25 aprile, schiavi della libertà

25 aprile, schiavi della libertà

Oggi l’Italia festeggia nuovamente la sua “liberazione”. Ma il popolo italiano è davvero libero o, piuttosto, schiavo di quello che viene considerato da tutti il liberatore, acclamato e festeggiato in pompa magna tutti gli anni?

Lo ammetto, questa festa non l’ho mai sentita mia. Non ho mai sentito mia questa retorica del 25 aprile, questa imposizione alla memoria, questa devozione basata su una storiografia frammentaria, incerta e figlia del pensiero dei vincitori; insomma, quanto di più mistificatorio ed ipocrita si possa inculcare nelle menti delle persone. Sono loro, i vincitori, che hanno tenuto in mano per oltre 70 anni le redini della storia, il logoro scettro della memoria condivisa, il cardine del pensiero buono e giusto; senza nessuno spazio di contraddittorio, senza alcuna eccezione per niente e per nessuno. Come biasimarli, avevano tra le mani la possibilità di riscrivere arbitrariamente intere pagine di storia, omettere gli innumerevoli atti infamanti e, infine, plasmare le menti delle nuove generazioni alla condivisione di sedicenti principi “democratici” – una democrazia inculcata è, di per sé, un ossimoro. Forse, candidamente, non ce ne siamo accorti, ma le nostre menti sono state plagiate sin dalla fanciullezza, sin dai banchi di scuola. Sono riusciti a programmare tutto, minuziosamente, affinché ci fosse una sola voce uniformata al “nuovo” concetto di libertà.

Questa è la storia di un inganno, uno dei tanti alimentati dalla propaganda di Stato, con il quale il popolo è stato rabbonito.

Risulta difficile, anzi impossibile, pensare che questa festa accomuni tutti: il 25 aprile non è la festa degli italiani, ma solo di una parte di essi. Ricorre sovente l’immagine degli agguati partigiani, delle rappresaglie; della guerra civile che mise gli uni contro gli altri migliaia di nostri connazionali; degli atroci bombardamenti alleati, della ferocia di Piazzale Loreto, delle bombe esplose nella scuola elementare di Gorla, che uccisero 184 bambini innocenti con i loro 20 insegnanti. Non voglio dilungarmi in analisi storiche, che lascio ad altri più autorevoli del sottoscritto, ma vorrei tentare di metter un po’ di “ordine” in questa giungla di proclami, di retorica da bar, di omissioni, dove tutto si confonde. Dove imperano le menzogne, le reticenze, le mistificazioni, le ipocrisie. Dove i termini “libertà” e “liberazione” hanno assunto un significato distorto, difficile da comprendere.

Oggigiorno, in Italia, con la parola “liberazione” potremmo descrivere la fine di un’occupazione straniera e l’inizio di un’altra. Sono oltre 70 anni che i nostri cervelli vengono condizionati e plagiati dalla subdola, nociva, martellante propaganda filoamericana. La creazione della festa del 25 aprile – festa imposta all’Italia dagli States – ha rappresentato un tassello fondamentale, funzionale alla nascita di nuovo stato fantoccio (quello italiano) vassallo dello strapotere economico, politico, militare statunitense.

È vero, francamente faccio fatica a comprendere questa libertà. I media e la (sub)cultura di massa, propagandano l’immagine dell’Italia come quella di un paese libero e democratico. Una visione distorta, radicata a tal punto da indurre buona parte della società civile ad abbracciare luoghi comuni e falsi miti capaci di ostacolare e, in alcuni casi, inficiare la comprensione storica del passato.

La realtà, ahinoi, ben diversa da quella che viene propinata e imposta quotidianamente: l’Italia, dal dopoguerra ad oggi, con la nascita della Nato, non è stata altro che una colonia americana e chi ha governato questo Paese lo ha fatto sempre e solamente attraverso il consenso made in USA.

