Un cambio di direzione

Un cambio di direzione

L’ondata migratoria in direzione Europa pare non avere termine. Da parecchi anni, i paesi membri dell’UE si sono mostrati uniti e aperti nell’accogliere il flusso ininterrotto di uomini. Oggi, però, l’unitarietà di intenti sulla questione migranti inizia a vacillare. L’Ungheria alza i muri, la Danimarca approva una legge che permette il sequestro dei beni degli esuli per contribuire alle spese burocratiche e di sostentamento, infine l’Austria si prepara, se non a chiudere, sicuramente a sorvegliare con molta attenzione il passo del Brennero.

Si avverte in questi ultimi mesi un generale cambio di tendenze in Europa. Intorno ai movimenti definiti di “estrema destra”, si percepisce un consenso crescente, un segnale indicante che l’Europa è quasi satura. Che sia reale oppure una percezione errata non ha rilevanza: le popolazioni continentali si sentono di non poter più accogliere i migranti come sino ad ora è stato fatto. Una sensazione, quella dei cittadini europei, che i governi di tutta Europa non possono più ignorare per il bene degli autoctoni, ma anche e soprattutto, dei nuovi arrivati. Non si può e non si deve rischiare di arrivare al tracollo. La massa non va sfidata, si rischia, di questo passo, in particolare con questo tipo di immigrazione innegabilmente incontrollata, di giungere pericolosamente all’esasperazione popolare. Importante è riaffermare che il sentore popolare riguardo a ciò potrebbe anche essere solo un’illusione, fomentata soprattutto da insani media e ambiziosi politicanti, oppure una realtà fattuale, ma indipendentemente da quale che sia la risposta, la politica è chiamata a scegliere.

Dal presidente statunitense Barack Obama, in visita nel vecchio continente, arrivano calde parole e l’invito all’Europa di non seguire una linea isolazionista. “I muri non servono” ha affermato, intendendo con ciò, oltre che quelli più propriamente di cemento, anche quelli ideologici. Il Nobel per la pace recita bene la parte del pacificatore, ma evidentemente scorda il muro di Tijuana tra il suo paese e quello messicano, ribattezzato dai centroamericani “il muro della vergogna”. Migliaia di messicani sono morti su quel confine, con pesanti dubbi sulle responsabilità delle autorità statunitensi. Ultimi strascichi di una guida politica con più ombre che luci.

Le scelte dell’Europa appaiono sempre condizionate dall’alleato USA, che definire invadente sarebbe alquanto riduttivo. Traspare l’incapacità europea di avere un’autonomia, continuamente soggiogata al volere d’oltreoceano, insolvente verso le richieste che i propri cittadini manifestano. Un problema che si protrae dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e che con la nascita dell’UE ha raggiunto l’apogeo. Così, i singoli paesi hanno perso una rilevante parte della propria sovranità e qualsiasi posizione politica, oggigiorno, non può essere scissa dal “politicamente corretto”, equivalente alla passiva sottomissione alla legge mercatistica e all’appiattimento dell’economia globalizzante.

È giunto il tempo per l’Europa di scegliere, decidere autonomamente del proprio futuro. È necessario  assecondare per una volta il volere popolare, quale esso sia, quanto meno realizzando una democrazia svincolata da padroni e propositi stranieri. In gioco vi è la pace, la permanenza dell’equilibrio precostituito, che rischia di essere stravolto da scelte scellerate, noncuranti del pensiero della popolazione. Chiunque intenda infrangere definitivamente la stabilità già a rischio o scontrarsi con l’impulso irrazionale della folla, dovrà necessariamente prendersi la responsabilità di queste azioni e degli effetti che si ripercuoteranno sul mondo intero.

(Foto ilGiornale.it)