Noi, il 25 aprile, la Storia, la Nippon Kaigi

Noi, il 25 aprile, la Storia, la Nippon Kaigi

Un altro 25 aprile, un’altra serie di liturgie volte a magnificare il culto uno e trino dell’Italia delle tre R, Risorgimento, Repubblica (non, ovviamente, quella Sociale), Resistenza. Dai sacri palazzi del Pontefice Massimo di questa pseudo-religione democratica, il sempre beneamato Presidente delle Repubblica, alla più piccola parrocchia della nazione – sia essa una parrocchia secolare, ossia un Municipio, o una parrocchia conventuale, ossia una sezione ANPI – è giorno di liete celebrazioni e omelie catechizzanti il popolo devoto del Vangelo della Verità democratica. Quella cioè che, per fortuna, ha fatto vincere i buoni sui cattivi; quella che, per fortuna, facendo perdere all’Italia la guerra, ha partorito un mondo migliore.

Inutile dire che vogliamo esprimere un punto di vista differente.

A 76 anni di distanza da un evento, bisogna cominciare a trattarlo con i criteri della storicità, non certo per sminuirlo o per ritenerlo ormai privo di conseguenze sul presente, ma, al contrario, per oggettivarlo al meglio e sapersi formare davanti ad esso una retta coscienza.

Non possiamo eludere la verità dei fatti sommariamente ricordati il 25 aprile. Non possiamo cioè limitarci a liquidare tutte le vicende correlate a quella data come se fossero accadimenti ormai a noi estranei. Forse esiste questa tendenza anche negli ambienti della cosiddetta “Destra radicale”; comprensibilmente, il fastidio derivante dagli incensi delle commemorazioni pelose e delle retoriche iperdulie possono far sorgere per rigetto questo sentimento di estraneità. Tuttavia non sarà certo nell’oblio che si avrà una soluzione soddisfacente alla questione di come ristabilire per l’Italia e per l’Europa una più sana concezione di sé.

Se, allora, dobbiamo entrare nel dominio della considerazione storica, è evidente che non possiamo dimenticare la triplice definizione di Storia individuata da Nietzsche.

La Storia può essere monumentale, critica o antiquaria.

La forma più alta di approccio alla Storia è chiaramente quella monumentale, di chi cioè si volge al passato per trarne ispirazione. E’ lo spirito che, assumendo coscienza che una certa grandezza è esistita nel passato, comprende che essa è non solo immaginabile, ma effettivamente realizzabile. E’ l’opposto esatto del nostalgismo (il cui destino inevitabile è il grottesco), è un senso dell’azione, del rinnovamento, il senso di un Cesare che realizza la grandezza, volgendosi a quella di un Alessandro.

Il senso critico della Storia è quello di chi vive un presente problematico e cerca quindi di svincolarsene, portando la Storia e il passato sul banco degli imputati. E’ un senso della Storia che può essere liberatorio, nel senso che accusando, denunciando e condannando ci si prova a liberare e separare da un retaggio scomodo o disprezzato. E’, ad esempio, il senso della Storia proprio dell’Illuminismo, del suo vaglio critico del proprio passato medioevale, del suo sottoporre a processo una certa fase storica al fine di condannarla e svincolarsi, quindi, dai suoi dogmi, dalle sue tradizioni, dai suoi condizionamenti.

Infine, si ha la Storia antiquaria, il senso della Storia più povero di significato, quello che si accontenta di una collezione antiquaria di fatti e di nozioni, di ricordi. Quella che può scadere nella nostalgia o nell’indifferenza.

Inutile dire che, nell’epoca attuale, che ha addirittura concepito la stranezza della presunta “fine della Storia”, il pendolo oscilli tra Storia critica e Storia antiquaria.

Il 25 aprile è un esempio chiarissimo di oscillazione nel campo della mera critica.

Dal lato dei vincitori, il 25 aprile e date simili sono il trionfo della condanna verso un certo passato dell’Italia e dell’Europa. La Storia dell’Italia e del resto dell’Europa coinvolta in quella guerra dalla parte sbagliata trovano in queste date il momento in cui presentarsi davanti al tribunale della critica dei vincitori.

