Esterofilia indotta

Esterofilia indotta

“Viaggiate!” Ecco l’imperativo che oggi le classi dirigenti muovono verso i giovani, in particolare i neolaureati. Questi ultimi colgono al volo l’invito e, preparati i bagagli, partono immediatamente per l’immancabile “esperienza all’estero”. Ma perché tutto questo desiderio di incitare i giovani ad abbandonare la propria terra?

I motivi che spingono i ragazzi a varcare i confini nazionali (temporaneamente o permanentemente), sono sostanzialmente due: il desiderio irrefrenabile di vivere e conoscere altre culture e la mancanza di prospettive future nel proprio Paese.

Il primo è figlio di un retaggio cosmopolita, talvolta assurdo, spesso collegato (non si sa come) al mito distorto della Resistenza. Il trasferimento da un luogo A ad un luogo B diventa una sorta di feticcio, un “must”, una regola che se non viene rispettata da tutti diventa passibile di berlina. Chi non viaggia, chi decide di trascorrere le ferie nella solita località balneare, chi non trascorre almeno qualche mese a pulire i gabinetti di Londra per una miseria di stipendio, o chi semplicemente non può permettersi nemmeno una settimana di vacanza, viene tagliato fuori, accusato di ignoranza, razzismo e addirittura di fascismo! Una mente sana troverebbe questi ragionamenti fuori dal mondo, ma qualche cervello è riuscito a partorire anche questo. Addirittura, nemmeno il solo viaggio all’estero come turista è ammesso, in quanto una cultura diversa bisogna viverla, farla propria, anche rinunciando alla nostra. Guai però se lo fanno gli altri.

Questa categoria rispecchia la minoranza dei “viaggiatori”, quelli che fanno l’Erasmus (approfittando della maggior semplicità dei corsi di laurea all’estero), ossia tutti quei borghesi che girano il mondo con i soldi di papà e che troveranno un lavoro dirigenziale, sempre nell’azienda di papà. Il viaggio diventa fine a sé stesso, con un presunto arricchimento culturale e la sicura autoproclamazione di essere superiori ai “non viaggiatori”.

I secondi, coloro che lasciano il Paese per trovare opportunità migliori, costituiscono invece la fetta maggiore dei nuovi emigranti. Ed è a questo gruppo che le istituzioni, in particolare europee, mostrano le bellezze del mondo senza confini, inducendo nei giovani la convinzione che il trasferimento sia una scelta, e non una necessità dettata dalle circostanze. Questo atteggiamento maschera la consapevolezza delle classi dirigenti di non potere, o di non volere, creare opportunità di lavoro e crescita, contrariamente ai principi di quella Costituzione tanto osannata come “la più bella del mondo”, soffermandoci nel caso particolare italiano. Ed è così che la mente brillante, sulla quale lo Stato ha investito nel periodo universitario, va a mettere le sue competenze al servizio di un’altra società, mostrando il pugno alla Patria, come facevano gli emigranti del secolo passato. Questo secondo gruppo non ha sin da subito il desiderio di andarsene, ma esso viene accuratamente indotto, trasformando questa mentalità in una molto più simile alla prima che abbiamo osservato.

Con tutto ciò, non si vuole esprimere un giudizio verso chi decide di fare i bagagli e partire, ma si vuole difendere il sacrosanto diritto a vivere, lavorare e crescere professionalmente nel proprio Paese. L’esperienza all’estero deve tornare ad essere una scelta, che talvolta può anche rivelarsi utile, e non una necessità. Ma soprattutto, si vuole il rispetto di chi sceglie di non partire, di chi rimane per cercare di sviluppare il Paese, nonostante le mille difficoltà e gli ostacoli posti dai governi.

In fin dei conti, viaggiare è forse uno degli aspetti più identitari che vi siano: esplorare mondi diversi ci fa apprezzare e caratterizzare di più ciò che siamo