Patria, obbedienza, sacrificio: valori invisi agli antifascisti

Capita che a Segrate, nel milanese, nei giorni che precedono e immediatamente seguono le celebrazioni della cosiddetta “Festa della Liberazione”, il Comune organizzi una mostra intitolata A scuola con il Duce. L’istruzione primaria nel ventennio fascista. Mostra ideata e realizzata nel 2003 dall’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Antonio Perretta” di Como. Coraggiosa provocazione, oppure ennesima manifestazione di becero antifascismo?

Apprendiamo da un giornale locale, in Folio del 15 aprile scorso, che “per due settimane saranno esposti pannelli che riproducono […] illustrazioni a colori, fotografie e testi ripresi dai manuali scolastici e dai quaderni degli scolari di allora e che, insieme ad una serie di quadri riassuntivi, ripercorrono le tappe e i momenti più significativi della scuola di regime.”

Per i suoi ideatori, la mostra – che, come detto, potrebbe essere percepita come una provocazione – ha uno scopo ben preciso in quanto “ogni processo di liberazione richiede una conoscenza dello stato di fatto, di ciò di cui ci si vuole o non ci si vuole liberare. Conoscere l’istruzione primaria del ventennio […] significa capirne profondamente non solo la struttura e l’evoluzione, ma anche le motivazioni e le finalità. E queste non furono solo quelle della normale didattica volta all’acquisizione delle conoscenze, della cultura teorica o pratica che fosse, ma quelle di formare fin dall’infanzia la coscienza di essere popolo allevato nel valore della patria, dell’obbedienza e del sacrificio.”

Secondo la curatrice della mostra, Elena D’Ambrosio, la mostra “vuole contribuire a esaltare quella libertà dell’uomo che comincia difendendo i diritti del fanciullo in formazione. Poiché la libertà nasce nelle aule delle scuole elementari, dove per la prima volta al bambino viene consegnato un libro. Quel libro deve essere corretto e leale, senza dottrine devianti e senza falsi scopi, aperto all’ottimismo, chiaro, semplice.”

Fine della lunga ma necessaria citazione. Si vuole, dunque, mostrare il male fatto dal fascismo, il quale pretendeva di dare un’educazione scolastica improntata ai valori dell’amor di Patria, dell’obbedienza e del sacrificio, al fine di formare un popolo il cui ethos fosse caratterizzato dai quei valori (e non solo da quelli). E questo sarebbe un male? Per le democratiche menti liberal-progressiste (per le quali pare appropriato l’uso dell’acronimo de-menti), evidentemente sì.

Quelle “testoline bacate” – incuranti delle contraddizioni in cui cadono (alzi la mano chi, nella scuola primaria e secondaria del secondo dopoguerra, ha studiato su testi di storia, e non solo, scevri dal condizionamento ideologico liberal-progressista) – che pretendono di insegnarci come salvaguardare la libertà e i diritti del fanciullo in via di formazione, sono le stesse che, tanto per fare un esempio, vogliono introdurre nella scuola la “teoria del gender”.

Siamo di fronte al solito – triste e stucchevole – scenario antifascista, contraddistinto dall’abitudine alla banalità, alla menzogna e al non-senso. Cosa significa, per esempio, “dottrine devianti”? Devianti da cosa: dalla Verità e dal buon senso, oppure dal diktat demo-liberal-progressista?

Si manifesta, ancora una volta, la disonestà antifascista. In nome di un’indefinita libertà e di un’inesistente neutralità, si addita il male laddove vi è, invece, la consapevolezza di cosa sia il bene e cosa sia la sua negazione e laddove si compie lo sforzo di educare le giovani generazioni secondo i canoni della migliore tradizione nazionale, ossia conformemente al Vero, al Buono ed al Bello (i trascendentali dell’Essere). Il tutto a vantaggio del caos dominante, frutto di settant’anni di regime democratico e antifascista.

In considerazione delle risibili intenzioni pseudo-pedagogiche dei curatori, l’augurio è che la mostra A scuola con il Duce si riveli per loro un boomerang, in quanto l’efficienza e la serietà della scuola italiana ai tempi del fascismo sono fatti oggettivi, contro i quali nulla valgono gli argomenti della propaganda antifascista, la quale, alla “maschia gioventù di romana volontà” propugnata nel demonizzato “ventennio”, pretende di opporre lo squallido esempio di troppi giovani fuorviati dal malsano e imperante democratismo.