Il mondo vuoto

Il mondo vuoto

Si dice che Flaubert abbia voluto scrivere un romanzo sul niente e che, come intuibile, non vi sia riuscito.

In maniera uguale e contraria, come sarebbe possibile argomentare o dimostrare l’ovvio, il certo, il palese, il banale?

A mio modesto avviso, direi che è impossibile.

Contra facta non argumenta, dicevano i latini, perciò è evidente che se nei nostri tempi si ritiene accettabile, e lo ritengono accettabile i parlamenti delle nazioni europee e le relative opinioni pubbliche – la frattura tra quello che un tempo si diceva paese legale e paese reale diviene qui solo presunta – allora è evidente che si è diffusa una mentalità comune ostile alla verità di fatto.

Non è argomentabile in maniera esaustiva con gli uomini del nostro tempo ciò che con la legge delle “unioni civili” anche il Parlamento italiano ha di recente sancito.

Sostenere che un uomo sia fatto per stare con una donna, sostenere che una donna debba stare con uomo, sostenere che un bambino vengo al mondo tramite padre e madre, sostenere che la differenziazione del genere umano, come ravvisabile pure negli altri generi animali, tra maschio e femmina sia finalizzata e ordinata alla procreazione, sostenere quindi che il senso ultimo dell’unione sessuale sia la generazione, sostenere tutto questo, non è in fondo argomentabile, ma solo riconoscibile tramite un’osservazione serena dei dati più banali della nostra esistenza.

Che le cose stiano così non è un’opinione, ma un fatto.

L’adeguazione ai fatti non si ha evidentemente per la migliore esposizione o esplicazione o giustificazione che questi possono dare di se stessi; se cioè qualcuno si adegua ad un fatto per quello che è e qualcun altro no, significa che allora esistono due formae mentis distinte in questi due individui.

La prima forma mentis considererà necessario o utile o buono o giusto tener conto dell’evidenza di cui può disporre tramite la riflessione dei fatti; la seconda riterrà possibile vivere prescindendo da questi e in libertà dalla realtà.

Per essere ancora più chiari: non credo che esista un modo per convincere una persona dell’immoralità di un’unione omosessuale, fintanto che l’interlocutore non sia disposto a concedere che l’essere sessuato del genere umano corrisponda alla finalità della generazione.

Tuttavia, come detto, questa concessione d’argomento non può dipendere a sua volta da un altro argomento, può solo dipendere dalla buona disposizione individuale ad accettare la realtà.

Possono sembrare concetti tranchantes questi, ma la persona comune, l’uomo della strada, alla domanda “Che fine ha l’amore?”, cioè “Che fine ha un’unione d’amore? Che fine ha l’unione di due individui?”, risponderà oscillando vacuamente tra il rispondere che il fine è soddisfare il proprio piacere, inteso in senso meramente fisico o a livello un po’ più generale come benessere psicofisico, e il rispondere che il fine sarà qualcosa come “il volersi bene”, ossia l’amore stesso.

La decadenza moderna sta qui, nell’assenza del concetto di fine.

La trasgressione della legge di realtà, della debita considerazione dell’universo fattuale, sta nell’obliare la causa finale delle cose.

E’ un fatto che gli occhi siano finalmente ordinati al vedere, è un fatto che il vino sia finalmente ordinato all’essere bevuto e così via. Queste cose non sono argomentabili, sono così e basta, eppure questo concetto è alieno al pensiero moderno e alla mentalità divenuta comune.

Dire che la sessualità umana abbia come fine la generazione è un fatto che dovrebbe essere evidente; ancor più grave che scambiare un fine con il suo mezzo, sovraordinare, ad esempio, il piacere al fine, “sottometter la ragion al talento”, come avrebbe detto Dante, è comunque ancora meno grave che annullare totalmente il fine dall’agire.

L’amore che ha come fine se stesso, l’amare per l’amare, è forse il segno della stortura più evidente dei nostri tempi.

Stortura che si manifesta in ogni dove all’interno della modernità, in primis nell’arte, prigioniera del concetto che possa esistere “l’arte per l’arte”, che l’arte possa avere un fine solo nel compiere se stessa. Gli sgorbi tremendi e incomprensibili dell’arte moderna si commentano a sufficienza da sé.

L’amore non può essere senza un senso, non si può amare a prescindere dalla bontà dell’oggetto amato, non si può amare per amare, così come non si può mangiare solo per mangiare o lavorare solo per lavorare. Il mangiare ha chiaramente lo scopo di sostenere il fisico, il lavoro ha lo scopo di sostenere la propria esistenza materiale.

Compiere un’azione senza il fine conforme alla sua natura, compierla solo per sé stessa, significa automaticamente pervertirne la natura, significa presto divenire degli schiavi del proprio agire, degli schiavi del proprio cibo o degli schiavi del propri lavoro. Presto si instaura con il proprio agire snaturato una relazione morbosa. L’unica parola adatta a descrivere questo di alterazione è chiaramente la parola “perversion”e.

L’idea aberrante e oggi tanto in voga per la quale una famiglia possa essere costituita da due persone qualunque, anche a prescindere dal sesso, solo perché capaci di amarsi, è un’idea visceralmente perversa, poiché toglie all’amore la sua ragion d’essere specifica. Nel presentarsi come una liberazione, nega, invece, agli omosessuali stessa la dignità intima e vera della persona, presa nella sua accezione specifica di uomo e donna.

Da qui poi, troppo facile immaginare il prosieguo.

Se l’unica cosa che importa è l’amore, perché non si potranno costituire delle famiglie di consanguinei, padri amanti delle proprie figlie, fratelli delle proprie sorelle, fratelli dei propri fratelli. O perché non estendere il diritto di famiglia ai casi di poligamia o del cosiddetto “poliamore”?

Una ragione per impedirlo, se non si riconosce il fine presente nelle cose, non c’è.

Ah, dimenticavo una cosa: meno male che l’Italia adesso è un paese più civile.