Simposio Internazionale di Yamatologia alla Sapienza

Simposio Internazionale di Yamatologia alla Sapienza

Dalle radici ai rami fioriti della letteratura giapponese, nelle parole di chi l’ha studiata, tradotta e trasmessa al pubblico italiano e straniero. Alla presenza delle Loro Altezze Imperiali, il Principe e la Principessa Akishino, lo scorso 12 maggio, presso il Palazzo del Rettorato alla Sapienza Università di Roma, si è svolta la prima e fondamentale giornata del Simposio Internazionale di Studi Yamatologici dal titolo   From the Roots to the Flowering Branches of Japanese Literature, con  ospite d’eccezione lo scrittore Kazushige Abe. Dopo i soliti rituali di apertura, è stato proiettato un video-messaggio da parte di Donald Keene, Professore Emerito alla Columbia University.

Suggestionati dal celeberrimo affresco di Mario Sironi L’Italia fra le arti e le scienze, realizzato nel 1935, esempio incontestabile della maestria di uno dei più grandi pittori del secolo scorso, dove si rimane quasi intontiti dalla capacità di Sironi di gestire i volumi delle figure, sia umane sia architettoniche, abbiamo ascoltato, non privi di un certo fastidio, le parole del “professorone” americano. Vero, Keene è uno dei pochi occidentali che il giapponese lo conosce perfettamente; i suoi manuali hanno cresciuto legioni di studiosi sul Giappone in giro per il mondo, incluso chi scrive. Doveroso è stato il suo assai breve accenno al contributo degli italiani alla conoscenza di questo straordinario Paese, ricordando alla platea come il primo ritratto dell’Imperatore Meiji (1852 – 1912), autentica icona di una prima modernità nipponica, sia stato fatto proprio da un italiano, senza però essersi preso la briga di citarne il nome, Edoardo Chiossone, al quale si deve per giunta il museo a lui intitolato a Genova, dove è possibile ammirare una raccolta d’arte orientale, segnatamente giapponese, con davvero poche eguali in Occidente. Fatto questo, Keene ha manifestato la solita sicumera all-American verso lo straniero; se poi si tratta di noi “poveri” italiani, allora tale atteggiamento diventa quasi offensivo. Peccato davvero, poiché il blasonatissimo accademico ignora che l’orientalistica l’abbiamo inventata noi italiani! Il suo tono di sufficienza, non scusabile nemmeno dalle sue precarie condizioni di salute, verso i suoi colleghi italici ha palesato dei limiti intellettuali, come, del resto, la sua pronuncia: conoscerà pure la lingua nipponica come pochi, ma di sforzi non ne ha fatti molti per garantirsi un buon accento, quando la fonetica rappresenta l’unico elemento facile della lingua dell’Arcipelago. Fornito un sostanzialmente inutile “bignami” sulla storia del Giappone, il professore ci ha salutati come se stesse parlando via Skype a un seminario di laureandi. Alleati questi qui? Il nostro Governo dice di sì; eppure gli “amici” si dovrebbero trattare con rispetto, no?

L’evento della sessione di mattina è stato però la intervista di Gianluca Coci allo scrittore Kazushige Abe, definito uno dei principali esponenti della “Generazione Post-Murakami”. Haruki Murakami ha segnato una epoca? Restiamo interdetti persino noi che lo studiamo, perlopiù in modo assai critico, da anni. La Letteratura non è messa bene. Torniamo ad Abe, vincitore del prestigiosissimo Premio Akutagawa nel 2004. Durante il suo interessante dialogo con Coci, è stato sottolineato come egli provenga alla fine dalla tradizione del watakushi shōsetsu (il “romanzo dell’Io”) di inizio XX secolo, che segnò la nascita della narrativa giapponese moderna. Dal canto suo, Abe ha lavorato a una “trilogia familiare”, ripercorrendo la storia del suo Paese, attraverso quella di alcune famiglie di provincia. Costui si è rivelato un personaggio simpatico, senza mai perdere il tipico distacco che contraddistingue la sua gente. Ha fatto comunque sorridere la sua affermazione sul fatto che il suo unico vero traguardo sinora sia stato quello di: “Portare il katakana (l’alfabeto fonetico usato per trascrivere le parole occidentali, N.d.A.) sulle copertine delle riviste letterarie”. Di suo andrebbe letto Il proiezionista (1997), unica opera che ha avuto una traduzione in italiano, nella quale si intrecciano noir, politica e vari rimandi cinematografici. Abe si è dimostrato decisamente più attento nelle sue riflessioni del “feticcio” letterario delle ultime generazioni, Murakami per l’appunto; lo testimonia il suo riferimento a Le città invisibili di Italo Calvino. Quindi, se Keene ha ignorato la cultura italiana, ancora una volta i ben più civili giapponesi hanno provato di essere di una levatura decisamente superiore.

