La donna islamica: il fiore delicato ma scemo

La donna islamica: il fiore delicato ma scemo

E come l’ebreo ortodosso al mattino recita “Grazie per non avermi fatto nascere donna”, così la donna cristiana quotidianamente accenda pesanti ceri al Padreterno per non averla fatta nascere stupida come l’ebreo ortodosso e neppure sfortunata come la sua congenere islamica, la quale è, per decreto divino, una minus habens!

La poveretta ha acquisito maggiori diritti rispetto alla beduina pre-maomettana, semplice cosa da soffocare a piacimento nella sabbia, ma rimane sempre e comunque una mezza persona. E visto che il Corano va preso alla lettera, quando dice metà intende metà. La matematica non è un’opinione, neppure in groppa al cammello!

Dal cortese assunto per il quale due femmine fanno un maschio, derivano esaltanti conseguenze la più conosciuta delle quali si può apprezzare in tribunale: in caso di delitti efferati, ci vogliono due testimonianze femminili per farne una maschile.

E’ interessante notare come viene giustificata oggi, da mille commentatori islamici preoccupati di farla digerire a noi cristiani, questa disposizione “divina”: la donna, “per la sua squisita sensibilità” (captatio benevolentiae), qualora assista ad un fatto criminoso, subisce un tale trauma che per mancanza di concentrazione o di padronanza di sé o dei propri sensi” (rieccola la minus habens in azione), non è un testimone attendibile. E allora che si fa? Si cerca la badante!

”Se una delle due donne si sbaglia, l’altra testimoniando potrebbe rammentarle i fatti”.

Peccato che siano proprio i fatti a dimostrare che, se il testimone è donna, la testimonianza si arricchisce di valanghe di sfumature e di dettagli… buffo che Allah ne sappia così poco di questa capacità di osservazione e di memorizzazione del particolare così peculiarmente femminile! Ma se in tribunale non si scherza, è con i quattrini che l’Islam gioca molte delle sue più valide carte misogine.

”Vogliamo mettere nelle mani di una mezza persona il patrimonio, il soldo, gli sghei, i talleri?” pensava il cammelliere, mentre ne incassava parecchi dalla sua amata vedova!

“Allah ce ne scampi!”

Ed ecco che Allah concede alla donna una quota di eredità che è la metà precisa di quella sulla quale metterà le mani suo fratello. Non bastava questa umiliazione! In caso di omicidio involontario, il “prezzo del sangue” sarà la metà se la vittima è femmina! E così, se l’automobilista saudita Mohammed investirà una fanciulla, a casa i suoi parenti festeggeranno fino a mattina! Dovranno risarcire 100… sospirone di sollievo, gran bevuta di tè coi vicini, pericolo scampato e lacrimone di giubilo! Stavolta è andata alla grande: per un uomo avrebbe dovuto sborsare 200! Immaginate i salti di gioia presso le sedi delle assicurazioni arabe! I soliti commentatori sottolineano la giustezza di questa disposizione: la perdita di un padre di famiglia è un disastro economico, la perdita della madre (riparte la sviolinata!) “è essenzialmente di ordine morale: la famiglia perde la sua unica fonte di amore, di tenerezza, ed anche se si pagano somme colossali non si riuscirà mai a compensare il pregiudizio morale così provocato”.

La donna è impagabile – capito? – e da impagabile che è, può bastare una miseria di risarcimento! Se non risarcibile è la sua perdita – 10 o 100.000 che differenza fa? – allora ecco i 10: quando si dice la logica!

Chissà perché, però, il prezzo del sangue rimane la metà anche quando ad essere ucciso è un ragazzo senza famiglia a carico… il motivo non ce lo spiegano, ma malgrado la nostra testolina da minorate, qualcosina cominciamo a sospettare! E i sospetti divengono certezze quando scopriamo che solo nell’Islam è contemplato un Dio che sancisce espressamente il diritto del marito a picchiare la moglie. Robe da selvaggi? Neanche per sogno! L’imam spiega in televisione che non si deve mica esagerare, che le percosse non devono segnare il viso, che il bastone è l’ultima ratio. Poteva andar peggio, signore! (sura al Nisa, verso 34). Le botte come regola per un matrimonio ben riuscito e come forma di rieducazione per colei che altro non è che “il tuo campo da arare”. Il “campo”, sia ben chiaro, è a disposizione del padrone e pertanto, come natura vuole, è inamovibile.

Niente viaggi, eccezion fatta per i casi in cui ci sia il permesso maritale e la compagnia di un parente. Il motivo? La donna, debole in quanto soggetta al mestruo (i commentatori islamici ne hanno la fobia e lo descrivono come fosse una patologia invalidante!) e abbagliata da tutto ciò che luccica come una gazza ladra (“la donna si lascia facilmente affascinare dalle rilucenti apparenze”), ”ha sempre bisogno di un parente che le serva da difensore e da appoggio”. Che poi non possa uscire di casa nemmeno per far la spesa se il marito non vuole, è un particolare che i soliti commentatori delicatamente trascurano!

Le donne, per l’imam televisivo fiori delicati ed impagabili madri e mogli, sono, per un Maometto rustico quel tanto che il deserto richiede, esclusivo possesso del marito, sciocche, prive di vera religiosità e – non ci meravigli! – un buon numero di loro, tirato il calzino, va ad abitare l’inferno! Ne ha prova diretta lo stesso “profeta”, che l’inferno lo ha visto, pieno zeppo dei suddetti ”fiori delicati”!

La vita terrena del “fiore delicato”, d’altronde, non è che possa essere un paradiso e val meno della sua “onorabilità”, ragion per cui nella laica Turchia, nella fondamentalista Arabia, nel soffocante Yemen si sa di ragazze lasciate affogare perché nessun uomo intorno aveva il diritto di toccarle, non essendo un familiare, o respinte verso la scuola che andava a fuoco perché, nell’uscire di fretta, non erano islamicamente coperte!

Questa mezza persona, che si può far crepare tra i flutti senza batter ciglio (avete notato che gli invasori islamici da barcone sono quasi tutti i maschi, ma il numero delle donne morte è straordinariamente elevato?), ha il dovere di partorire figli che sono del padre e alla fede del padre vanno educati.

Mentre suo marito può convolare a giuste nozze con altre tre fanciulle (letteralmente tali, visto che può sposare bambine dai nove anni in su!) e trastullarsi con tutte le concubine che vuole, l’adulterio femminile è punito con la pena di morte.

In Arabia Saudita, le adultere o presunte tali sono murate vive in casa, in una intercapedine tra un muro ed una porta dalla quale hanno cibo ed acqua finché pazzia e morte lentamente sopravvengano. Questa tortura è stata battezzata con l’espressione: ”la stanza della donna”. E’ la sua tomba, ma gli arabi sono bravi nell’arte della taqiyya, la dissimulazione, la possibilità se non il dovere di mentire all’infedele per il bene dell’Islam.

La quinta pillola, forse da ingoiare a pezzettini, finisce qui, con l’augurio che le donne italiane si salvino per tempo e capiscano, come non hanno fatto le francesi, che sposare un musulmano significa rinunciare alla propria dignità (il matrimonio è un contratto nel quale si acquista la zona genitale della donna, come spiegano i giuristi islamici), tradire le proprie origini e soprattutto mettere i propri figli in gravissimo pericolo: uno certo (essere educati alla religione del padre) ed uno probabile (venir rapiti dal padre per essere allevati nella sua patria dalla seconda, terza, quarta moglie).

Non sempre i blitz per riportare i figli a casa hanno successo.

Meditate, svitate sul cammello, meditate!