Superstizione delle parole (2): esempi di antifascismi repressivi e i loro diversi risultati storici

Superstizione delle parole (2): esempi di antifascismi repressivi e i loro diversi risultati storici

Tra le parole “magiche” utilizzate oggi al di fuori di ogni contesto logico, troviamo i termini “Fascismo” e “Antifascismo”, che portano spesso l’avversario suggestionabile ad una sorta di paralisi emotiva e operativa. Tuttavia, in alcuni casi, gli apprendisti stregoni del Sistema finiscono per non controllare più gli spiriti da loro stessi evocati.

All’indomani della seconda guerra mondiale, i comunisti in Ungheria, pur forti dell’appoggio dell’Armata Rossa sovietica, si trovavano in una situazione per certi versi imbarazzante. Da una parte avevano un consenso limitato, che proveniva essenzialmente dai settori non magiari della popolazione, e dall’altra avevano il compito di trasformare l’Ungheria in uno Stato comunista, salvando le apparenze democratiche del processo in questione. La soluzione escogitata da Rakosi, capo comunista proveniente dall’esilio sovietico (si definiva “il miglior discepolo di Stalin”) fu l’utilizzo sistematico dell’Antifascismo – col suo corollario di “fascisti” da eliminare.

Naturalmente, questa non era una novità: in Unione Sovietica, il termine “fascista” era stato usato per marchiare a fuoco tutti gli oppositori e i dissidenti (persino i socialisti occidentali erano accusati di “socialfascismo”!), ma questo uso indiscriminato aveva avuto una grave controindicazione durante la guerra, quando una massa di dissidenti anticomunisti si trovò sotto occupazione germanica e trovò naturale collaborare con i tedeschi come combattenti o lavoratori volontari – un processo che gli stessi tedeschi non avevano previsto e che non sempre riuscirono a gestire facilmente. L’accusa continua, martellante e indiscriminata di “fascismo” da parte comunista aveva avuto non solo l’effetto di rendere accettabile per i dissidenti l’identificazione coi “fascisti tedeschi”, ma – fatto altrettanto increscioso – di accomunare sotto un termine comune tendenze diverse, portandole a coalizzarsi contro lo stalinismo. In effetti, tra i collaborazionisti (oltre 1.500.000 combattenti affiancati da una massa di cooperatori politici e economici) era possibile trovare differenze anche marcate: zaristi, fascisti panrussi e nazionalsolidaristi, eredi delle armate bianche e indipendentisti dei diversi gruppi etnici, nazionalisti tradizionalisti (come i cosacchi di Krasnov) e progressisti (come quelli di Vlassov, che non rinnegavano la rivoluzione socialista), cristiani e islamici, bianchi e asiatici.

Bollare subito tutti come “fascisti” era dunque facile, ma poteva avere gravi controindicazioni e Rakosi non intendeva commettere errori in Ungheria, dove, per di più, i fascisti delle Croci Frecciate avevano governato veramente nell’ultima fase della guerra e opposto una resistenza politico-militare memorabile, tanto che Budapest aveva combattuto più accanitamente di Berlino.  La strategia antifascista venne allora combinata con quella che i comunisti sarcasticamente definivano la “tattica del salame”: quando taglia una fetta, la lama affilata del coltello si appoggia proprio a quella che sarà la fetta successiva, e così fece Rakosi. Inizialmente, la repressione antifascista colpiva solo i fascisti propriamente detti e gli ex sostenitori del regime autoritario di Horthy, ma si richiedeva ai partiti democratici la complicità e l’adesione a questa politica repressiva. In particolare, i “Piccoli Proprietari”, il principale partito democratico, si facevano complici della repressione in parte per paura e in parte per opportunismo e “realismo” politico. L’illusione durò poco e presto cominciò la campagna contro l’ala destra dei Piccoli Proprietari, accusata di ospitare e nascondere fascisti nei suoi ranghi. L’ala sinistra dei Piccoli Proprietari dovette adeguarsi, farsi complice della nuova fase repressiva, mostrarsi felice di potersi epurare dei criptofascisti di destra. Naturalmente, una volta annientata l’ala destra e appurato che il partito aveva albergato al suo interno gli odiati “fascisti”, fu quasi automatico spostare il rullo compressore della repressione sui Piccoli Proprietari di sinistra, con la complicità degli altri partiti borghesi – sempre in nome dell’antifascismo. Il processo portò gradualmente i superstiti dei partiti democratici – annientati uno dopo l’altro, dopo essere stati messi l’uno contro l’altro – a aderire al regime comunista, o a fare la fine dei fascisti. Persino i socialisti, che pure erano confluiti nello stesso partito coi comunisti, finirono vittime della repressione: fra le due guerre, mentre i comunisti erano entrati in clandestinità, i socialisti erano rimasti legali e, dunque, avevano “collaborato coi fascisti” – accusa agghiacciante, che gli stalinisti potevano riesumare a piacimento, mantenendo i compagni socialisti nel terrore! Alla fine, persino comunisti dissidenti finirono nella macina repressiva, accusati magari di essere stati “spie” del regime filofascista di Horthy!

