Etica stoica

Etica stoica

Imperare sibi maximum imperium est”

Comandare sé stessi è il massimo imperio, sostenne Seneca, esprimendo una norma che oggi, obiettivamente, viene ignorata dalla maggioranza degli individui. Nell’odierna civiltà del benessere e della prosperità, imperano invece bassi fini quali il soddisfacimento dei desideri momentanei, del piacere, quando non delle perversioni. L’individuo moderno oggi è dominato da fini esteriori, sensibili, che non possono che apparire come degli anestetici, volti a occultare un’esistenza allo sbaraglio, tutta presa a lottare per non cedere al vuoto e alle crisi esistenziali.

Di contro all’edonismo sfrenato, che porta l’esistenza all’unico scopo di seguire la bramosia, vi fu diversi secoli addietro una filosofia dal carattere stabile, essenziale e disciplinato: ci si sta referendo allo stoicismo. Qui, si reputa lo stoicismo come – prima che una filosofia – una “pratica della virtù”, volta all’autocontrollo e al distacco dal mondo, con il fine di raggiungere l’integrità individuale.

Lo Stoicismo. Storia e Filosofia in breve

Lo Stoicismo nacque ad Atene, dove Zenone, il fondatore della scuola stoica, impartiva le sue lezioni sotto il “portico affrescato”(1) dell’Agorà. Da qui la scuola stoica, a partire dal II secolo a.C., conterà cinque secoli di storia. Passerà tra Grecia e Roma, tra le menti di schiavi (Epitteto), così come di aristocratici e imperatori (Marco Aurelio). Se ne deduce, per la diversità degli intelletti, che lo stoicismo fu la storia di un lungo confronto filosofico: si raggiunse una straordinaria profondità in alcuni temi, mentre in altri perse nettamente di coerenza. Nel complesso, tuttavia, certi punti originari furono fondamentalmente condivisi da tutti i pensatori successivi a Zenone (2).

Qui si eviterà di addentrarsi nella filosofia  dello Stoicismo “in senso stretto”. Tuttavia, per completezza, si dirà che la dottrina stoica fu divisa in tre parti: fisica, logica e etica.

La fisica riprende il pensiero di Eraclito sul fuoco come forza produttiva e ordinatrice dell’universo. Il mondo è concepito come monistico, a-duale, dove coesiste un “principio attivo” interiore, che è qualità, essenza e viene detto “Dio”, o anche Λόγος, e un “principio passivo”, che è materia, quantità, sostanza. Il primo agisce sul secondo e lo trasforma.

La logica, a differenza di Aristotele, si pone come disciplina a sé, ed è concepita essenzialmente come gnoseologia e retorica. Per gli stoici, la logica è utile per due motivi: in primo luogo, pone un nesso fra mondo fisico e mondo interiore; in secondo luogo, essa riesce a giudicare l’oggettività della conoscenza in sé (3). In Crisippo è rintracciabile la paternità della logica stoica, da lui intesa come mezzo per ragionare e argomentare (4).

Etica stoica “positiva”

E’ dei principi dell’etica che qui ci occuperemo maggiormente. Conviene osservare come tale impellenza fu propria anche dei pensatori stoici, i quali determinarono la posizione dell’etica come superiore alle altre due discipline. Perciò, non deve stupire che quest’ultima abbia la parte più rilevante e maggiormente approfondita. Nella sua lunga storia e nella sua varietà ed incoerenza, lo stoicismo – sopratutto greco – fece proprio un carattere generale “passivo”, dai tratti umanisti e dai risvolti cosmopoliti, democratici e naturalistici. Questi caratteri abbiamo modo di rigettarli, concentrandoci piuttosto sulla positività della più rigorosa dottrina stoica, che si rifece alla dignità aristocratica e virile, incline all’azione, al dovere, all’autarchia, e quindi al dominio di sé stessi e delle proprie passioni.

