Il leader dei Radicali Italiani, Marco Pannella, parla durante l'XI congresso dei Radicali, 3 novembre 2012 all'hotel Ergife di Roma. ANSA/GUIDO MONTANI

Marco Pannella, l’avanguardia del conformismo e la tristezza di un fallimento

A Giacinto “Marco” Pannella va riconosciuto un grande merito. Negli anni ’70 e nei decenni successivi, nell’epoca delle stragi, della strategia della tensione e delle trame nere che hanno incarcerato decine di presunti terroristi neofascisti, quasi tutti poi rivelatisi totalmente estranei ai fatti, Marco Pannella e il Partito Radicale non hanno seguito lo spirito del tempo, non hanno appoggiato quel giustizialismo giacobino, assetato di sangue e di condanne, che avrebbe preferito cento innocenti in galera che un solo colpevole in libertà. Le battaglie per i diritti dei detenuti, il sostegno vero e costante a persone, spesso dei ragazzi, per anni incarcerate ingiustamente, sono state un raggio di luce in mezzo a un mare di odio, di irrazionalità e di voglia di vendetta. Quella che tuttora contraddistingue le sedicenti “Associazioni dei familiari delle vittime” di questa o quella strage, composte perlopiù da gente che non cerca la verità, ma un capro espiatorio.

Di questo gli va dato atto: quando una persona se ne va, è giusto cominciare dai suoi meriti. Ma per il resto, possiamo davvero dire che fu vera gloria, quella del fondatore e per anni segretario del più anziano tra i partiti della Repubblica italiana?

Secondo le nostre più alte cariche istituzionali, sembra di fare una domanda retorica, che presuppone una risposta positiva, più che mai ovvia. «Un grande leader politico, il leader radicale che ha segnato la storia di questo paese con battaglie talvolta controverse, ma sempre coraggiose e a viso aperto – ha detto il premier Matteo Renzi.

Non meno lusinghiero il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «politico controcorrente, interlocutore scomodo», che ha «rappresentato con passione tanti cittadini, riuscendo non di rado a trasformare una condizione di minoranza nell’avvio di processi di cambiamento (…). Per molti aspetti, è stato coscienza critica del nostro Paese, sulla base di una fedeltà ai principi di libertà e di democrazia (…). Non ha mai smesso di pensare al domani, un domani migliore per il nostro Paese».

Dichiarazioni di stima per la “coerenza delle battaglie”, pur nella diversità di posizioni, sono arrivate pure da Matteo Salvini e Silvio Berlusconi.

Tutti d’accordo, insomma, e Giorgio Napolitano ha sintetizzato il concetto comune meglio di tutti: a Pannella “L’Italia deve molto”. Ma cosa deve l’Italia a Pannella, al Partito Radicale, che appunto in virtù della sua radicalità ha costituito l’avanguardia di tutta una serie di cambiamenti e di processi sociali tuttora in atto nel nostro paese. Divorzio, aborto, eutanasia, unioni omosessuali, legalizzazione delle droghe leggere, Pannella ha guidato queste e altre battaglie, qualcuna vincendola, qualcuna tuttora in atto e che proseguirà senza di lui.

Sarà indubbiamente stato coerente, Pannella, ma un ribelle, un anti-conformista, un dissidente, quello non lo è mai stato. La giusta fine di un personaggio sempre in linea con lo spirito preponderante del suo tempo e con la tendenza storica della sua epoca è quella di finire incensato dallo Stato e dalle istituzioni che alcuni sostengono lui abbia in chissà quale modo rivoluzionato, cambiato, migliorato, rendendo l’Italia “un paese più civile”. Pannella non è stato altro che un anticipatore, un centravanti di sfondamento che ha creato le prime brecce da cui poi sono passate le maree montanti delle folle festanti, del conformismo, della normalizzazione. Quale rivoluzione o ribellione avrebbe instaurato un personaggio sempre e costantemente ricevuto, con tutti gli onori, dalle più alte cariche mondiali, da leader politici e religiosi, finanche da quei papi che, ogni tanto, diceva di stimare?

Molti, oltre a questo concetto di per sé neutro ma caricato di un’aura positiva che è la coerenza, sostengono che Pannella ci abbia lasciato un paese più libero e più civile. Si tende così a dare alle sue battaglie un tono mistico-utopico, quasi che il mondo prefigurato dal leader radicale sia un nuovo Eden, un’Isola che non c’è di cui ci ha lasciato come testamento la ricerca. Ma le battaglie del leader radicale in altri paesi, i cosiddetti “paesi civili”, sono già realtà, e lo sono da anni. In Olanda e Belgio c’è già tutto ciò che Pannella sognava di importare qua in Italia: droga, eutanasia, aborto di massa, divorzio, matrimoni e adozioni omosessuali, i suoi sogni sono tutti realtà.

Oggi, Olanda e Belgio sono i due paesi simbolo del degrado in cui è piombata l’ombra del continente che un tempo si chiamava Europa. Totalmente impotenti di fronte all’avanzare dell’immigrazione di massa, del degrado sociale delle periferie e della frammentazione della società che l’immigrazione ha portato con sé, Olanda e Belgio ci fanno vedere già oggi la fine di quel percorso verso la civiltà che alcuni ritengono ineludibile per il futuro dell’Italia, ma i cui nefasti effetti sono già sotto gli occhi di chiunque li voglia vedere. Bruxelles è sede del Parlamento Europeo, è il simbolo di tutti i ricchi e i potenti del continente, e nel contempo è da dove sono partiti gli attentatori di Parigi e dello stesso aeroporto di Bruxelles, il cuore pulsante del jihadismo europeo, di un odio di carattere sociale, politico, morale e religioso che di Pannella e delle sue battaglie se ne frega altamente.

Al termine del percorso prefigurato da Pannella c’è soltanto un modello di società senz’anima e senza identità, composto da individui atomizzati, liberi di fare ciò che vogliono del loro corpo e della loro vita, talmente liberi da essere privi di identità, di spirito, di sostanza, di quel quid che li rendeva membri di un corpo più grande di loro, la comunità, la società, lo Stato, e che realizzava la loro intima natura di animale sociale, politico, comunitario. Il moscio e morente Belgio, intimamente “radicale” da anni, ci fa vedere dove finiscono le chiacchiere di Pannella e dei suoi epigoni, avanguardie di un percorso che sta portando la civiltà europea verso un enorme vicolo cieco.

Se anche avesse voluto il bene per l’Italia e costruire un mondo migliore, Pannella ha indubbiamente fallito e la sua morte non lascia nulla in eredità se non la palese tristezza, la stanchezza, la delusione di chi, con un sorrisetto depresso che riflette la mediocrità e il grigiore del mondo pannelliano ormai quasi realizzato, dice, per convincere se stesso più che altri: “Però almeno, grazie a lui, oggi siamo più liberi…” 

Un po’ poco, Marco, davvero un po’ poco.