Questa gradualità nella repressione, con l’accusa di fascismo mirata di volta in volta su un nemico diverso con la complicità della future vittime successive, aveva il duplice scopo di portare i comunisti stalinisti a detenere tutto il potere, ma, al tempo stesso, di dividere e paralizzare l’opposizione. Ogni settore politico – fascisti, reazionari, liberali di destra e di sinistra, socialisti – aveva motivi per odiare e sospettare gli altri.

Questa esperienza storica mette in rilievo come certi processi di imprigionamento di una realtà sociale e nazionale non possono venire frenati da dirigenti democratici, opportunisti e timorosi che vengono comunque fatti “a fette” come salami e divorati dal potere dopo essere stati usati come strumenti. Questa è un lezione che i governi nazionali asserviti alla Unione Europea e al sistema bancario dovrebbero tenere presente: per sfuggire alle accuse di fascismo, nazionalismo, populismo, si fanno complici remissivi del nuovo potere che avanza, ma al prezzo di essere estromessi da tutti i reali meccanismi di potere e da tutti gli spazi di vera libertà. La seconda lezione che dovrebbero tenere a mente sia i politicanti odierni che gli oppositori del Sistema è quella della reazione nazionale ungherese del 1956, una rivolta armata di massa che ricalcava la resistenza armata delle Croci Frecciate fasciste nel 1944-45, non certo quella “ragionevole”, opportunista e tremebonda dei partiti borghesi del dopoguerra. Nel 1956, l’accusa di fascismo (e di antisionismo) mossa contro i patrioti magiari in armi non solo non li indebolì, ma, al contrario, ne affrettò la presa di coscienza nazionalista, spingendoli su posizioni sempre più radicali – fatto che spiega in buona parte il mancato intervento occidentale a favore degli insorti. Gli attuali sviluppi sociali e nazionali in Ungheria non sono comprensibili senza tenere presenti questi precedenti storici.

Un altro esempio è quello degli ultimi anni della Germania Est, quando, per puntellare il proprio potere ormai logoro, il regime comunista avviò una campagna contro il risorgente pericolo fascista proveniente dalla Germania Ovest. Secondo la propaganda comunista, a occidente del “muro di Berlino” (il cui vero nome, ricordiamoci, era in realtà “Vallo di Difesa Antifascista”) il neofascismo era in pieno sviluppo e si sfruttava in particolare la nascita del movimento skinhead per avvalorare questa versione. Il tutto era ovviamente esagerato, sia sul piano numerico che dell’influenza sociale del fenomeno: a sentire i comunisti, senza di loro la Germania sarebbe stata percorsa da fiumi di teste rasate. Tale propaganda ebbe però un imprevisto effetto collaterale sulla gioventù tedesca orientale, stanca del grigiore comunista e avida di novità provenienti da Ovest: la nascita di un vero movimento skinhead nella stessa Germania Est, un movimento paradossalmente più numeroso, ideologizzato e militante del gemello occidentale, ma – fatto altrettanto importante – più radicato, cioè meno isolato dal resto della popolazione. Il fatto divenne evidente durante le dimostrazioni che avrebbero portato al crollo della DDR, quando gli skins con le loro “divise” non solo partecipavano apertamente alle manifestazioni, ma ne prendevano spesso la testa. Gli stregoni dell’Antifascismo avevano evocato spiriti che non sapevano più esorcizzare e ancora oggi il nazionalismo tedesco è più forte e radicato a Est che non a Ovest.

Gli esempi citati servono a ricordarci che le abituali, affrettate accuse di “fascismo” possono servire a neutralizzare entità politiche opportuniste, deboli o sradicate sul piano ideologico e spirituale, ma di fronte a forze radicali realmente determinate risultano inefficaci e talvolta persino controproducenti. Nel contesto di proteste popolari contro gli eccessi del Sistema, le rituali accuse di fascismo come quelle di “populismo”, “ultranazionalismo”, “razzismo” e simili, possono agire da catalizzatori e innescare la presa di coscienza identitaria delle masse in rivolta.  Nel contesto di una crisi economica e sociale di dimensioni continentali, di fronte all’alluvione demografica immigratoria e al rullo compressore del potere centrale bancario, le rivolte non potranno mancare. In tali situazioni, le forze identitarie europee dovranno non solo partecipare, ma ove possibile assumere la guida di tali proteste, senza temere le abituali maledizioni mediatiche antifasciste, ma, anzi, quasi auspicandole. Queste accuse, lungi dal frenare i movimenti in marcia, saranno non solo la conferma della giustezza delle loro idee e della loro forza crescente ma diverranno un potente catalizzatore sociale e un fattore di radicalizzazione della protesta contro il potere.