Fondamenta, strade e ponti. Alle origini del diritto indoeuropeo

Fondamenta, strade e ponti. Alle origini del diritto indoeuropeo

Quando si parla di diritto, spesso lo si fa maldestramente e – spessissimo – al plurale. Al bar, al telegiornale, in cattedra, in Parlamento, si parla e si straparla di “diritti”, e lo si fa per indicare un insieme di pretese che singoli, gruppi e categorie cercano di innalzare a verità comune ed inviolabile. Persino il Legislatore, parola impersonale dietro la quale si nasconde oggi la moltitudine parlamentare, sembra ignorare che, alla base, il Diritto è uno solo e, peraltro, rappresenta l’antitesi del particolarismo e del garantismo eletto a dogma.

Prima di parlare di politica del diritto, di tutela dei diritti, di “nuovi diritti”, bisogna chiedersi cosa sia, in fondo, questo stra-abusato diritto. Occorre, anzi, compiere uno sforzo ulteriore, e chiedersi cosa sia, per noi, il diritto.

È nelle regioni più profonde della coscienza della stirpe che accomuna l’Europa che, riteniamo, si può trovare la risposta più chiara.

L’intima connessione fra le cose divine e quelle umane che caratterizza – alla radice – la natura indoeuropea si riflette, con grande potenza, nella concezione tradizionale del diritto che appartiene a questa civiltà di sangue.

In particolare, il diritto è uno dei campi della tradizione indoeuropea in cui si manifesta con maggior chiarezza la cosiddetta “dottrina delle due nature”, ossia la dottrina delle caratteristiche – inscindibili e complementari – dell’essere: la natura divina, intesa come l’insieme dei princìpi immutabili, incorruttibili e solari che informano dell’origine la vita del cosmo, e la natura umana, concepita come il sentiero del mutamento, dell’attuazione e della manifestazione del sacro. Potenza ed atto, centro e movimento: elementi connessi che, anche in una dimensione spaziale, fin dalle origini hanno trovato una rappresentazione ben definita.

Non stupisce, dunque, che, per designare la stabilità, la centralità e la fermezza dei princìpi di ordine divino, tutte le civiltà tradizionali abbiano adottato un simbolismo assiale: l’albero del mondo, l’asse del mondo, la colonna, la scala, la montagna: l’elemento verticale rappresenta, in questa accezione, la stabilità del principio ordinatore di origine super-umana.

Dall’altro lato, l’attuazione di tali princìpi nel mondo umano viene costantemente rappresentata, nel pensiero della Tradizione, con un simbolismo orizzontale: il fiume, la via, il cammino. Il movimento, dunque, si traduce in un andare ordinato, da una sorgente – o partenza – ad una mèta.

A congiungere queste dimensioni vi è un elemento unificatore, che figurativamente ricorre nel ponte, nel laccio, nel giogo, nella scala. Ordinata salita e discesa, dunque, fra le dimensioni del divino e dell’umano.

Affascina, quindi, scoprire che la concezione indoeuropea del diritto rispecchia in maniera perfetta questa visione del mondo. E, per quanto nascosti, segni visibili di tale concezione sono ancora visibili e presenti. Ce lo dice, in particolare, l’origine delle parole che designano i concetti ancora oggi maggiormente usati – e, purtroppo, spesso malamente abusati – nel campo del diritto.

Il diritto indoeuropeo, infatti, individua – a livello semantico e prima ancora concettuale – tre distinte categorie descrittive.

1 – Anzitutto, vi sono concetti tipicamente super-umani, pre-umani e fondamentali, ossia validi in sé e per sé e non modificabili, in quanto dotati di natura atemporale: sangue, stirpe, terra, onore, ecc..

In questa direzione, stupisce notare quanti termini di uso comune nel settore giuridico esprimano, nella propria radice, il concetto di “fondamento”, “base”, “posto dall’alto” e, dunque, di norma di comportamento fondamentale, inamovibile e non derivante da un “accordo”, ma dalla pura volontà degli Dèi.

