Il Leicester di Ranieri: una bella storia, a cui dare il giusto peso

Il Leicester di Ranieri: una bella storia, a cui dare il giusto peso

Ieri sera, è successo quello che fino a qualche mese fa sembrava impossibile a qualsiasi appassionato di calcio inglese. Il Leicester City Football Club, squadra dell’omonima città situata nel centro dell’Inghilterra, ha vinto la Premier League con due giornate di anticipo e 77 punti all’attivo, superando mostri sacri del calcio inglese come il Chelsea, l’Arsenal e le due squadre di Manchester. È la giusta conclusione di una stagione pazzesca, che ha visto il Leicester ottenere vittorie storiche, come il 4-1 al Manchester City all’Etihad, e avere la capacità di risollevarsi dopo il difficile periodo natalizio, seguito alla sconfitta contro il non irresistibile Liverpool di Klopp. Il Leicester ha così ottenuto il primo titolo della sua lunghissima storia (iniziata nel 1884) e l’anno prossimo potrà disputare la Champions League da campione in carica di uno dei maggiori tornei europei, alla pari di squadre come Paris Saint-Germain, Juventus e, verosimilmente, Bayern Monaco e Barcellona.

La vittoria ha scatenato grandissimo entusiasmo su tutti i quotidiani italiani, anche di taglio non sportivo, e sui social network, suscitando l’enorme trasporto emotivo anche di gente poco o nulla interessata al football. Ovviamente, qualcuno ha storto il naso di fronte a questa ondata. Si è parlato della solita tendenza italiana a “perdere le partite di calcio come se fossero guerre” di churchilliana memoria (lasciando perdere per un attimo il pulpito da cui viene la predica, ancor più se vista col senno di poi), alcuni sottolineando come alla gente importi più della vittoria di una squadra minore in un campionato straniero della notizia, giunta sempre ieri dal Tribunale dell’Aja, del ritorno in Italia del marò Salvatore Girone dopo 4 anni di forzata permanenza in India.

Qualcun’altro, come Jack O’Malley su Il Foglio ci ha beccato decisamente di più nel muovere una critica alle variegate manifestazioni di giubilo per la vittoria delle Foxes. In effetti, giornali come Il Fatto Quotidiano o La Stampa sono veramente scaduti nel ridicolo, dipingendo la vittoria del Leicester come il trionfo di una società povera e operaia contro il potere neoliberista dei miliardari del calcio, o relegando la vittoria a episodio casuale che resterà bello in quanto unicum. Queste sono obiettivamente delle balle. Il presidente del Leicester è Vichai Srivaddhanaprabha, imprenditore thailandese a capo della cordata che, tramite la Asian Football Investments, ha acquistato la società nel 2010. Già dal nome della holding, il Leicester ha tutto fuorché una proprietà proveniente da un mondo agreste e anti-capitalistico, come quasi sembra di vedere in qualche narrazione posticcia. A ben vedere, non ha nulla di diverso né di meglio rispetto alle cordate che in Italia hanno acquistato l’Inter e sembra stiano per comprare anche il Milan.

Detto questo, forse non è il caso di farne una diatriba politico-economica, quando non filosofico-morale, dietro la vittoria del Leicester. Il problema odierno non è il calcio in sé e neppure, a ben vedere, il giro enorme di soldi che dietro il calcio sta dietro, a tal punto dal rendere l’economia del football un vero e proprio mercato a parte, che pur utilizzando le comuni valute internazionali ne ha di fatto una propria, con cartellini di calciatori mediocri che valgono più di un attico a New York o a Dubai. Il problema più profondo, e che motiva la presenza di così tanti soldi nel calcio business, è che c’è troppa gente, in Italia ma non solo, che ha dimenticato che il calcio è un gioco, uno spettacolo analogo ai giochi antichi, in cui c’è ovviamente una dimensione di gloria e di identità cittadina da salvaguardare e da non stigmatizzare (come a volte fanno certi tromboni alla Severgnini, che sarebbero disposti a elogiare un pubblico di automi legati alle sedie pur di cancellare le curve), ma che in fondo rimane quello che è. Il gioco del calcio serve a distrarre, in tutte le sue accezioni positive e negative. Distrae positivamente dalla fatica e dalla stanchezza della quotidianità, e ogni tanto obiettivamente tende a prendersi troppo spazio rispetto ad altre questioni più complesse e meno immediate.

Lasciamo certamente perdere i discorsi masochistici dei soliti rivoluzionari da social che invitano a bruciare le strade invece di guardare partite, quando al massimo avranno acceso i fornelli di casa. Detto questo, guardiamo il calcio per quello che è e consideriamo che le cose brutte, così come quelle davvero importanti, stanno da un’altra parte.

(Immagine Radiogoal24.it)