A dimostrazione di ciò, si potrà osservare come lo stoicismo, una volta che fu trasportato dalla decadenza del mondo greco all’emergente contesto romano, fu, a dispetto di altre scuole come quella platonica o aristotelica, subitamente adottato dalla casta patrizia, poiché uno stoicismo che abbiamo chiamato “positivo” si conformò spontaneamente alle virtù del mos maiorum. Così fu adottato e insegnato anche a Roma e si evolvette (5), tanto che la presente dottrina può considerarsi come l’unica filosofia elaborata dai romani. Questo adattamento e questo successo fu dovuto al tipico spirito pragmatico romano – al quale di certo lo stoicismo si rifà – che evita il divagare in sofismi e in impianti astratti (6).

Πάθος e Aπάθεια

Centro della dottrina stoica è, come si è scritto, l’etica. Questa è basata sul rigorismo e possiede per fine la realizzazione perfetta del singolo. L’integrità individuale avviene solo attraverso la virtù, la quale deve essere intesa nella sua accezione originaria di dominanza, di solemnitas, di fermezza. Per i pensatori stoici, virtù in senso pratico è ciò che dirige l’individuo ad un’ideale di essenzialità, di armonia, di autarchia. Alla virtù viene contrapposto il vizio: se la virtù è guidata da una superiore razionalità, il vizio sarebbe generato da tendenze passionali, da impulsi o da desideri momentanei.

Tutto ciò viene considerato dagli stoici come una vera e propria “malattia dell’anima”, che condurrebbe l’uomo alla schiavitù. Le passioni, nemiche dell’integrità, offuscherebbero l’agire e l’immobilità interiore, conferendo a ciò che è esterno o venturo un giudizio falso, affannato. Non a caso πάθος – pathos, dal greco πάσχειν, che letteralmente sta a significare “soffrire” o “emozionarsi” – richiama alla natura negativa, opprimente delle passioni, che condurrebbero all’infelicità. La dottrina stoica individua all’origine delle passioni l’οικεῖος, ovvero la tendenza della vita ad autoconservarsi, con molta affinità con certe dottrine orientali.

Per l’uomo preso dal superficiale, dall’esterno, fondamentalmente infelice e sofferente perché in balia delle proprie passioni, lo stoicismo si qualifica come ϑεραπευτικός (Crisippo), ovvero una “terapia delle anime”. Il fine della pratica delle virtù è il creare l’uomo saggio, il signore di sé, l’autarca o colui che è sufficiente a sé stesso e che quindi resiste agli assalti del sensibile, che tiene le redini delle passioni, libero dagli impulsi esterni perché possessore della giusta misura delle cose.

La qualità eccellente per il saggio stoico è l’απάθεια, l’apatia, ovvero la capacità di essere arido, distaccato, imperturbabile – ἀταραξία, tranquillita – nei confronti delle passioni, e quindi della sofferenza. Il possedere una salda legge, un “principio dirigente” (Marco Aurelio), l’essere consapevoli che nulla può toccare il proprio animo, placherebbe il flusso della mente e indirizzerebbe tutte le facoltà individuali verso un fine ordinato. Allora, così come il fuoco del Λόγος domina e vivifica la materia, analogamente l’animo sovrano del saggio – ora retto dal Λόγος – dominerebbe virilmente tutti i comparti dell’individuo, dall’essenza alle passioni.

Arrivare oltre il fenomeno: l’εποχή

Chi agisce basandosi sul sensibile, sulla vita invece che sull’essere, otterrà l’ottenebramento dell’animo. Chi parte dagli impulsi naturali e fomenta le proprie passioni, ricercando il piacere e rifuggendo il dolore, si ritroverà col giudizio alterato, turbato. La conseguenza è un generale indebolirsi della capacità di imperare sul proprio animo, conducendo l’uomo all’asservimento della materia, di ciò che è esterno e che distanzia di più il Λόγος dall’uomo. Di contro, Marco Aurelio ebbe da consigliare “Guarda sotto la superficie: non lasciarti sfuggire la qualità o il valore intrinseco delle cose”.

Si tratta dell’antico precetto stoico dell’εποχή (epoché), la sospensione del giudizio. Per raggiungere l’απάθεια, l’autarchia, secondo la dottrina stoica è necessaria un’ascesi, parola derivante da ἀσκέω, cioè “esercitare”, non differente dalla disciplina romana. L’εποχή sarebbe l’esercizio per eccellenza degli stoici, che permetterebbe di non farsi trascinare da dubbi, paure o desideri, specie in una situazione confusa. Ma non ci si ferma qui: da superare sono anche tutte le abitudini o appetiti, nonché ogni opinione individuale o comune più o meno radicata o famigliare. Tutto ciò per gli stoici si rivela come un intreccio di costrutti mentali consolidati che andrebbe ad annebbiare ciò che sta dietro il fenomeno – Φαινόμενον, apparire, manifestarsi – ovvero il Λόγος, l’essere, la verità.

