I lupi azzurri – Franco Giorgio Freda

I lupi azzurri – Franco Giorgio Freda

Affrontare la questione dell’immigrazione lasciandosi fascinare dal libro “I lupi azzurri” di Franco Giorgio Freda, significa molto più che cimentarsi senza tabù nell’ambito di una questione pesantemente ideologizzata: vuol dire rompere senza indugi il più grande, il più indicibile, il più indiscutibile, il più intangibile tabù del nostro tempo, quello della razza, avvicinandosi alla “pericolosa” questione attraverso la Weltanschauung di chi, segregato in un ristrettissimo chiostro ideale, si dichiara apertamente razzista.

L’originalità della scelta – un piccolissimo e “maledetto” editore che si definisce nazifascista e che ha subito vent’anni di processi e di galera – è quasi imposta dalla sterminatezza della bibliografia che ha sviscerato l’argomento “migranti” da ogni possibile angolazione, rimanendo però nell’ambito di quella “pedagogia democratica” alla quale, per una volta almeno, sarà salutare sottrarsi.

I lupi azzurri sono i banditi, cioè gli espulsi, nello specifico i membri di un sodalizio – il Fronte Nazionale – nato nel 1990 e sciolto dieci anni più tardi.

Il libro, egregiamente curato da Giovanni Damiano, riporta i documenti del Fronte, i tentativi di sensibilizzazione della popolazione, attraverso i manifesti e le relazioni del suo reggente, Franco Giorgio Freda, diavolo nero della storia giudiziaria più travagliata d’Italia: il processo per la strage di piazza Fontana.

Leggerlo, soprattutto per i giovani, più facilmente vittime di quel conformismo di stile e di pensiero che ha ormai infettato moralmente la società contemporanea, è senz’altro esercizio raccomandabile, malgrado la “densità” e l’ampiezza delle prospettive introdotte dal testo richiedano una malleabilità, una propensione al nuovo ed all’ardito che i nostri giovani, malamente indottrinati, di rado posseggono.

Potrebbe aiutare un’audace originalità o la spregiudicatezza dell’età primaverile, ma anche di tali virtù si son perse ormai le tracce e vecchi più dei vecchi sono i giovani ventenni, venuti al mondo proprio quando nasceva il Fronte.

Non da tutti la capacità di entrare in quello spazio ideale inappellabilmente marchiato dalla “saggezza” moderna come inaccettabile; temerario avventurarsi in quel mondo claustrale così inconcepibile da non esser nemmeno indagato, e dunque cristallizzatosi in quella compostezza elitaria e superba, incontaminata e lontana, che lo rende sideralmente opposto, visceralmente avverso alle urgenze buoniste della nostra epoca.

Ordine Futuro entra nel “chiostro frediano” cogliendo quanto di valido lì s’esprime e rifuggendo con decisione quell’anticristianesimo, quelle “passioni pagane”, che lo deformano per un’interpretazione fallace che confonde la vera dottrina della Chiesa di Roma con la sua storpia vulgata moderna.

E’ in quel chiostro, però, va dato atto, che si pronuncia di nuovo la parola razza nella sua accezione più corretta.

Comunemente si intende per razzismo il disprezzo volgare e davvero intollerabile di chi non appartenga al proprio ceppo etnico: razzismo, questo, da stadio, da ubriachi, da feccia; ma il razzismo frediano, Leitmotiv del libro, è ben altra faccenda, chiarita sin dalle primissime pagine del testo da una inequivocabile citazione evoliana: “razzismo non significa disprezzo delle altre razze, ma fedeltà alla propria razza”.

Il razzismo frediano è il sentimento di “chi sente dentro di sé come radici arcaiche i fondamenti della comunità razziale cui appartiene.”

Razzista sarà, dunque, colui che, lungi dal disprezzare le altre razze, “conferma il vincolo che lo richiama alla propria […] lo avverte con i sentimenti, lo testimonia con i pensieri, lo rafforza con le opere”.

“I lupi azzurri” racconta la storia di un manipolo di uomini che, ravvisando un’imminente catastrofe nell’alluvione degli allogeni nella nostra Nazione, cerca di opporsi al fenomeno, che viene considerato un vero e proprio “suicidio razziale”.

I morenti popoli europei – avvisava il reggente già vent’anni fa – saranno sostituiti non da altri popoli, ma da una massa informe: individui senza più patria, senza identità, senza razza, privati di sangue e radici.

Vent’anni dopo constatiamo la povertà drammatica della società multirazziale, la inconsistenza della multietnicità, la brutalità del multiculturalismo che storpia invasori ed invasi, depaupera il mondo, stupra le civiltà.

Il razzismo di Freda ha però una lucidità invidiabile, quanto di più lontano si possa immaginare da quella volgarità “da stadio” che è lo sfogo bestiale delle masse, appunto, e non dei popoli.

Le razze per Freda non sono equivalenti e tantomeno omologabili. Ogni razza ha un suo posto, una sua forma specifica, una sua fisionomia, anche spirituale, per cui “solo entro le singole razze sarà possibile parlare in termini di superiore ed inferiore”.

Nessuna sopraffazione, perché è assente ogni concetto di superiorità, ma razzismo dal quale nessun popolo che tale voglia rimanere può prescindere.

Si cita la magnifica sintesi di Goethe: “Io ho viaggiato fino a Roma per diventare un vero tedesco”: l’identità di un popolo si scopre solo nella relazione con altri popoli; nella custodita differenza la vitalità delle stirpi; nel meticciato, invece, la morte.

Quasi alla fine del libro, nell’appendice, il prezioso intervento di Aldo Brandirali, che racconta di essersi imbattuto in un corteo di solidarietà con gli immigrati extracomunitari. Ad un certo punto qualcuno urla “GRAZIE A DIO UN GIORNO SAREMO TUTTI MULATTI”.

Scrive Brandirali: “Di fronte a questa mostruosità, mi ha assalito l’orrore, nella consapevolezza che (…) ciò che volevano da me era che io perdessi me stesso: così come volevano che perdesse se stesso anche l’altro, anche la persona di colore nero, trasformato in un mulatto per la gloria del potere omologante di uomini che sono disposti a fare giustizia sociale incarcerando nell’unico colore grigio tutti gli uomini”.

“I lupi azzurri” diventa, quasi paradossalmente, il libro della vera e buona multi-etnicità, di coloro che auspicano che davvero il mondo rimanga di proprietà di tanti popoli, tutti diversi, distinti, distanti: ad ogni popolo la sua terra, ad ogni terra il suo popolo.

Una lettura impegnativa, una prospettiva nuova ed un pericolo incombente; quello di dar ragione al diavolo nero!