Pizza e mandolino a chi?

Pizza e mandolino a chi?

“Noi queste cose non le sappiamo più fare!” disse, non senza una vena d’invidia, l’ufficiale tedesco, guardando dritto negli occhi il suo alleato, il colonnello Bettoni.

Si trovavano sul campo di battaglia di Isbuscenkij, fronte russo, e fra i girasoli si contavano 182 caduti, 32 gli italiani e 150 i russi.

Una torrida mattina di agosto del 1942, il 2° squadrone del Savoia Cavalleria, al comando del capitano De Leone, aveva caricato a fondo il fianco dell’812° Reggimento di fanteria siberiano composto da 2.500 uomini, dotati di fucili, mitragliatrici e mortai.

Il grido “caricat!” del capitano De Leone squarciò il silenzio della steppa e prese completamente alla sprovvista il nemico. L’acciaio delle 700 sciabole sguainate balenava sotto la luce rosata del primo mattino, mentre la terra rimbombava sotto il peso delle pesanti cavalcature che sollevavano polverose zolle di terra. L’impeto della carica fu talmente violento e fulmineo che travolse letteralmente i sovietici: il 2° Squadrone, dopo aver fatto un’ampia conversione, caricò a ranghi serrati lanciando anche bombe a mano. Ai russi, che pure avevano tentato di resistere, non rimase altro che ripiegare.

Lo squadrone, sentendo l’odore del sangue della preda, riprese a caricare a fondo il nemico per annientarlo definitivamente, sostenuto questa volta dal 3° squadrone, comandato dal capitano Francesco Marchio.

La carica spezzò definitivamente la resistenza dei russi, che si ritirarono in disordine, mentre il capitano Marchio veniva gravemente ferito. Era ormai del tutto evidente che l’ufficiale italiano non era più in grado di combattere: sanguinava copiosamente e le ferite aperte gli procuravano dolori lancinanti.

Con un filo di voce chiese all’ufficiale medico chino su di lui un sovradosaggio di morfina, perché voleva affrontare di nuovo il nemico con un’ultima carica, quella più eroica. L’ufficiale medico era titubante e stupefatto da quella folle richiesta, ma alla fine cedette, anch’egli ammaliato da quella formidabile e travolgente passione guerriera. E il comandante Marchio montò a cavallo e caricò i sovietici per la gloria e l’onore, per la morte e la patria.

700 italiani a cavallo contro 2.500 soldati di fanteria bene armati e ben disposti sul terreno: la sconfitta sembrava inevitabile, ma la temerarietà e la perfetta organizzazione del Savoia Cavalleria ribaltò completamente i pronostici. La falce mietitrice italiana lasciò sul terreno 150 morti sovietici, 300 feriti e raccolse 600 prigionieri; e si guadagnò, oltre a 4 cannoni, 10 mortai e una cinquantina di mitragliatrici russe, una gloriosa pagina sui libri di storia.

Questo episodio, per la verità insieme a tanti altri, dovrebbe essere ricordato ogni qualvolta ci si imbatta in qualche disfattista o disertore. Qui per disfattista e disertore non intendiamo, ovviamente, indicare colui che fugge dal campo di battaglia, ma ci riferiamo ad un tipo umano particolare.

È il tipo umano piccolo borghese, il molle, l’apatico, il perenne indeciso, il calcolatore, il furbetto.

È grazie a questo tipo umano che il popolo italiano si è “guadagnato” la fama di imbelle fagocitatore di pizza e spaghetti, di suonatore di mandolini. Di mamme iperprotettive e di uomini goderecci e donnaioli.

Certo nessuno nega che l’italiano sia dotato di estro e fantasia, cose di per sé positive, se non ci si limita a tali caratteristiche insite nella sua natura.

Qui non possiamo e non vogliamo negare che una certa influenza mediterranea e levantina si sia imposta sull’intera nazione italica, “incoraggiata” da un sistema che sembra prediligere il carattere lunare e femmineo; che sembra voler mettere ai margini, se non addirittura disprezzare, quel carattere solare e virile che pure appartiene di diritto al popolo italico.

E così il tipo umano disertore è convinto che “tanto non c’è niente da fare”, che gli italiani “non son fatti per la guerra”, che “non faranno mai la rivoluzione”, che è inutile dedicarsi alla lotta politica o anche solo ad una battaglia ideale “perché tanto non cambierà mai niente”.

Sono gli stessi uomini che disertano spesso anche dal loro dovere di stato, sul lavoro e in famiglia, che concedono supinamente le mille libertà ai figli; e le stesse donne che parlano di emancipazione, senza capirne troppo bene il significato.

Diserzione dal proprio Dovere in primis, e, in ultima analisi, overdose di diritti, la maggior parte dei quali assolutamente inutili, ma universalmente riconosciuti; addirittura da enti sovranazionali.

Agli uomini e alle donne italiane manca solo la giusta guida spirituale, manca la scossa elettrica che li faccia riscuotere dal torpore nel quale li ha indotti l’assidua e asfissiante cultura della felicità di massa.

Una felicità effimera, che soffoca ogni anelito alla vera libertà. La libertà di essere sé stessi, sovrani del proprio destino, rabbiosamente e violentemente attaccati alla propria identità.

Basta, quindi, con questa storia degli “italiani brava gente”, alimentata ad arte da certi registi cinematografici e da certi romanzieri; quello italico è un popolo pacifico, non pacifista.

La pax romana l’hanno imposta sul mondo i suoi avi, col ferro e col sangue. Sotto la giusta guida ha innumerevoli volte dimostrato il suo coraggio e la sua fierezza, proprio come a Isbuscenkij.

Occorre però indicare ai ragazzi e alle ragazze italiane un nuovo tipo umano, orgoglioso del proprio passato, ma audacemente proiettato nel futuro; querce dalle radici profonde e dai rami rigogliosi protesi verso l’infinito. Un tipo umano dimentico di tutti quei luoghi comuni che relegano l’Italia ai margini della scena internazionale, che rivendichi per sé una nazione che occupi il posto che merita nella grande patria europea.