Un quadro, quello descritto, che trova la sua principale e significativa espressione nella resa incondizionata palesata negli ultimi decenni, durante i quali l’Italia ha sommessamente accettato qualsiasi angheria perpetrata dall’“alleato” americano, sino al punto di accogliere sul proprio suolo un cospicuo numero di basi e installazioni militari, alcune delle quali – vedi il MUOS –  nocive per la salute della collettività. A riprova dei pesanti condizionamenti a cui soggiace l’Italia, potremmo menzionare il caso Gladio, i depistaggi, la strage di Ustica o quella più recente del Cermis.

Ma non divaghiamo oltremodo. Quest’oggi “ricordiamo” quel 25 aprile di 71 anni fa, data che sanciva la riconquista della tanto “agognata” libertà: una libertà svuotata della sua essenza ancor prima di nascere; una libertà consumista, figlia del “sogno americano”; una libertà borghese, priva di ambizione. Insomma, una libertà che, a ben pensare, si incrocia e si confonde con il suo termine antitetico per eccellenza: schiavitù.

La società odierna incarna quella che potremmo definire “la libertà degli schiavi”. Come potremmo considerare diversamente la condizione di chi oggi, per pura necessità, per il bisogno oggettivo di vivere e assicurare le condizioni minime di sopravvivenza  alla propria famiglia, non può fare altro che ridursi a merce e svendersi sul mercato del lavoro, nella speranza di poter lavorare quanto più a lungo possibile, subendo spesso marcate logiche di sfruttamento?

Ci appelliamo inebetiti e fiduciosi alle istituzioni, alla democrazia. Quella stessa democrazia che, senza troppo rammarico, ha permesso la nascita delle dittature finanziarie. Ricorriamo alle banche per acquistare cose indispensabili, come una casa, o per oggetti di cui, spesso, non abbiamo nessun bisogno diventando, di fatto, schiavi  delle rate e dei tassi usurai applicati a “prestiti” e mutui. Le distorsioni del capitalismo globale hanno plasmato un mostro che ha l’obiettivo di  retribuire sempre più il capitale a scapito del lavoro e della dignità dell’uomo.

La schiavitù del consumismo ha dato vita ad una grigia omologazione dei costumi e il pensiero unico ci ha condotto nel caos più totale, trascinandoci a piè pari nelle guerre economiche, innescando un impoverimento generale, alimentando i flussi migratori incontrollati funzionali agli interessi del grande capitale, distruggendo il lavoro e le sue tutele e, infine, spingendoci verso un baratro di cui non vediamo la fine.

Gli stessi “esportatori” di libertà e democrazia sono riusciti a metter tutto in discussione, persino l’idea di nazione su cui si fondavano l’appartenenza identitaria, sociale e culturale, o il valore della famiglia, che, nella sua accezione solidaristica, viene considerata un elemento “eversivo”, estranea ai meccanismi che regolano il mercato globale.

Nella nostra alienante quotidianità, scandita da ritmi poco vicini alla nostra natura e da azioni poco attinenti ai nostri reali desideri, cerchiamo risposte, ma troviamo feticci. Nell’età degli automi, la “libertà” richiede palliativi che possano mascherare il malessere di vivere: vetrine sfarzose e  negozi aperti anche la domenica, i quali generano, a loro volta, altre forme di asservimento e vessazione: riduzione del personale, maggiori sforzi da parte dei lavoratori per sopperire alla forza lavoro mancante. Al contempo, i salari rimangono invariati o addirittura diminuiscono, tanto che i giovani vengono assunti a condizioni contrattuali da schiavismo.

Tutto è in vendita nel grande suk della società “libera”, tranne i valori, i quali restano “oggetti” misteriosi. Il risultato è una società malata in cui il bisogno di essere si rifugia nell’apparire, ad ogni costo.

Ebbene, se questa è la vostra idea di libertà, permettetemi di dissentire con voi e di avere ancor più nostalgia di un passato luminoso, “romantico”, che, seppur  relegato al pensiero di pochi sognatori, è fermo lì, nel cuore e nell’anima.