Una volta esercitato l’animo verso uno stile distaccato, critico, scarno, si otterrebbe la sapienza di conferire il giusto peso alle cose, quindi l’απάθεια. Al saggio stoico il mondo apparire arido, chiaro, laconico, perché stando in alto si riconoscono come tali i sentimentalismi e i problemi effimeri dell’io.

Un tale distacco si ripercuoterebbe anche nell’agire. Non deve intendersi qui l’απάθεια come una qualità ricolma di indifferenza, volta a racchiudere l’individuo in una staticità negativa. Piuttosto, è da intendersi come un differente modo di sentire, e quindi di calibrare le scelte e l’azione. Qui dolore e piacere sono considerati come elementi estranei, meramente sensibili. Perciò, vi sarà una chiarezza, una prontezza razionale governante i movimenti effettivi dell’agire. Il fine è un’azione tendente ad una forma precisa, senza nulla di arbitrario e di soggettivo, che realizza l’idea così come è stata dettata, in uno stile spartano, diretto all’azione ferma, essenziale, quindi scevra da ogni divagare.

Libertà e Dovere

Entrando in temi meno centrali, fondamentale per la dottrina stoica è il concetto di “libertà”. La libertà non è per gli stoici la possibilità di agire come si vuole, come oggi viene intesa. Nell’ottica stoica, infatti, non è possibile scegliere liberamente, in quanto gli eventi così come avvengono sono manifestazioni del sensibili del Λόγος. E’ dello stoico la capacità di accettare e di intuire la direzione del cosmo, far parte di esso e respirare in esso. Ritornerà qui utile la massima di Epitteto, “non cercare di fare in modo che ciò che avviene avvenga come tu lo desideri, ma desidera ciò che avviene come avviene e sarai felice”.

Un’altra idea centrale dello stoicismo, in specie romano, è il concetto di “dovere”. Tutta l’etica stoica si basa sul precetto del “vivere secondo Λόγος”, ovvero secondo la natura, sia umana, sia delle singole individualità (7). Ora, sarebbe “conforme alla natura umana” l’impegno e il sacrificio volto alla comunità, alla Patria, alla famiglia. E’ Cicerone qui uno dei massimi esponenti: il filosofo romano si impegnò a battersi contro l’egoismo, l’individualismo, la ricerca delle vanità e del potere dispotico. Per Cicerone occorre applicare la “giustizia”, che altro non sarebbe che la conformità dell’azione individuale con la superiore legge del cosmo. Allora, dimostrando che la comunità è una struttura voluta dallo stesso Λόγος, sarà un’azione diretta all’essenza proprio l’impegno civico, specie laddove questo sia volto a contrastare i processi di sovversione e disgregazione dell’ordine superiore costituito.

Note

(1) Il nome “stoicismo” deriva proprio da “portico dipinto”, in greco στοὰ ποικίλη, Stoà poikìle.

(2) Stoicismo, R. Radice, ed. La Scuola, 2012, p. 18

(3) Stoicismo, R. Radice, ed. La Scuola, 2012, p. 59

(4) Crisippo avrebbe anche fondato un vasto studio sul linguaggio e i relativi sistemi, ponendo la pietra basale per i successivi studi della scienza grammaticale.

(5) Seneca, Catone l’Uticense, Cicerone e Marco Aurelio, per citarne alcuni, furono promotori dello stoicismo a Roma.

(6) Attraverso lo storicismo, ci fu il tentativo dei romani di descrivere la morale tipica dei patres. Ciò è verificabile in specie nei testi di Cicerone.

(7) Si approfondisca il concetto di “persona” intesa come “maschera”. È Panezio a sostenere che esiste sia una natura umana condivisa, sia delle disposizioni individuali differenti da individuo ad individuo. Marco Aurelio sembra non pensare diversamente.