Nella sessione pomeridiana, abbiamo assistito a tre relazioni in lingua inglese. Gitte Marianne Hansen (Newcastle University) ha presentato un paper su: Women in the World of Murakami Haruki. La sua analisi ha evidenziato come Murakami vada considerato il re delle storie boku, ovvero dell’Io, narrando spesso in prima persona. Però, abbiamo considerato intollerabile l’ennesimo ricorso ai malefici Gender Studies, vero marchio di fabbrica dell’accademia anglosassone. Studi che hanno una prospettiva demenziale nell’affrontare la letteratura, poiché tutto sfocia perennemente nella sessuofobia. Infatti, la Hansen ci ha messo al corrente che Murakami è accusato di maschilismo, specialmente da parte di alcune studiose giapponesi. Il motivo? Perché i suoi personaggi femminili parlano poco. Leggendo la cosa in altri termini, la “colpa” dello scrittore è sostanzialmente quella di essere maschio ed etero. Di questo passo, un autore non potrà più permettersi di inserire una donna in un suo romanzo, senza scatenare le ire di queste cattedratiche.

Il francese Thomas Garcin (Strasbourg University) ha letto su: Inventing Japanese-ness – Re-examining Yukio Mishima’s Yūkoku. Con un eloquio difficilmente comprensibile, ha giustamente indicato in Yūkoku (“Patriottismo”, un racconto pubblicato per la prima volta nel gennaio del 1961) un’opera sempre fonte di analisi stimolanti. Purtuttavia, egli ha sostenuto come il Giappone mostrato da Mishima nel suo scritto sia “artificioso”, finanche nell’utilizzo di un giapponese troppo sofisticato. Ma non sa forse lo studioso transalpino che Mishima, formatosi anche sui classici cinesi, riteneva che la cultura tradizionale del suo Paese andasse difesa, a cominciare dal linguaggio, “contaminato” da tantissimi termini stranieri? Poi, “Giappone artificioso”? Ma non diciamo sciocchezze, quello in Yūkoku è un Giappone verissimo, basta pensare agli anni ’30.

Grazie al cielo che la “nostra” Matilde Mastrangelo (La Sapienza) ha riportato un po’ di “normalità” con il suo intervento: Talking about Historical Novels, the Different Approaches of Mori Ōgai and Yukio Mishima, relazionando sui rapporti tra Mishima e un altro mostro sacro della letteratura del Sol Levante, Mori Ōgai (1862 – 1922). Finalmente un modo meno folle di analizzare una opera letteraria: nel suo caso particolare, soffermandosi sulla importanza del contesto storico nei romanzi e racconti di questi due grandi scrittori.

Un pensiero finale lo rivolgiamo proprio al succitato Keene, ricordandogli come lo stesso Mishima avesse nettamente stroncato la sua interpretazione della letteratura di Mori. A tal proposito, cogliamo l’occasione per segnalare agli amanti di Mishima che egli fu pure un valente critico letterario. Perciò, lei Professore ci ha gentilmente informati, nel suo messaggio della mattina, che stiamo “recuperando” terreno sull’Accademia Internazionale, che siamo meno “provinciali”, credo intendesse dire. Ma lei, ci scusi, li conosce Matteo Ricci, Ippolito Desideri e Giuseppe Tucci? Crediamo di no. Senta, ci lasci alla nostra arretratezza per favore, ci compatisca pure, così almeno non dovremo dire ai nostri figli che il Sandokan di Salgari presenta una visione razzista o che Flaubert e D. H. Lawrence sono da condannare, poiché loro, essendo dei “luridi” maschi, hanno osato descrivere i sentimenti e le pulsioni delle donne. Torre d’avorio? Magari, l’università anglo-americana è onesta e meritocratica senza dubbio, ma produttrice di idiozie in quantità industriale. Avendola frequentata, lo sappiamo bene.