Il bluff Trump e la destra sionista made in USA

Il bluff Trump e la destra sionista made in USA

“Quando sarò presidente, gli israeliani non saranno mai più cittadini di seconda classe”. Con queste parole Donald Trump ha esordito nel suo discorso all’Aipac (l’American Israel Public Affairs Committee), una tra le più influenti e potenti lobby ebraiche americane, nota per il deciso sostegno allo Stato di Israele. Radicata nei più alti piani della politica statunitense, l’Aipac è in grado di influenzare buona parte delle scelte strategiche dei membri del Congresso.

Sono ormai mesi che sentiamo parlare dell’ aspirante candidato repubblicano alla Casa Bianca Donald Trump. Osannato dalle destre liberali di mezzo mondo, considerato il deus ex machina della politica USA anche nel nostro paese, dove ha trovato l’appoggio del leader del Carroccio Matteo Salvini  (veemente sostenitore del presidente Netanyahu e di tutto l’establishment politico israeliano), Trump è stato descritto dalla stampa occidentale come l’uomo del cambiamento, della trasformazione politica statunitense.

Ma siamo davvero di fronte ad un punto di rottura con la vecchia politica o l’eccentrico uomo d’affari yankee non rappresenta altro che l’ennesimo fantoccio sionista, alla stregua di Obama, Bush e quasi tutti i presidenti statunitensi che, prima di loro, hanno seguito la volontà di Israele?

Dopo aver creato scompiglio tra i vertici  repubblicani e diviso l’opinione pubblica, Donald Trump è stato protagonista della conferenza annuale organizzata dall’Aipac (l’American Israel Public Affairs Committee), che quest’anno si è svolta dal 20 al 22 marzo a Washington. Di certo, a fare da contraltare alle accuse di “populismo becero” e di “fascismo” mosse nei suoi confronti, vi è la netta presa di posizione pro-Israele,  urlata con fervore ad una platea esaltata. Parole che lasciano poco spazio a dubbi di interpretazione: “Sono da sempre un sostenitore e fedele amico di Israele. Quando sarò presidente, gli israeliani non saranno mai più cittadini di seconda classe”. In un clima di entusiasmo grottesco, Trump non ha mancato di ricordare  di aver presieduto la carica di “Gran Maresciallo”, in occasione della parata del giorno di Israele a New York nel 2004.

In poco più di venti minuti, il magnate newyorkese è riuscito a condensare tutto ciò che il suo pubblico voleva sentire – e forse anche di più – provocando uno scroscio di applausi e una vera e propria standing ovation.

In barba alle sue dichiarazioni pubbliche, che lasciavano intendere una posizione di neutralità in merito al conflitto arabo-israeliano, Trump ha ribadito senza mezzi termini il ruolo che dovrà ricoprire Israele nel contesto mediorientale.

Le sue parole sono eloquenti, leggiamole: “I palestinesi dovranno venire al tavolo delle trattative sapendo che il legame tra gli Stati Uniti e Israele è indissolubile. Devono essere disposti ad accettare che Israele è lo Stato ebraico e rimarrà lo Stato ebraico per sempre”.

Sappiamo tutti come, dagli alti piani della politica statunitense, venga dispensata a piene mani questa falsa retorica circa la situazione mediorientale. Ne è un esempio lampante Hilary Clinton, accesa sostenitrice del diritto all'”autodifesa di Israele”. Ma Trump, forse, è riuscito a far “meglio”, a spingersi oltre: nelle sue parole c’è un odio viscerale nei confronti della  Palestina e dei palestinesi, i quali – è un dato di fatto – vengono sistematicamente vessati, invasi e uccisi da decenni. Quella che si sta profilando, da quasi settant’anni, è una nuova battaglia di Davide e Golia. Solo che questa volta, ad incarnare la figura di Golia, c’è lo Stato israeliano. Ma questa è un’altra storia.

Torniamo all’intervento di Trump alla convention Aipac: giunti a questo punto del discorso, in preda ad un’esaltazione insensata, quasi diabolica, Trump promette, in caso di vittoria alle presidenziali, di trasferire  l’Ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme, “la capitale eterna del popolo ebraico”.

È un successone, un’intera platea pende dalla sue labbra.

Il candidato repubblicano è, ormai, un fiume in piena: non lesina critiche nei confronti del governo Obama, in merito alla spinosa questione del nucleare iraniano. Dopo essersi atteggiato a gran conoscitore della situazione iraniana (il suo narcisismo senza vergogna non è certo cosa nuova), Trump descrive l’Iran come uno dei più “grandi sponsor del terrorismo mondiale”, in grado di radicarsi sul suolo siriano, con il fine di stabilire un nuovo fronte nel Golan contro Israele, fornire armi sofisticate agli Hezbollah libanesi e, infine, sostenere Hamas e la Jihad islamica, garantendo cospicui finanziamenti a quest’ultimi, in caso di attentati terroristici contro Israele e gli israeliani. “E lasciate che vi dica: questo accordo è un disastro per l’America, per Israele e per l’intero Medio Oriente”. Ogni ulteriore commento è superfluo.

Trump conclude il suo discorso, in un clima di euforia generale, riferendo che la figlia, Ivanka, sposata con un ebreo ortodosso, darà presto alla luce “un bel bambino ebreo”.

Ebbene, se qualcuno nutriva ancora dubbi sulla posizione neutrale di Trump circa la situazione arabo-israeliana, eccolo servito. Più filosionista di così, si muore!