Qualsiasi fossero le ragioni che spinsero tanti uomini a schierarsi da un certa parte, siano esse le ragioni dell’onore dei militi della Repubblica Sociale o le ragioni ideali di un Giovanni Gentile, che proclamava quella guerra essere una “battaglia formidabile per la salvezza dell’Europa e della civiltà occidentale”; qualsiasi fossero i concetti contenuti in quella “civiltà occidentale”, ossia civiltà dello spirito europeo, tutto viene travolto dall’antico detto vae victis, guai ai vinti; senza ispirazioni, i vincitori non fanno che ricordarci come  essi siano stati i buoni, i migliori, i giusti, avvalorati in questo ruolo dal senso che la critica della Storia ha loro conferito.

L’Occidente non sembra ad oggi capace di uscire da questo senso opprimente della sua Storia. Depauperato dalla perdita della Tradizione e della forza e del valore del credere, imprigionato dai sensi di colpa o dalla droga dell’oblio, difficilmente può auspicare una rinascita autentica del proprio spirito.

Leggermente diverse le cose in Estremo Oriente.

Il Giappone ha scontato pienamente le conseguenze della sconfitta, subendo, e subendo ancora oggi, una costituzione scritta da mani straniere, la perdita di gran parte della propria autonomia, la perdita del proprio retaggio militare, la mutilazione, in una parola, di gran parte di se stesso.

Yukio Mishima, riottoso a conformarsi allo spirito del Giappone degli americani, ha magnificato con la testimonianza del proprio sacrificio l’insopportabilità di questa condizione.

Il Giappone, tuttavia, ha senza dubbio conservato nel suo profondo una compattezza d’animo, una dignità estranea alle nazione occidentali, incapaci di uscire dal senso della Storia datole dai vincitori.

Inimmaginabile in Europa, in Italia o in Germania – dove l’apologia dei passati regimi o la revisione di certi eventi storici sono fatti derubricati ai codici penali – l’esistenza di una organizzazione come la Nippon Kaigi.

La Nippon Kaigi è un’associazione di circa  40mila membri, quasi tutte alte e influenti personalità della società giapponese. Basti pensare che, con la vittoria dei conservatori di Shinzo Abe, l’associazione può contare tra i suoi membri circa un terzo degli eletti parlamentari e circa metà dei membri dell’esecutivo.

L’associazione ha 6 obiettivi principali che ne costituiscono la sua ragion d’essere e sono:

1) Rispettare la Famiglia Imperiale come centro di un Giappone unito e patriottico.

2) Promuovere una nuova Costituzione, basata sulla vera natura della nazione.

3) Proteggere e rispettare la sovranità del Giappone e sviluppare politiche per farlo crescere nella pace e nell’ordine.

4) Far vivere le tradizioni nell’educazione e formare giovani capaci di vivere fieri della propria nazione.

5) Coltivare uno spirito che sappia sollecitare la protezione della nazione e sostenerne la difesa.

6) Promuovere il benessere del Giappone nel mondo, mantenendo rapporti di amicizia con le altre nazioni.

Ovviamente, è definito in questo elenco punti, oltre quello chiarissimo sulla riforma della costituzione americana del Giappone, un intento di rinascita nazionale, il quale immagina, come condicio sine qua non di realizzazione, una corretta opera di memoria storica, affinché i giapponesi non rimangano intrappolati dalle condanne e da quel senso critico della Storia espresso su di loro dai vincitori.

La Nippon Kaigi, purtroppo, non è tutto il Giappone odierno, eppure chiaramente ne è la sanior pars, che speriamo possa svilupparsi per ridonare al mondo la grazia e la forza di quell’antica e nobile civiltà che è la nipponica.

L’inesistenza in Europa di qualcosa di simile dovrebbe lasciarci nello sconforto e non farci presupporre nulla di buono su una possibile rifioritura della nostra civiltà e di noi stessi.

Come detto, però, indulgere in questi pensieri sarebbe indulgere, come fa l’antiquario, nella nostalgia.

I tempi difficili non sono, però, quelli che possono lasciar tempo e spazio ai deboli sentimenti. Anzi, sono quelli che più necessitano di ispirazione.

La pochezza dei nostri tempi e dell’uomo dei nostri tempi non ci faccia scivolare nel rammarico del rimorso e nello squallore della capitolazione, ci faccia invece volgere alle grandezze che sono state e che, perciò, sempre e sempre maggiori possono essere.