Il Khan sul Tamigi

Il Khan sul Tamigi

“Intere aree, città e parti di città in Inghilterra saranno occupate da immigrati e dai discendenti degli immigrati. E’ come guardare una nazione indaffaratamente impegnata nel tirare su la propria pira funeraria. Mentre le loro mogli sono incapaci di trovare un posto negli ospedali per i periodi di maternità, i loro figli incapaci di ottenere buoni posti scolastici, le loro case e i loro vicinati mutati oltre ogni riconoscimento, i loro piani e loro prospettive sono afflitte per ragioni che non possono comprendere e in ottemperamento di una decisione presa di default, sulla quale non sono mai stati consultati, si sono ritrovati estranei nel loro paese” Cit. Enoch Powell

Passate le elezioni di Londra, bisogna riconoscerne la particolare rappresentatività del funzionamento della liberaldemocrazia, non solo britannica, quanto di tutto il morente sistema politico occidentale.

La sinistra del Labour per questo turno vincente ha candidato un pakistano islamico politicamente corretto, Sadiq Khan. La destra dei Tories per questo turno perdenti hanno proposto un miliardario facente cognome Goldsmith.

Insomma, uno scontro tra titani. Riassunta in questa competizione sta tutta l’illusorietà dell’attuale sistema dicotomico di sinistra-destra.

La sinistra, abbandonata la lotta sociale – la faccina progressista di Khan certamente non andrà a cozzare col cuore pulsante della City e il suo immenso potere finanziario -, è oggi funzionale alla disgregazione delle fondamenta della società tradizionale e di qualunque appartenenza identitaria. Promotrice com’è di una società meticcia e senza appartenenza, senza credo e senza radici, la sinistra è fautrice di questa strana idea per la quale una nazione sia più civile nel caso non ponga distinzioni tra un connazionale e uno straniero.

La cosmopolita Londra, la città degli apolidi di tutto il mondo, doveva necessariamente arrivare a rappresentare tutto questo, riedificazione dell’antica Babele, regno del promiscuo e dell’incerto.

La destra istituzionale e democratica quale alternativa rappresenta a questa sinistra? Nel gioco delle parti sinistra-destra, i partiti democratici di destra operano invece l’annichilimento della società tradizionale non propriamente sul piano spirituale, sia esso culturale o morale – sul quale, dopo delle brevi difese di principio, lasciano che le riforme, i “progressi” della sinistra vigano incontrastati – quanto sul piano economico, difendendo apertamente l’interesse del capitale e l’identificazione nell’utile economico dell’unico parametro di giudizio e di riferimento sociale e politico.

Così la sinistra istituzionale abbandona la sua critica anticapitalistica, impegnata nella difesa dei cosiddetti “diritti civili”: aborto, omosessualismo, immigrazionismo, laicità, tutto ciò  che insomma possa togliere ad una comunità la propria identità, la propria anima.

Così la destra si conforma lentamente a questi predicati e poi agisce in modo che la sinistra si conformi ai propri, in primis la rassegnazione rispetto all’inevitabile dominio dell’utile e dell’economia.

La destra miliardaria che ha l’oro nei cognomi ha il proprio Eden nella legge del mercato; la sinistra equatoriale e maomettana moderata nella legge dell’entropia spirituale.

Entrambe accettano la predicazione della controparte e vivono delle reciproche menzogne. Il Labour ispira rivendicazioni sociali, e tuttavia Khan non contraddirà la supremazia del mercato; i Tories ispirano senso di tradizione, eppure Goldsmith non crederà né in Dio, né nella Patria, né tantomeno nella Famiglia.

Che dire, quindi?

Volgendo all’indietro lo sguardo, non potranno non risultare profetiche le parole di Enoch Powell, un conservatore britannico, eretico all’interno del suo partito per non aver voluto subire, decenni addietro, la via di autodemolizione che la sua nazione stava imboccando, lasciando che parte considerevole della propria popolazione venisse sostituta con quote crescenti di stranieri.

Powell, nel suo celeberrimo discorso – il Rivers of Blood Speech – denunciava la prossima inondazione che l’immissione di sangue straniero avrebbe provocato in Europa, mostrando come  la fine della continuità fisica di un popolo non possa essere considerata un fatto neutro per il destino e la sopravvivenza di una nazione.

Powell evidentemente non riconosceva come obiettivo primario dell’agire politico l’efficienza economica e dei mercati, come ad esempio oggi fa il conservatore Cameron, osteggiando la Brexit con l’argomentazione che danneggerebbe le banche della City.

Powell concepiva l’Inghilterra, prima che come un mercato, come una comunità: se è lecito che in un mercato chiunque possa vendere e comprare, di una comunità si è invece naturalmente parte solo in un virtù di un’identità, di un origine, di un sentire, di un essere comune.

L’applaudito Khan, applaudito perché di un credo diverso dal nostro, applaudito perché di un’origine diversa dalla nostra, in una parola applaudito insanamente, non rappresenta che la conferma delle previsioni di Powell sul suicidio di una nazione

Nel nostro piccolo, rimpiangeremo l’ex sindaco di Londra, il paffuto e sovrappeso Boris Johnson, non certo un militante rivoluzionario, ma almeno un personaggio apportatore di un po’ di colore sulla monotona scena del perbenismo massificante di questi giorni.

Mancherà il suo fare da inglese fino in fondo, a metà tra l’ubriacone di strada e il gentleman di ottimo humour, mancheranno le sue uscite su Obama “visceralmente ostile all’Impero Britannico, perché mezzo keniota”. Chissà che non sia da questo po’ di follia che non esca, vista la sua velleità di contendere a Cameron la guida dei conservatori cavalcando il sì alla Brexit, qualche piacevole sorpresa.