25 aprile, l’involuzione della retorica

25 aprile, l’involuzione della retorica

Sono giorni di trepidante attesa quelli che precedono la “festa della Liberazione”. Dalle istituzioni fino ai centri sociali, ognuno celebra la ricorrenza nei modi più disparati, dandole altrettanti significati spesso in forte contrasto tra loro. Ma andiamo per ordine.

Fino ad una ventina di anni fa, il 25 aprile ci veniva propagandato come il giorno in cui il popolo italiano riacquistò la libertà sia da un dominatore straniero, sia da una dittatura interna, con l’instaurarsi del regime democratico che avrebbe consentito al cittadino di scegliere chi doveva governare il paese senza timore di subire violenza o discriminazioni varie. Proposta in questi termini, la celebrazione del 25 aprile poteva anche diventare popolare, di fronte ai profani della politica e della storia, in particolare ai giovani a cui i “valori” di questa festa vengono trasmessi, come anche al popolino medio.

C’è sempre un “però”: quello che è scritto sulla carta non corrisponde certo a quella che è la realtà. Ad esempio, se durante il Fascismo per fare carriera occorreva per forza avere la tessera del Partito (ammesso che fosse vero), oggi vale altrettanto, con la differenza che possiamo scegliere a quale partito prostrarci per avere qualche possibilità in più, sempre che la promessa venga mantenuta. Oppure, durante il Fascismo accadeva che alcuni squadristi si lasciassero andare a eccessi di violenza, scatenando spesso le ire del Duce in persona, per impedire ai dissidenti di esprimere il loro pensiero; prendendo momentaneamente ciò per vero, è impossibile non cogliere le analogie col mondo attuale, in cui chi formula un’idea contraria alla corrente imposta viene censurato, denunciato e talvolta picchiato da quelli che sono diventati i nuovi squadristi – ossia i militanti comunisti prima e dei centri sociali e dei collettivi poi – anche per idee non necessariamente collegate al Fascismo.

Ma c’è un altro aspetto, che va oltre la semplice incoerenza di chi il 25 aprile canta “Bella ciao”, ed è la totale alienazione dal significato originario di tale ricorrenza. Se una volta si festeggiava sventolando il Tricolore (ricordiamo che la festa è nazionale), oggi si preferisce esibire la bandiera europea, la bandiera arcobaleno ed altri simboli che avrebbero scatenato le ire dei partigiani più agguerriti. Accettando ancora per un attimo la retorica classica della resistenza, quando mai si parlò di liberazione in termini di immigrazione, matrimonio gay, aborto, anticristianesimo, unificazione europea, droghe ecc.? Anzi, analizzando le singole ideologie che composero la Resistenza, si può notare come esse fossero in netto contrasto con tutti o alcuni aspetti che caratterizzano l’antifascismo attuale. E ciò si concretizza negli scontri a cui assistiamo tra gli antifascisti di ieri e quelli di oggi (vedi i recenti fatti, che hanno visto coinvolte le associazioni partigiane contro i centri sociali), mentre gli eredi dell’ideologia sconfitta assistono divertiti.

In altre parole, il 25 aprile non è solo un giorno in cui l’odio tra eredi della resistenza ed eredi di Salò si fa più acceso, ma anche quello in cui gli “antifascismi”, vecchio e giovane, si scontrano tra loro, sia sul piano ideologico che su quello fisico, ognuno per imporre la propria visione, che comunque, qualsiasi essa sia, ha portato questo Paese nel baratro più profondo.