano medio: la cultura. Un popolo di santi, poeti e navigatori, si diceva un tempo. Oggigiorno, i “santi” li acclamiamo la domenica dagli spalti degli stadi, di poeti non ne abbiamo più notizia, e di navigatori – del web – ne abbiamo in quantità industriale. Ed è proprio quello che è successo in occasione dell’ultimo referendum: una carenza culturale così marcata si traduce inevitabilmente in totale mancanza di senso civico. È, purtroppo, un dato di fatto: il numero delle teste pensanti e dei cervelli ancora in grado di funzionare, in questo paese, è calato vertiginosamente.

Siamo un popolo assopito, narcotizzato dalla futilità e distratto dalla banale mediocrità imperante, artificiosamente inebetito da frivolezze di ogni genere e, infine, costantemente impegnato nell’esibizione dei più svariati feticci consumistici. A mo’ di burattini ci entusiasmiamo dinanzi alla futilità e, senza neanche accorgercene, soggiacciamo a quel dominio dispotico mascherato, grossolanamente, da democrazia. Il tutto, come in un perverso circolo vizioso, alimenta dinamiche di consumismo, ignoranza e individualismo. Di questo sono ben consapevoli i detentori del potere politico ed economico, i quali, senza trovare alcun tipo di opposizione, rincarano la dose quotidianamente.

Nel frattempo, in preda a deliri di onnipotenza, continuiamo a credere che la natura sia al nostro servizio. La realtà è ben diversa: la nostra esistenza si fonda su un legame profondo, inscindibile e totale con quest’ultima, e se non vi sarà, al più presto, un radicale cambio di rotta, essa non tarderà a mostrarci il significato di quell’astruso concetto classico di Nemesi , da cui la nostra generazione dell’“opulenza” si sente ormai estranea ed immune.

Buonanotte popolo. Anzi, “ciaone”!