È questo, anzitutto, il caso della radice indoeuropea *sad (= stare, collocare), da cui derivano – fra i molti esempi possibili – il tedesco Gesetz e, risalendo nel tempo, il gotico Gasezida, con identico significato.

Dalla radice *dha (ancora = porre, collocare), invece, deriva una fitta schiera di vocaboli in una varietà sorprendente di idiomi indoeuropei: il sanscrito Dhâman, il greco Thémis, il germanico Doms, il persiano moderno Dàd, ancora con il significato di “legge posta, collocata”.

Un’altra radice, *lagh (= esser collocato) è invece alla base di uno dei termini più noti: l’inglese Law, legge.

Queste parole così antiche, dunque, ci trasmettono un messaggio essenziale: l’uomo indoeuropeo non ha inventato dal nulla i princìpi posti alla base del diritto, o meglio le categorie pre-giuridiche. Semplicemente, egli li ha trovati, come monoliti in una radura che sempre stavano, immobili ed insensibili al tempo e alle variazioni di clima e di luce. Ed è cosa da tener presente, in questo tempo in cui ogni giorno si pretende di scoprire – o di creare in vitro – “nuovi diritti”.

2 – In secondo luogo, vi sono concetti che, invece, rappresentano l’attuazione, la manifestazione e l’applicazione dei suddetti princìpi nella società degli uomini, e dunque esprimono l’aspetto dinamico delle regole immutabili appena  indicate: fides, pietas, decus, ecc..

Questi concetti, anzitutto, possono essere descritti dalla radice *rag (= stendere, dirigere), da cui derivano – fra le molte – l’antico persiano Raçta, il latino Rectus, il tedesco Recht, l’italiano Diritto, il francese Droit e lo spagnolo Derecho, tutte con il significato di “diritto”, ossia di condotta di comportamento indirizzata in un senso accuratamente definito e verso una mèta prefissata.

Almeno di pari importanza ed equivalente nel significato, è la radice *ar (= andare), da cui derivano il sanscrito Rta, il persiano moderno Rad, il greco Areté e il latino [Ius] ratum. Dunque, la virtù umana è un cammino che procede dal diritto eterno e si cala nel particolare, nella vita quotidiana dell’uomo.

Questo secondo gruppo di parole ci svela, pertanto, che il diritto è una derivazione da una base preesistente e non modificabile in via arbitraria, un andare rigoroso, attento alla realtà dell’uomo ma poggiante su basi più sicure e profonde. Si tratta, quindi, di trarre dal vivere quotidiano conseguenze conformi ai princìpi di ordine sacro immanenti all’ordine delle cose.

3 – Infine, troviamo veri e propri concetti-ponte, che costituiscono il trait d’union fra le due nature sopra individuate e, quindi, si pongono come regole operative che, tuttavia, non possono mai essere arbitrarie, in quanto traggono origine da elementi più che umani e immanenti alla natura del cosmo: sono, queste, le regole di vita in senso stretto, ossia gli iuris praecepta propriamente detti.

A designare questa categoria, spiccano, in particolare, i termini derivanti dalla radice *lag (= legare, vincolare), da cui derivano – fra gli altri – il latino Lex, l’osco Ligud, lo spagnolo Ley e il francese Loi. Legge, dunque, è ciò che lega le cose divine ed umane, e ciò che stringendole in un’unica sorte le rende reciprocamente comprensibili. Troppo spesso, invece, oggi la legge è solo il contenitore vuoto che può essere riempito a piacimento, fino a renderlo – come oggi accade – strumento per allontanare irrimediabilmente cielo e terra.

Esito simile, infine, ha la – diffusissima – radice *yu (= unire, congiungere), che dalla più alta antichità sta a designare l’unione ordinata che procede in una stessa direzione: da qui derivano, fra i tanti, il sanscrito Yos e il latino Ius. Ius come Iugum, il giogo che, tenendo unite le forze, permette di arare il campo.

In zolle profonde, dunque, risiede l’essenza del diritto indoeuropeo: diritto di fondamenta, strade e ponti, a creare una realtà ordinata e in armonia con una vita superiore. L’auspicio è che questa consapevolezza non venga perduta e, anzi, possa trovare una nuova vita nel diritto che verrà.