Brennero e Atene: l’Europa che vacilla in piazza

Brennero e Atene: l’Europa che vacilla in piazza

La crisi politica, economica e sociale che attraversa il continente europeo non sembra avviarsi a una veloce conclusione e questa settimana le molteplici tensioni che stanno mettendo alla prova la stabilità dell’Unione si sono riversate simultaneamente nelle piazze, relativamente a questioni differenti ma tra loro fortemente intersecate.

Sabato al Brennero, valico di confine che separa Austria e Italia e dalla storia travagliata e ricca di tensioni e di significati simbolici, sono avvenuti pesanti scontri di piazza tra Forze dell’Ordine e gruppi della galassia anarchica e antagonista riuniti dietro la sigla “No Borders”. I manifestanti protestavano contro la chiusura dei confini ipotizzata e parzialmente operata, tra mille esitazioni e smentite, dal governo austriaco per fermare l’afflusso di immigrati provenienti dall’Italia. Il duro scontro si è risolto in una quindicina di agenti feriti e in 5 arresti tra i manifestanti, tutti poi condannati a pene abbastanza blande nei processi per direttissima subito seguiti.

Questi scontri sono solo l’ultimo episodio della lunga crisi che coinvolge Italia e Austria lungo il confine del Brennero e che è solo uno dei tanti punti di contrasto tra Stati europei per quanto riguarda la gestione dell’immigrazione, che da emergenza si sta trasformando in realtà stabile e duratura della quotidianità del Vecchio Continente. L’Austria ha respinto i No Borders, ma non i dubbi e i problemi interni che la assillano. Più di un mese di esitazioni, di conferme e smentite per quanto riguarda la possibile costruzione di un muro al Brennero (e ancora non si conosce cosa accadrà, visto che sono stati presentati ufficialmente dei progetti di barriera, salvo poi dichiarare che “se l’Italia collaborerà, non ci sarà bisogno di alcuna barriera), sono sfociati nelle dimissioni del premier social-democratico Faymann e nella crisi conclamata dell’esecutivo di larghe intese  condiviso dal centro-sinistra del SPÖ e dal centro-destra dell’ÖVP.

È probabile che Faymann venga prontamente sostituito da un manager, uno di quegli “esponenti della società civile” buoni per calmare le acque già utilizzati in Italia (è il caso di Mario Monti). Poco cambierà però che il successore sia Christian Kern, capo delle ferrovie austriache ÖBB, o Gerhard Zeiler, presidente della Turner Broadcasting System e supportato dal sindaco social-democratico di Vienna Michael Häuptl: l’egemonia del duopolio che ha governato l’Austria dal secondo dopoguerra è destinato a concludersi a breve, come testimoniato dalle recenti elezioni presidenziali, che hanno visto esclusi dal ballotaggio i candidati di entrambe le formazioni al governo e la grande vittoria del candidato della destra del FPÖ Norbert Höfer.

Tutta la diatriba sul muro del Brennero si spiega con il tentativo del governo di Faymann di contrastare l’ascesa del FPÖ irrigidendo la propria posizione sull’immigrazione, ma questo ha provocato pesanti scissioni interne che hanno portato alle dimissioni di Faymann e alla situazione di caos totale in cui versa la politica di uno Stato teoricamente modello come l’Austria.

Intanto, nella Grecia già sconquassata da anni di crisi pesantissima e di massacranti tagli allo stato sociale imposti dalle politiche di austerità, altri scontri si sono svolti al termine di una mobilitazione di tre giorni di forze sindacali e movimenti antagonisti per protestare contro il nuovo pacchetto di riforme approvato dal governo Tsipras. L’ex-eroe di tutti i movimenti di sinistra europei, la cui stella appare già sempre più opaca con una maggioranza in Parlamento ridottasi ad appena due seggi e da condividere coi Greci indipendenti (ANEL), ha approvato l’ennesimo aumento delle tasse sul lavoro, portando la contribuzione fino al 20%, e riducendo le pensioni minime a 384 euro al mese (a fronte di una contribuzione di almeno 20 anni). Questo permetterà alla Grecia di sbloccare la seconda tranche da 86 miliardi di euro con cui saldare 3,5 miliardi di debito alla BCE entro luglio ed evitare un altro rischio di default a meno di un anno dal referendum Tsipras.

I sassi e le molotov lanciate dagli anarchici contro il Parlamento rendono l’idea di un paese dove il rischio di una guerra civile tra questi movimenti, il governo e i nazionalisti di Alba Dorata rimane sempre latente, in un paese che appare sempre più prostrato e senza via di uscita, che ha creduto a Tsipras e alle sue promesse, ha votato un secco No al referendum di luglio, e si è poi ritrovato da capo nel vortice di sempre, fatto di debiti, scadenze, tranche di aiuti e imposizioni esterne che cancellano la sua sovranità nazionale. Come si faccia ancora a perseguire imperterriti la via delle riforme monetariste dopo anni di fallimenti e previsioni errate, senza mettere affatto in discussione il sistema dell’Euro, sarebbe un mistero se non fosse ormai palese che ci troviamo davanti a un’enorme psicosi collettiva, in cui una stupida utopia come gli Stati Uniti d’Europa, un mito kantianeggiante e inquietante, sul cui altare sembra si sia disposti a sacrificare sovranità, conquiste sociali e vite umane senza battere ciglio.