Ma è strano che all’estero si voti liberal?

Ma è strano che all’estero si voti liberal?

Con un risicatissimo margine di circa 31mila voti, l’ex-presidente dei Verdi, Alexander van der Bellen, ha vinto le Presidenziali austriache con il 50,3% contro il 49,7 del candidato della destra dell’FPÖ, Norbert Hofer, sconfitto essenzialmente grazie ai voti degli austriaci residenti all’estero.

Subito, in molti hanno più o meno velatamente ipotizzato che siano avvenuti dei brogli elettorali per fermare l’ascesa di Hofer. In effetti, la situazione è veramente paradossale. Per quanto spaccato in due, i residenti nel paese hanno quasi ovunque espresso una lieve preferenza per il “volto pulito della Destra xenofoba” (sottinteso che gli altri ce l’abbiano per forza sporca), come si può evincere da questa semplice cartina. Tranne che a Vienna e nel Voralberg, Hofer ha sempre prevalso su Van der Bellen.

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Tralasciando quanto possa indurre a profonda tristezza il pensare che esista un personaggio come Gad Lerner, al quale, guardando questa immagine, non è venuto in mente niente di meglio se non gioire per una Vienna “capitale della social-democrazia”, una ridicola definizione anni ’20 che della realtà in cui la SPÖ è ridotta ai minimi storici se ne sbatte totalmente, è più che mai evidente come il ribaltamento di fronte sia avvenuto grazie ai votanti austriaci residenti all’estero.

Effettivamente, le operazioni di voto per corrispondenza sono sicuramente più suscettibili di errori e brogli di quelli classici effettuati nel segreto della cabina e poi scrutinati in maniera pubblica sotto gli occhi di più persone, compresi delegati di lista di tutti gli schieramenti.

Detto questo, e potendo dunque tranquillamente sussistere questa ipotesi di broglio elettorale in difesa della “stabilità europea” – che poi sarebbe una volgare difesa acritica dello status quo – guardando a un precedente storico nostrano non c’è alcun bisogno di giustificare questo risultato mediante irregolarità.

Nel 2006, Romano Prodi vinse le elezioni politiche con la sua ammucchiata male assemblata di una decina di partiti proprio grazie al voto degli italiani all’estero, i quali avevano appena ricevuto tale regalo (1) da una legge approvata dal governo di centro-destra sulla spinta del deputato di Alleanza Nazionale Mirko Tremaglia. Grande intuito politico di AN a parte – sempre sul pezzo, non c’è che dire – gli italiani all’estero premiarono l’ultima versione di Ulivo che l’Italia ricordi, l’Unione che raggruppava tutti i partiti della sinistra progressista, liberal, verde e post-comunista.

Al netto delle differenze tra la FPÖ di Heinz-Christian Strache e l’allora Casa delle Libertà guidata da Silvio Berlusconi, che sono comunque notevoli sia in termini di omogeneità (un partito contro una coalizione vastissima ed eterogenea tanto quanto l’Unione) sia in termini di posizionamento politico (per quanto il FPÖ sia un partito decisamente più moderato e liberale di come certa stampa tende a rappresentarlo), i residenti all’estero – oggi austriaci, dieci anni fa italiani – hanno scelto una grande ammucchiata liberal-progressista tenuta assieme soltanto dall’odio contro un nemico comune, oggi l'”avanzata populista delle destre xenofobe e anti-europee” (o equivalenti onanismi linguistici), ieri la possibile conferma al governo del personaggio più odiato dalla sinistra di tutta Europa. 

C’è dunque così bisogno di ipotizzare, oggi, dei brogli elettorali per spiegare questo ribaltamento? Forse sì, certo il caso e la tempistica dell’attesa di un giorno per sapere i risultati dei voti per corrispondenza inducono facilmente a pensare male, ma a conti fatti i residenti all’estero italiani, così come austriaci, tendono facilmente a votare a sinistra. I fattori possono essere tanti, dal reddito medio più alto al tasso di istruzione più elevato (che non è sinonimo di maggiore intelligenza) e alla sicura maggiore diffusione di quell’atteggiamento apolide/internazionalista tanto diffuso oggigiorno in Europa e supportato dalla retorica dell’Erasmus, della fuga all’estero come scelta migliore e gioiosa, dall’auto-razzismo masochista tanto diffuso in Italia ma non assente neppure nel resto d’Europa. Nessuna accusa generica contro chi vive all’estero per una qualsiasi scelta o necessità di vita, ma che sia così è puntualmente comprovato dai fatti.

Ma al di là delle scelte o delle necessità, e a prescindere dal tasso di istruzione, chi ha maggiore polso della situazione di un paese? Chi ci abita dentro da sempre, magari non nel centro gioioso e socialdemocratico della Vienna di Lerner ma in una periferia, in campagna o in una piccola città, oppure chi sta all’estero da 5, 10, 20 anni o finanche non è mai venuto manco una volta in Austria, ma ha ereditato la cittadinanza dai genitori emigrati? E non sarà che, alla fine, questo far votare gente da ogni parte del globo non porti ad altro che all’ennesimo scollamento tra il paese reale e il paese legale, come se ce ne fosse ancora bisogno?

NOTE

(1) In realtà, più precisamente, il voto degli italiani all’estero prima della Legge Tremaglia era possibile, ma molto più difficile e poco partecipato a causa delle modalità.