I tre assi di Donald

I tre assi di Donald

Commentando il trionfo di Trump alle primarie repubblicane, l’anima nera del GOP, il sempre minoritario ed isolatissimo Pat Buchanan, l’eretico del Partito Repubblicano, il teorico di una destra americana antitetica a quella mainstream fino ad oggi in auge, isolazionista e sovranista, libera dagli interessi sionisti e contestataria del perverso matrimonio tra conservatorismo e liberismo economico schiavo del grande business, ha sottolineato che sono tre le cause del successo di Trump.

Buchanan ha spiegato che Trump, nella sua vincente lotta contro l’élite repubblicana, ha potuto contare su tre assi, i quali, potendogli garantire il supporto della classe lavoratrice bianca, potrebbero anche portarlo alla vittoria contro la Clinton.

I tre assi sono immigrazione, globalizzazione e, infine, un cambio di rotta radicale sulla politica estera iperinterventista fino ad adesso attuata dallo Zio Sam.

I primi due punti in particolare, come è chiaro, sono strettamente connessi.

I Repubblicani hanno guadagnato gran parte dei loro consensi, in questi ultimi anni, promettendo politiche più restrittive nei confronti dell’immigrazione: respingimenti dei clandestini e messa in sicurezza del confine con il Messico. Eppure, né ai tempi dell’amministrazione Bush, né mantenendo sotto quella Obama il controllo di Senato e Camera, hanno avviato alcun processo legislativo in tal senso.

Il movente di questa inattività è facilmente intuibile: un’immigrazione selvaggia garantisce disponibilità di manodopera a basso costo per le grandi aziende e, al contempo, la disponibilità degli immigrati, clandestini e non, ad accettare condizioni di lavoro peggiori a quelle a cui sono abituati i lavoratori americani garantisce al capitalismo americano la dovuta pressione salariale di cui abbisogna per ingrossare profitti ed utili, i quali tengono alto il PIL USA, la cui crescita però è sempre più disegualmente distribuita.

Allo stesso modo, Trump ha accusato veementemente il processo di mondializzazione, di cui gli USA al momento sono il cuore, il quale abbattendo frontiere e confini è funzionale solo a permettere alle più grandi corporation, tipo Apple, attaccata esplicitamente e direttamente da Trump, a produrre all’estero, per poi poter reimportare i propri beni in America senza pagare dazi di sorta.

Un processo che produce disoccupazione in casa e sfruttamento all’estero.

Il GOP, fino a questo momento, ha difeso a spada tratta queste logiche, sostenendo surrettiziamente i trattati come il NAFTA, il TTP o il TTIP, difficile immaginare che Trump e un Partito Repubblicano pesantemente influenzato dalla sua base – la maggioranza di delegati che Trump sta ancora ammassando per la Convention di Cleveland non sarà funzionale solo alla scelta del candidato alla presidenza, ma anche per quella dei prossimi candidati al Senato e al Congresso e per determinare tutta la linea del partito – possa continuare su queste linee come se nulla fosse.

Infine, c’è la politica estera: per la prima volta dai tempi di Lindbergh, si sente in America una voce di critica da destra all’interventismo made in USA.

Su questa linea si può spiegare la simpatia, rivoluzionaria per essere oltreoceano, col Cremlino, le critiche alla Nato, la pretesa di disimpegno militare, il reiterato e inaudito sostegno ad Assad e al regime di Damasco.

Certo, le ultime parole di Trump all’AIPAC, la potente lobby sionista degli ebrei americani e la dichiarata amicizia per Israele non si iscrivono su questa linea e sembrano invece ripetere concetti triti e ritriti della politica standard del Partito Repubblicano.

Tuttavia, ad un osservatore attento non sarà sfuggito che le parole più ripetute da Trump all’AIPAC sono state “believe me”, con l’insistenza e la credibilità dell’imbonitore che cerca di piazzare i propri prodotti nel corso di una televendita.

La visita all’AIPAC, come quella più recente alla NRA, la grande lobby delle armi, rientra in una strategia abbastanza chiara di riunificazione del Partito Repubblicano, la quale, ricordando un politico di razza quale Bismark, si può forse anche interpretare secondo una nota citazione del cancelliere: “non si dicono mai tante bugie come dopo una battuta di caccia, durante una guerra o prima di un’elezione”.

Trump sa che non potrà avere alcuna chance contro la Clinton nel caso in cui non riesca a stimolare tutte le forze del campo conservatore, di base e di élite, nella campagna per la Casa Bianca.

Dopo una campagna per le primarie al vetriolo e iperdivisa, per il GOP è abbastanza facile indovinare che adesso Trump punti a diffondere messaggi più convenzionali.

Il rischio che in questo processo, e in quello di avvicinamento ai luoghi di potere effettivo, Trump si “normalizzi” e venga fagocitato dalle logiche classiche di Washington è effettivo e reale.

Tuttavia, questa ipotesi risulta essere ancora solo un’eventualità. Per il momento, è ancora possibile vedere Trump come una considerevole anomalia della politica americana, e i suoi ultimi scostamenti da questa linea possono essere considerati episodi parentetici.

Riprendendo il filo segnato da Buchanan, Trump deve il proprio successo a tre punti forti, i quali sono ancora gli stessi che possono portarlo alla presidenza, e questi tre punti forti si situano in decisivo contrasto con la politica fino ad oggi realmente svolta dai repubblicani. Per Trump, adeguarsi ad essere un repubblicano standard, sarà intrinsecamente controproducente e non potrà essere questa la cifra ultima del trumpismo come nuovo fenomeno politico in America.

Viceversa, dovrà pur avere una certa rilevanza osservare che la famiglia Bush, il principale collaboratore di McCain, i fratelli Koch – megamiliardari, storici finanziatori del partito repubblicano – tutto il mondo massmediatico americano sono apertamente ostili a Trump.

Il nemico del mio nemico è mio amico.

Certamente, fino ad oggi, nemico dell’Europa non è stato il popolo americano in sé, quanto la sua dirigenza, democratica o repubblicana che fosse, e se Trump è certamente inviso in casa democratica, certamente non è amato presso la vecchia guardia repubblicana

Considerando i tre assi che the Donald ha per adesso giocato e quelli che ha ancora in mano, c’è da aspettarsi che sia ancora un candidato che meriti una chance.